Bustine di zucchero #48: Jorge Luis Borges

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Borges

Nell’Odissea e nell’Eneide «i sogni lievi hanno due porte» e sono le Porte del Sonno per le quali l’uomo accede; una è fatta d’avorio e l’altra di corno, la prima conduce ai sogni illusori e fallaci dell’uomo e pertanto sono falsi, la seconda ai sogni profetici e divinatori che poi si realizzano nella realtà e sono quindi veri. In seguito la tradizione letteraria antica e moderna – Lucrezio, Addison, Coleridge per citare alcuni nomi che pure incontriamo nel saggio borgesiano Libro di sogni – si è avventurata a sondare le zone profonde del sogno, benché la trattazione e la comprensione della sua natura sia da ritenersi inesauribile. Per dare un esempio, una delle poesie più significative sul sogno la possiamo leggere in Ungaretti in Un sogno solito tratta dalla sezione Prime dell’Allegria: «Il Nilo ombrato/ le belle brune/ vestite d’acqua/ burlanti il treno// Fuggiti» in cui il poeta, in preda al sogno nostalgico dell’Egitto, ne esprime la fugacità suggerita dalle immagini del Nilo, delle donne e del treno – potremmo paragonarla all’indefinibilità della poesia, pure fedelmente espressa da Ungaretti durante un’intervista radiofonica nel 1950 – un momento profondo, come una voce che avanza verso di lui da un luogo interiore per mormorare qualcosa. Quindi, tra i vari temi della poesia, ben si comprende come il sogno contempli uno spazio consistente. Nel caso di Borges, poi, buona parte della sua opera è disseminata di visioni oniriche. Un esempio è il racconto Le rovine circolari, contenuto in Finzioni, racconto che, con le dovute differenze, sembra avere un’analogia col Papini de L’ultima visita del gentiluomo malato. Borges narra di un uomo che aveva in mente «un progetto magico», ossia sognare un uomo nella sua minuziosa completezza e imporlo alla realtà; presto si accorge che «modellare la materia incoerente e vertiginosa» dei sogni è impresa ardua (ulteriore senso dell’inafferrabilità essendo il sogno non governabile dalla ragione) e alla fine, dopo esser riuscito a dar vita a una figura per lui simile a un figlio, il sognatore comprende di essere un’apparenza sognata a sua volta da un altro. Il sogno è un linguaggio dell’inconscio espresso per immagini e la poesia, sebbene stia al timone per veicolarle, vi si mette in ascolto. Proprio Ein Traum è il risultato di parole udite da Borges in sogno e poi trascritte, una poesia da intendersi come «semplice curiosità psicologica» oppure «un’inoffensiva parabola del solipsismo», in verità la traccia di una solitudine del e nel sogno dove scopriamo Kafka sognare la sua compagna e il suo amico e alla fine, quando il suo sogno si è svuotato di queste figure, Kafka stesso può smettere di sognarsi. Ein Traum dischiude una vertigine, mantenendo nella sua brevità una dinamica circolare – Borges sogna, ascolta parole riguardo a un Kafka che, essendo egli stesso sogno, sogna persone che sono a loro volta coscienti di essere sognate. Una circolarità che mescola immaginario e visionarietà nel tentativo di ritrovare un significato archetipico. Non sarebbe azzardato affermare che la poesia aspiri a scovare, non sempre riuscendovi, la radice prima del sogno. Non a caso secondo Maria Zambrano la poesia si assume il compito di riunire l’uomo con l’originario, originario che ha per l’appunto la sua manifestazione nel sogno. Così accade a Ungaretti nel ritrovare l’Egitto della sua origine, così accade a Borges per cui scrivere vuol dire evocare principalmente un sogno. In tal senso la letteratura suggerisce che per ricongiungersi alla parte profonda del proprio sé, bisogna accedere dalla porta del sogno per poi passare dalla porta della poesia. In questo caso l’una non esclude l’altra e, a prescindere se i sogni sono fallaci o premonitori, le porte restano sempre due.

 


Bibliografia in bustina
J.L. Borges, La moneta di ferro (a cura di T. Scarano), Milano, Adelphi, 2008
J.L. Borges, Libro di sogni (a cura di T. Scarano), Milano, Adelphi, 2015.
J.L. Borges, Finzioni (a cura di A. Melis), Milano, Adelphi, 2003.
G. Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte le poesie (a cura di L. Piccioni), Milano, Mondadori, 1986.
M. Zambrano, Filosofia e poesia (a cura di L. Sessa), Bologna, Pendragon, 2010.

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