Su “Il cielo sta fuori” di Francesco Sassetto. Nota di Monica Guerra

Francesco Sassetto, “Il cielo sta sopra”, Arcipelago itaca 2020
Su Il cielo sta fuori di Francesco Sassetto.
Nota di Monica Guerra

Background, in veste di prologo, stabilisce i contorni entro cui si sviluppa la nuova raccolta di Francesco Sassetto: Il cielo sta fuori. Il testo d’apertura fornisce le coordinate geografiche e storiche della vita di ieri, tuttora “retroterra” di una parte della contemporaneità, ma soprattutto identifica nella radice, tramite un sottointeso “io lirico”, il simbolo primo della continuità: noi siamo la somma di ciò che è stato, nel bene e nel male, frutto dell’inscindibile impasto di “fatica e amore” di cui ognuno, nel proprio percorso si è, volente o nolente, nutrito. Così le miserie pregresse si sommano alle miserie odierne, senza clamore, con la normalità tipica degli accadimenti semplici e al contempo drammatici della vita.

Dipende da dove che ti vién, da l’aria
respirada da putèo, le vose i oci che
te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le ónge col nero […]

[Dipende da dove vieni, dall’aria/ respirata da bambino, le voci gli occhi/ che ti sono entrati dentro e inchiodati,/ le mani indurite di mio padre, le unghie con il nero/ […]

Che cosa trasforma, nel tempo, il sogno in bestemmia? Che cosa altera l’equilibrio tra amore e fatica? Che cosa accade all’antica resistenza di un occhio che, dinanzi all’ennesima difficoltà, ora si vela? Una saturazione? Una stanchezza determinata dal reiterarsi degli stenti? Il destino inscritto nelle nostre radici? L’isolamento e la fragilità di Venezia? Un’Italia in cui, in sostanza, i problemi politici ed economici continuano a essere, decennio dopo decennio, sempre gli stessi? Questi i quesiti aperti dal poeta veneziano che non esigono risposte univoche ed esaustive, ma in cui possiamo immediatamente riconoscerci.
L’anafora “dipende” regge la struttura di questo primo testo che consente all’autore di parlare di sé – e di alcune variabili che hanno contribuito al suo divenire uomo – con un approccio inizialmente impersonale. Di verso in verso, aumenta la precisione delle immagini, come una messa a fuoco i riferimenti autobiografici divengono analisi sociale, tracciando la direzione di viaggio di tutta la raccolta. Francesco Sassetto parte da ieri per dire con nitore l’indifferenza che caratterizza la contemporaneità, per individuare le conseguenze delle nostre attuali scelte sul domani – e delle precedenti sull’oggi – per destare, se non un cambiamento, almeno una nuova consapevolezza, forse un’assunzione di responsabilità.

[…] Abdelgani, Sekine, Sari, nomi strani, lontani,
corpi crollati, e dove non arriva
il sole arriva il fucile del padrone se ci sono problemi
con i tonni dannati per nascita all’inferno.

Noi compriamo le casse a buon mercato
.           facciamo la passata per l’inverno.

Sulla statale Miranese, tra stracci e clacson, la vita sopravvive a sé stessa: “non si vive male, si vive e basta”. Un verso pacato che racchiude il (non-)senso di milioni di essere umani. Vivere qui è sinonimo di un galleggiare isolato e non importa la moltitudine che ci scivola a fianco, se non abbiamo più occhi per vedere, se non abbiamo più ponti da costruire. Le logiche di mercato hanno trasformato alcuni esseri umani in prodotti, certe categorie sono escluse e declassate, finanche considerate subumane. Non c’è riscatto per le donne fagocitate dalla prostituzione e non c’è spazio per gli anziani. Soprattutto non c’è più pietà, nel senso etimologico del termine, né un’ombra di compassione, nemmeno per i morti.

[…] Le ragazze accarezzano la pelle del pagante,
con cortesia sorridono, sfiorano gli occhi
del consumatore ad intuirne il consenso
il grado di appagamento.

Matteo dice che nel regno dei cieli loro
andranno avanti, intanto annegano
le mani nel sudore e negli umori del cliente […]

*

[…] El gera furbo quel vècio. Invàido? Ma dove?
El caminava benón par sento cale e ponti
sensa gnanca el bastón
.                                               furbo davéro quel barbón.
Lo ga trovà a le sìe la dona che ’ndava a netàr
.                                                              picà su ’na trave.

[…] Era furbo quel vecchio. Invalido? Ma dove?/ Camminava bene per cento calli e ponti/ senza nemmeno il bastone/ davvero furbo quel barbone.// L’ha trovato alle sei la donna che gli puliva la casa/ impiccato a una trave.

L’autore restituisce, con questi versi, la dignità che spetterebbe a ogni individuo, per il solo fatto di essere – o essere stato – umano. Quella stessa dignità talvolta negata con violenza dai fuochi neofascisti ma non solo, anche da tanti piccoli occidentali “che curano le rose” e mentre le curano erigono muri a difesa del “loro” metro di terra.
Dopo tanti incidenti, suicidi e morti in vita, si giunge a testi come Ha detto negro di merda e qui, a mio avviso, ci si deve soffermare. Basta alibi, basta con le facili assoluzioni. Qui non si tratta più di sporadiche fazioni ciniche e di estremismi da cui è facile dissociarsi, qui si tratta di un razzismo endemico che non sappiamo combattere. Le parole hanno un peso specifico e l’autore lo restituisce attraverso lo sguardo lucido e stupito di un ragazzo che cercava riparo e ha trovato l’ennesima metaforica – e gratuita – lama.
Questi versi sono necessari alla nostra umanità perché colgono ciò che molti non vogliono vedere, scavalcano i muri del non detto, restituiscono il Nome a chi un nome spesso non ha. Accendono il faro su piccoli uomini che si fanno grandi sulle fragilità del prossimo, che sminuiscono il prossimo, anziché migliorare loro stessi.
La disumanizzazione entra nelle nostre vite attraverso molteplici vie (dal reale al virtuale) e così un uomo spaventato, nonostante i privilegi del suo mondo civilizzato, seda la sua crescente paura rifiutando la diversità. Questi versi non si fermano dinanzi a tanta freddezza ma servono da controcanto alla dignità lesa di molti emarginati.
La prospettiva fluida e misurata di questa poesia non genera condanne ma profila un domani che è netta conseguenza dell’oggi, con disincanto constata che la storia a volte non insegna, ciononostante il lettore esce dal libro con una pulsione costruttiva, i versi aprono un varco verso l’altro.
Di sezione in sezione, di lingua in lingua – ciò che accadde in dialetto è raccontato in dialetto, seguendo un principio di aderenza alla realtà – si avanza fino ad arrivare a un’altra sfaccettatura dell’amore, dove incontriamo la sfera più personale del poeta. Amori che riempiono e che svuotano, amori che, come moti ondosi, compiono il loro inevitabile corso. Parole estremamente precise, nitide che raccontano assenze e distanze, partenze e arrivi. Versi che dicono l’amore anche quando ferisce, anche quando temporaneamente finisce, perché dietro l’angolo spesso c’è un rinascere.

[…] Xe sta un ingrumàrse sempre più grando de sìghi e barufe, discorsi e parole sempre più ingropàe. No se gavémo capìo forse mai. Ti ti disévi “ben” e “famégia” e gera ’na to fantasia, mi disévo “amor” e gera ’na mia imaginasiòn. Un muro che no gavémo mai butà zo e gnanca l’anèo al dèo xe sta bon de rómpar quea réde de fero che ne ga tegnùi uno de qua st’altro de là. […]

[…] È stato un aggrovigliarsi sempre più fitto di grida e litigi, di discorsi e parole sempre più confuse. Non ci siamo forse mai capiti. Tu dicevi “bene” e “famiglia” ed era una tua fantasia, io dicevo “amore” ed era una mia fantasia. Un muro che non abbiamo mai abbattuto e nemmeno l’anello al dito è servito a spezzare quella rete di ferro che ci ha tenuti divisi […]

Come due lati di una stessa medaglia, uno più intimistico e l’altro rivolto all’esterno, Sassetto tratta la relazione tra gli esseri umani con l’intento di dire il freddo crescente, l’isolamento che – non a caso – pulsa in una città collegata alla terra solo attraverso un ponte e siccome

[…] Il cielo sta fuori, in alto
.                                               e non dice niente.

è al poeta che spetta prendere la parola e compiere il suo gesto d’amore.

© Monica Guerra

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