Giovanni Luca Asmundo, Disattese. Coro di voci mediterranee

Giovanni Luca Asmundo, Disattese. Coro di donne mediterranee
Postfazione di Cinzia Demi,
Versante Ripido 2019

Disattese. Coro di donne mediterranee, poemetto-raccolta (così lo definisce Cinzia Demi nella postfazione) di Giovanni Luca Asmundo, dice di sé e del suo progetto compositivo già nell’articolazione in due parti di pari ampiezza (constano di ventuno componimenti ciascuna) e dai titoli eloquenti, Permanenza e Migranza. Dice di sé e del registro corale, una costante nella scrittura di Asmundo, che su Poetarum Silva pubblicò alcuni testi allora inediti con il titolo Lacerti di coro.
La modalità espressiva del coro fa tendere l’orecchio, delinea, modella, accompagna il passaggio dal particolare all’universale. È un passaggio denso di immagini, brani di storie, attese, percorrenze ed esortazioni illuminate e scandite dalle testimonianze poetiche in epigrafe, un distico da Le vecchie e il mare del poeta greco Ghiannis Ritsos, nella versione originale e nella traduzione di Giuseppe Auteri («Prima di ascoltarci, ascoltiamo/ prima di guardarci, vediamo – cosa vediamo?») per la sezione Permanenza, e il verso 523 dell’Antigone di Sofocle, in originale e nella traduzione dello stesso Asmundo («Non per odiare insieme, bensì amare insieme fui generata») per la sezione Migranza.
Permanenza e Migranza si profilano non solo come due parti in successione cronologica (la prima sezione raccoglie poesie scritte tra il 2009 e il 2017, la seconda presenta poesie la cui composizione si colloca tra il 2017 e il 2019), ma anche come le direttrici principali di una umanità che si muove tra attesa e percorrenza. La strada è intuita, percorsa, costruita. Azioni e movimenti attraversano il rimpianto, lo struggimento, il pellegrinaggio e la devozione come «Storia di donne escluse» (si pensi alla Vergine bruna a Tindari nel componimento XVII., prima parte), la corrosione provocata dallo scorrere del tempo e dall’intervento degli elementi, «la consunzione/ dei corpi» (Permanenza), «gli umani deserti», terremoti, approdi temporanei e partenze ripetute (Migranza).
La percezione del distacco, della perdita, è acuta, sofferta, dolorosa, eppure essa non intende semplicemente additare, ma, con ricchezza di accenti e di variazioni, lastricare la via che supera «l’alterità per la prossimità».
Su questa via che si va snodando e componendo, geologia e antropologia si incontrano, camminano insieme e insieme propongono, generano, trasmettono: «Nasce una nuova tettonica/ non da tappeti stesi sui pali/ nasce uno spazio in penombra/ vibrato e scambiato/ comune e trasmesso».

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Permanenza

I.

Se aspettando perderemo i capelli
se la risacca annoderà le gambe
intrise di sale e grinzite di vecchiezza
se fondando caviglie in melma fredda
saremo radici d’inadempienza

velate aspetteremo sulla riva
l’amaro ritorno delle cose perse
finché le dita diventino lische.
Il mare semina corpi e germoglia stelle.

 

X.

Mio spoglio ramo, pendente da fuori il cortile
tra gocce di cenci a stendere
macerie di grigie rupi, ai confini del mondo

anche noi, tra queste piastrelle
con un canto sommesso tenteremo
di salire sulla cima dei gradini

e si leveranno forse i nostri sogni
al di là delle macerie dei muri.

 

XVII.

Indietro nel tempo, precipizi
sino alla statua di cedro pietoso
al balcone salato di Tirreno
alla calia e semenza sotto i denti.

Noi fummo allattate dai pini, non lei
diseredata e rabbiosa per i calli arsi
dalla siepe del salire al promontorio.

Storia di donne escluse
riunite dal mare essiccato
la madre, la figlia, la Vergine
Nigra sum, sed formosa.

 

Dalla sezione Migranza

III.

Forse alla parola
ma credo alla presenza.
Presenza indistruttibile
che sia dire o tacere
di certo non si arretrerà di un passo
sui diritti.
Che sia una voce muta o cristallina
si resti a sostenere il fianco caldo
la mano stretta a confortare il braccio
di sorella o fratello, non distinti.
La parità di ognuno sia ben ferma
conquista in discussione in tempi grevi
che occorre rinsaldare in fiume d’oro.
La proprietà di carne è inammissibile
coraggio, nostra voce, nostre dita
sfavilliamo.

 

XIV.

Voce spaccata di pomodori arsi
nella pietraia ogni ciottolo ha pelle.
Polvere e sale restano ai palmi.
(Basso continuo di voci al gasolio
roca la notte).

Ma un soffio di labbra all’orecchio
tumido sfiora quel petalo
di rena in tempo, di fiato in luogo
allevia la precarietà degli inverni
parole vivide, mutuo racconto.

Nasce una nuova tettonica
non da tappeti stesi sui pali
nasce uno spazio in penombra
vibrato e scambiato
comune e trasmesso.

 

XVI

Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite

grani e parola in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

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