Silvia Secco, “Amarene”. Nota di lettura di Michele Paoletti

Silvia Secco, Amarene
Edizionifolli, 2018
Nota di lettura di Michele Paoletti

«Le parole pesano tutto il mondo che contengono», scrive Silvia Secco a chiusura della sua raccolta poetica. E le sue Amarene (Edizionifolli, 2018) contengono un mondo dolce e malinconico, amaro e fragile.
Numerosi sono i temi trattati nel libro, che declina il tempo «a partire da una consapevolezza collettiva della specie (declinata al femminile)» come fa notare Alberto Bertoni nella nota di lettura. Un costante processo generatore: una gestazione che si tramuta nella lievitazione del pane, spesso coperto dalla neve, dal buio della notte, sorvegliato da una luna materna e piena. Un libro in cui le figlie diventano madri e le madri conoscono il segreto del tempo perché lo hanno conservato, covandolo nel loro grembo: madri custodi di un rito, del potere della neve, della cura del dolore. Amarene racconta dunque dell’infanzia e del ricordo che si sparge nel tempo, del lupo che attrae e spaventa, del futuro incerto che sconcerta quando trasforma i luoghi e lascia gli esseri umani a spaesaggire, incapaci di immaginare un domani perché tutto intorno a loro ha cambiato forma e destinazione. Con lo sguardo rivolto al cielo e un senso costante di spaesamento si rimane in ascolto, mentre matura la consapevolezza della nostra caducità; fragili come foglie ci ostiniamo «nella finzione, parliamo del tempo come se ne avessimo». Lo sguardo di Silvia Secco tuttavia è lucido, porta con sé i frammenti delle pietre che saremo, «purissimi diamanti, e non avremo pietà/ di nessuno. Allora, senza gli occhi, senza l’opinione/ saremo trasparenti esseri di perfezione»: un lavoro che costa una vita intera e che porta a recidere, restare gambo senza fiore, sacrificare i petali alle spine. Ma Amarene racconta anche dell’amore, che macchia – come il succo del frutto – e lascia una traccia indelebile, perché la poesia di Silvia Secco non è un parlarsi addosso bensì una continua tensione verso l’altro, un canto che si compie nella sezione dedicata a Milano, città importante che dà inizio e slancio. Punto di arrivo e di ripartenza, città che accoglie la primavera e prepara una nuova fioritura.

 

*

Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

 

*

Le anziane madri – le mani sul ventre
che ha custodito – hanno nozione
del tempo. Ci cantano all’orecchio
che ne avremo, da morte, per riposare
la quiete concessa finalmente
la coerenza dell’ultima parola
fissata nell’eternità, quando saremo pietre
purissimi diamanti, e non avremo pietà
di nessuno. Allora, senza gli occhi, senza l’opinione
saremo trasparenti esseri di perfezione.
Sceglieranno per noi i fiori delle spose. Poi
dopo le cerimonie, ci dimenticheranno.

 

*

Guardarla con gli occhi dei figli
la pietrificata madre. Ed espropriato
il ventre della madre, l’ostensione
impietosa della zolla divelta
del pieno levato. Guardare lo scavo
farsi stagno d’immobile macerazione
dove il cielo cade e viene mangiato.
Guardarla, la morente madre – lingua
di terra morsicata –            continuare
a guardarla, la voce inappropriata.
La memoria incapace a recitare
a memoria la casa.

 

*

Dentro la mia piccola casa di ringhiera,
la mattina, quando non ci sono, entra sempre
la luce. Si muovono le gatte, parlano fra loro
il linguaggio bianco degli angeli minori,
marcano l’aria coi rumorini croccanti del cibo
e delle fusa – sottili legnetti spezzati –
Fuori, sul ballatoio, respirano piano le piante
che ho portato – appese alle inferriate si riposano
nel freddo – si asciugano i lenzuoli. È questa
la mia tregua: parla per ore al telefono di notte.
Ore ed ore all’orecchio nella notte delle città,
mentre l’orecchio lo sente battere forte, il cuore
Somiglia tanto alla pace, da farla sembrare una cosa.
E io che la tocco, la annuso, dico che questa è la tana,
ventre di mia gestazione.                  A primavera,
a primavera tutto si schiude. Io mi preparo.

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