Letteratura classica

L’attualità di Tolstoj e di Chadži-Murat

Quanto è attuale il Chadži-Murat di Tolstoj

Chadži-Murat in fuga, sulle montagne del Caucaso, viene reciso come un cardo, vilipesa, tranciata e mostrata la sua testa tra gli abitanti dei villaggi caucasici che ne conoscevano il valore e la fierezza. È un’immagine che porta alla mente il corpo senza vita del Che, così simile al Cristo morto del Mantegna, mostrato inutilmente dall’esercito boliviano in quell’ottobre del ’67 per non alimentare leggende sul rivoluzionario argentino. Straziato nel corpo, Chadži, ucciso da un rastrellamento congiunto di russi e di ceceni come lui. La metafora del cardo, l’incipit con cui il narratore racconta la fatica di divellere il gambo che si sfibra, si sfilaccia, ma lotta tenacemente perché così è nella sua natura, riporta chiaramente all’intera esistenza di Chadži-Murat. Tolstoj scrive questo romanzo breve in età avanzata, vedrà la luce postumo, nel 1912. A un certo punto, ricercato dall’abietto Samil, imam e spietato capo combattente dei ribelli ceceni, il quale teme la rivalità onesta di Chadži e ne tiene in ostaggio l’intera famiglia, il protagonista viene accolto in un villaggio secondo le sacre leggi di ospitalità vigenti tra i mussulmani ceceni. Tolstoj descrive con cura la grazia dei rituali di ospitalità, tratteggiando i lineamenti di una civiltà temeraria e intransigente, violenta e nobile allo stesso tempo. (altro…)

Boezio, De consolatione philosophiae, I.1

Trad. di Luciano Mazziotta

Boetius

I versi che un tempo con zelo morboso intrecciai,
piangendo, oh, adesso, converto, costretto, in tonalità tristi.
Camene lacere ecco che a me suggeriscono le cose da scrivere
e solo elegie mi segnano il volto di lacrime vere.
Nessuna paura ha potuto mai spingere quelle,
a non seguirmi, compagne fidate, nel mio cammino.
Luce della mia spensierata e un tempo felice adolescenza,
ora consolano il necessario cadere di vecchio angosciato.
Inopportuna è arrivata la maturità, affrettata dal male
e il dolore ha ordinato che scadesse il mio tempo.
All’improvviso cadono i capelli dal capo
e pelle marcita trema sul corpo disfatto.
Felice per gli uomini la morte che non feconda
il fiore degli anni gentili, e nei tristi scende sempre invocata.
Maledetta quella che sorda stravolge i miseri avanzi
e crudele rifiuta di chiudere gli occhi che piangono.
Quando l’ipocrita sorte mi inorgogliva con beni da niente
qualche ora triste soltanto mi cingeva la testa.
Ora che ha svelato, tra le tempeste, la sua faccia d’inganno
questa inutile vita prolunga i suoi anni sgraditi.
Perché, amici, mi diceste felice? Non ditelo più.
Non aveva passo sicuro, colui che è caduto.
Quí cecidít, stabilí nón erat ílle gradú.

 

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