Nicola Grato, “Le cassette di Aznavour”. Nota di Carlo Tosetti

Nicola GratoLe cassette di Aznavour
Macabor 2020
Nota di Carlo Tosetti

 

Finis

sul colle dove c’era la casa diroccata
guardavamo le stelle a prima sera:
il Carro Aldebaran Sirio Orione.
Nella casa di sotto (che poi avremmo venduto)
c’era mia madre sola – annegata nel corpo
disfatto dell’estate, blaterava parole:
una spiga recisa la sua mente di falco
già da tempo la morte le aveva dato scacco.

Apro questa lettura con una poesia, Finis, a p. 15, prima della prima sezione della nuova raccolta di Nicola Grato (Le cassette di Aznavour, Macabor, 2020) perché contiene, a mio avviso, degli elementi centrali della poetica di Nicola, a partire dalla misura.
Quella di Grato è una poesia a verso lungo e raccoglie la lezione italiana dei grandi del 900: profuma di Piccolo (autore oggetto della tesi di laurea di Grato), di Gatto, di Montale, di Luzi, ricorrendo precipuamente a endecasillabo e doppio settenario, producendo un verso che mai manifesta cali di pathos, riuscendo a sostenere il dolente sguardo gettato all’indietro, ai ricordi dei cari e dei personaggi chiave del mondo del poeta, ma risparmiando dell’uomo le opere: le case, il paese, il luogo nel quale si srotolano le esistenze proiettate verso l’ineluttabile destino.
Proseguendo nella lettura, il rudere in apertura è una delle rare immagini di decadenza delle costruzioni; è debole la passata della falce del tempo sulle cose e benché la casa diruta sia presentata insieme alla madre malata, il primo elemento indica al sottoscritto soltanto un particolare di un luogo dei ricordi.
Nella poesia Palermo, p. 36, la città viene presentata distrutta dai bombardamenti: «era una città diroccata, sbilenca/ si rischiava la vita a camminare/ era morto sotto le bombe il poeta/ Schiera, la miseria a colazione/ a sera sarde salate.»
Le immagini della distruzione, anche in questo caso, sono collocate nel passato e non descrivono una situazione di degrado ai giorni nostri; la Palermo della guerra mi convince ancor più dell’apparente rispetto dell’autore verso le cose, che vanno a formare il palco sul quale si muovono i personaggi.
Il libro (diviso in cinque sezioni), ambientato nella Sicilia di Grato, ha immediatamente richiamato alla mia mente altra raccolta, questa di Emanuele Andrea Spano, la cui silloge La casa bianca (Puntoacapo Editrice, 2018, oggetto di altro articolo ospitato da «Poetarum Silva») mostra con dolente sguardo il disfarsi letterale di uomini e cose della Locorotondo rurale e questa vicinanza “tassonomica” favorisce per contrasto l’analisi del lavoro di Nicola.
Le malinconiche, dolorose atmosfere del ricordo si manifestano in entrambi i poeti, attraverso la rievocazione dei travagli dei cari.
I colori che tinteggiano le raccolte sono accomunati da ragioni geografiche (si parla in entrambi i casi di Sud), ma con una differenza: in Spano la caducità che inghiotte l’uomo ammorba e consuma anche le costruzioni umane, il paese.
Le vestigia di un passato (anch’esse soggette al divenire) appaiono silenti e cadenti. La cultura del sud sembra relegata definitivamente nel passato, perdendo i veicoli che la conducono attraverso il tempo: gli uomini.
Nei versi di Grato il paese pare resistere al suo stesso creatore e sebbene il ricordo sia il significante del passato, l’atto mnemonico non trasmette il senso della fine, del capolinea del paese e di quella cultura. Le poesie restituiscono una diversa idea: un ripasso, un ripescare ciò che fu per alimentare e vivificare ciò che è; sono forse cartoline dal passato, testimonianze.
Per ribadire il concetto, riporto la poesia al bar Rialto, a p. 27 (sia i titoli che il primo verso iniziano sempre con la lettera minuscola): non ci è dato di sapere quale sia la sorte del luogo di ritrovo, che potrebbe persistere e sopravvivere ai personaggi che lo frequentavano:

cosa resta di noi? Cosa rimane
dei nostri discorsi, spesso tirati
fino alle quattro del mattino,
cosa dei pomeriggi al bar Rialto
con la pittrice pazza, l’ingegnere,
tutta l’umanità che ricercavi
tra i più soli e disperati, i malati
di cuore e di fegato, gli arretrati –
uomini e donne delle catacombe?
Un bicchiere di vetro, il comodino
di legno, L’imitazione di Cristo
e come segnalibro uno scontrino.

Grato mostra il cuore della sua società siciliana con una poesia pregna, grondante di tradizione, questa veicolata dal protagonista – l’uomo, colui che ha il compito di tramandare – e del protagonista, dal substrato della società tradizionale, affiorano i picchi che ne mostrano particolari quotidiani, delineandone il volto, le convinzioni, la forza, la debolezza.

servi inutili (p. 31)

essere servi inutili, ricompense
non cercare: servire per il bene
la pena delle notti, la cancrena
dei pensieri per Grazia senza casa,
per Stefania e i suoi occhiali nuovi rotti
per Baldo che si buca, per Franca e Walter
che si sono lasciati senza dirsi
niente durante la luna di miele.
Viene mattino, apre il bar Stella Artois
ancora una volta non hai dormito
e già fumi la Lido – sul Cantiere
navale la maestà del sole.

 

i giorni lunghi (p. 52)

erano i giorni lunghi, quelli senza
fretta di ritornare nella casa
sul Corso dove aspettava tua madre:
tempo da calendario, giorni e mesi
si faranno per te fughe di lepri,
nuvole di settembre su Busambra –
e la danza smargiassa della volpe
tra le viti vendemmiate da poco.

Il corpo magro,
l’insonnia di novembre, l’ospedale.

Era forte il caffè della Bialetti,
la morte veniva era vento dal mare.

In un’intervista fruibile in «Dialoghi Mediterranei – Periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo», Nicola Grato racconta del felice incontro con la poesia di Franco Arminio e con la corrente della paesologia, tesa a salvare i frammenti del mondo rurale, concentrati per lo più nei borghi.
Per Nicola Grato vivere in una casa antica nel centro di Mezzojuso (PA) è stata una scelta. Il piccolo centro, il paese, è luogo di testimonianza, di racconto, è il tabernacolo della tradizione – della cultura rurale – ed è l’ambiente che ne permette la proiezione nel futuro.
Alla luce di ciò appare nitidamente la forza, l’intento che muove l’autore, che in questa raccolta prosegue il lavoro iniziato con Inventario per il macellaio (Interno Poesia, 2018).
Se la poesia – infatti – è sintesi della realtà, in opposizione (o meglio in spremitura) di una visione prosastica delle cose esteriori e interiori, allora questo succo in versi può trattenere del mondo l’essenzialità. Questa essenzialità – declinata in una società, sotto certi aspetti – può coincidere con la cultura tradizionale, nell’accezione letterale di tradizione: consegna, trasmissione.
Nicola Grato, allora, attraverso il ricordo degli uomini e del loro passaggio terreno, rinforza le mura del paese, del centro universale della tradizione e la sorte degli uomini (secondo natura: la fine) non coincide con la fine della cultura, ciò a patto che il paese resista e questa speranza appare viva, perché – riprendendo un verso dell’autore – è “sempre nuova ogni cosa”.

sempre nuova ogni cosa (p. 65)

si trasforma è sempre nuova ogni cosa:
sono le quattro e mezza, luce incerta
le ossa e i nervi distesi; ancora appesi
a corde di bucato gli ultimi sogni
e ogni cosa è nuova, è risorta
dopo che trafitta e crocifissa
ha conosciuto la notte nel cuore.
Zio Peppino cammina a passo greve
c’è la neve la vedi su Busambra
nuovo ancora il mattino sul paese.

 


Nicola Grato (Palermo, 1975) è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. Insegnante di scuole medie, ha pubblicato due raccolte di versi oltre alla fresca Le cassette di Aznavour (Macabor, 2020): Deserto giorno (La Zisa, 2009) e Inventario per il macellaio (Interno Poesia, 2018), un libro di racconti (Teresa vestita di vento, Aletti, 2015) e alcuni saggi sulle biografie popolari. Sue poesie sono state pubblicate su riviste cartacee e on line e su blog quali: «Atelier Poesia», «Poesia del nostro tempo», «Poetarum Silva», «Margutte», «Compitu re vivi», «lo specchio», «Interno Poesia», «Digressioni», «larosain-piu», «Poesia Ultracontemporanea». Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), riadattando testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo, David Maria Turoldo ed Elsa Morante.

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