Raffaela Fazio, Midbar (rec. di Luca Benassi)

Raffaela Fazio, Midbar
Raffaelli editore, Rimini 2019

Midbar di Raffaela Fazio presenta diverse chiavi di lettura, tanto da offrire al lettore la possibilità di ritornare sui testi, scoprendo ogni volta significati nuovi. Questo perché Midbar si muove sul crinale che separa la teologia dalla letteratura (Massimo Morasso, nella prefazione al volume, parla di un confronto, quasi di una sfida fra i due ambiti), ai quali deve aggiungersi quello più personale relativo al campo spirituale (intendendosi per spirituale il modo attraverso il quale la Scrittura parla nella vita dell’autrice e si trasforma in fatto poetico). In questo senso, Midbar si inserisce nell’incontro fra Parola di Dio ed esigenza di scrittura che aveva dato origine a L’ultimo quarto del giorno, pubblicato da Fazio per La Vita Felice edizioni, nel 2018. In quel libro, prendendo spunto dalla tradizione ebraica secondo la quale la giornata di Dio è divisa in quattro parti, l’ultima delle quali è dedicata al gioco con il mostro marino Leviatan, la poetessa rifletteva sul senso del tempo e del gioco, quest’ultimo inteso come capacità di disancorarsi dai legami e dalle certezze dell’esistenza quali categorie della vita umana, per affacciarsi all’orizzonte della ricerca più vera del sé. Adesso Raffaela Fazio cerca tali categorie nelle figure e nelle vicende bibliche, scelte come paradigma di opportunità e relazioni, senza necessariamente una prospettiva escatologica.
Il libro è diviso in tre sezioni dai nomi enigmatici: La misura dell’appoggio, Anticipo del giorno e Di buio e di fiato, che costituiscono parti di un poemetto, come annota lo stesso Morasso, e che ricordano la tripartizione di Pentateuco, Libri Sapienziali e Profeti, o che, forse, rimandano a un personalissimo triduo pasquale di discesa nel buio, scoperta di sé, e risalita o ritorno alla luce. Ogni poesia prende le mosse da alcuni versetti del Vecchio Testamento citati in esergo (tranne poche eccezioni) che costituiscono l’accordo iniziale, l’abbrivio del testo poetico. I versetti rimandano a una vicenda, a una categoria di riferimento (il deserto, il passaggio del Mar Rosso), oppure introducono un personaggio, al quale i versi successivi danno parola e azione. Le poesie, dunque, hanno una funzione di ideale prosecuzione del testo biblico; sono un prolungamento della Scrittura che in essa trova il fondamento. Vi si può rinvenire una funzione di commento, di didascalica, che ricorda i Midrash rabbinici, laddove sembrano voler mostrare una sapienza che è celata nella Scrittura, con la pazienza e la forza dei commenti talmudici. Proprio come i Midrash, intesi come metodo più che come genere letterario, i testi di Raffaela Fazio sembrano contenere in sé gli elementi della parafrasi (intesa come interpretazione del senso letterale attraverso una riscrittura), della profezia (intesa come interpretazione di qualcosa che sta accadendo o deve accadere, come interpretazione della Storia) e della allegoria (che qui potremmo intendere come parabola delle categorie del testo biblico che attraverso i suoi personaggi entrano nella vita dell’autrice come in quella di chi legge). La scelta dei testi biblici dai quali partono i testi sembra all’apparenza casuale ed è evidentemente determinata dalla personale lettura del testo sacro. Il Nuovo Testamento è fuori dall’orizzonte di questo libro. I Salmi, che nella tradizione sia giudaica che cristiana, compendiano tutta la Scrittura ispirano un solo testo Sorella delle acque, insieme però a un versetto dell’Esodo, in quanto questa poesia racconta di un Mosé salvato dalle acque del Nilo, attraverso gli occhi della sorella Miriam che osserva la cesta incagliarsi fra i giunchi. Genesi ed Esodo sono i libri veterotestamentari più presenti. In tale contesto Midbar non si sviluppa linearmente, piuttosto le tre sezioni si spostano nei libri sacri, nello spazio e nel tempo della Bibbia.
Vi è da chiedersi quale logica sorregge lo sviluppo del macrotesto. Morasso coglie un aspetto strategico del libro che lo connota sia dal punto di vista teologico che poetico, che è quello della relazione.
Quando Mosè chiede a Dio che si manifesta nel roveto ardente (Es. 3, 13-14) quale sia il suo nome, Dio risponde: «io sono colui che sono», la cui traduzione dall’ebraico può anche essere «io sono colui che sarò»; cioè: io sarò colui che si manifesterà nella storia di Israele, in una relazione fra Dio e il suo popolo, a partire dal deserto nel quale gli ebrei in cammino eleveranno la tenda del convegno, secondo le prescrizioni fornite da Dio stesso sull’Oreb. Scrive Fazio nel testo Dal roveto: «Io-ci-sono-io-ci-sarò:// non ti lascio/ e non sono ancora/ tutto.// Come un nido è il mio Nome/ che cresce con l’uomo./ In me/ c’è spazio per il grido/ la lode/ il dubbio.// Torna se vuoi./ Se puoi spicca il volo./ Se anche mi scordi/ non sarai mai/ solo.» Relazione e rivelazione sono dunque le due facce della manifestazione di Dio nella storia attraverso la Scrittura. Questa relazione passa attraverso alcune categorie rinvenibili nella vicenda della fuga dall’Egitto, in particolare nel deserto, nel quale la pedagogia della Torah viene rivelata. La stessa Fazio scrive come il termine Midbar rimandi a tre significati della lingua ebraica: deserto, parola, evento. Si attraversa il deserto – l’eremon per i greci, da cui e solitudini degli eremi e degli eremiti – per incontrare la Parola di Dio, donata come acqua nel Sinai. Nel vuoto bruciante del deserto si trova la libertà dalla schiavitù dell’Egitto: deserto è dunque una categoria esistenziale, di consapevolezza di sé attraverso una perdita della misura della vita quotidiana e uno svuotamento. È la notte oscura di San Giovanni della Croce, dove ogni tentazioni si manifesta (come a Cristo nei quaranta giorni che precedono la sua predicazione) e viene vinta.
Fazio sembra cogliere questa categoria di un deserto nel quale cercare il vuoto della propria libertà. Si legga la poesia Agar, la schiava di Abramo costretta a fuggire nel deserto di Bersabea con il figlio Ismaele, ricordata in Genesi 21, 14 e seguenti: «Non sento più l’urto/ dell’acqua nell’otre/ né sotto il calcagno/ il cammino./ Il passo/ è vinto dal deserto./ Ti guardo, sei il pegno/ di tutto il dolore.// Non sento più l’orgoglio/ che mi perse./ Tu riposa/ all’ombra del cespuglio/ non gridare.// Non sento più cos’è/ essere madre./ Solo il dovere/ di far finire il giorno/ – finzione/ di una meta?// No, più niente.// Perché allora/ riaffiora, si fa forza/ una scintilla in gola/ questa sete?» In questo testo, che dà voce alla schiava egiziana, viene colto quel momento dove la donna, nel deserto, avendo perso la strada e priva di acqua e sostentamento, mette il figlio sotto un cespuglio e si allontana per non vederlo morire. Nel momento terribile, di estrema preghiera, Dio si manifesta nella luce: gli occhi si aprono per vedere un pozzo.
La logica del deserto è quella dell’Esodo. La parola, come noto, ha un’etimologia greca: camminare fuori. Per gli ebrei l’esodo è la teshuva, una parola che significa ritorno, inteso come pentimento, ma soprattutto come ritorno a una relazione con Dio, alla terra promessa, a casa. Questa teshuva avviene attraversando il deserto, un luogo necessario nel quale si abbandona il lievito d’Egitto, cioè le logiche della dipendenza e della schiavitù, per ricevere la Parola, la legge, il nutrimento della manna. Ci sono una serie di testi appartenenti alla prima sezione che si appoggiano a questa logica: Teshuva, Ai piedi del monte, Un popolo, Ricorda. Si legga in particolare Ai piedi del monte, che fa riferimento all’episodio del popolo d’Israele che fa fondere un vitello d’oro per prostrarsi ad adorarlo, come descritto in Esodo 32, 3: «Conosci l’abbandono/ il deserto?/ Non eri forse il fuoco/ e noi le volpi?/ Sei tu/ che ci hai voluti/ allo scoperto.// Avevo piedi stanchi/ fiato corto/ perché ti ho amato?// Te ne sei andato/ portandoti la nube. Con te/ la nostra sola guida/ la sua voce.// Conosci/ il laccio/ della nostalgia?// L’assenza di riparo?// Sì, ho dato tutto l’oro/ in cambio di una danza/ e di un corpo che rimane./ È immobile// bello/ guardiano di ricordi/ e docile alla mano/ come un vitello.»
Dal testo sopra riportato emerge la tensione dialogica del libro. Si tratta di un dialogo con Dio che è anche dialogo di Dio, in una dimensione tuttavia estranea a quella della preghiera, tale da escludere una dimensione propriamente mistica o religiosa della poesia della Fazio. È piuttosto un dialogo con il sé verso una ricerca della propria intimità, dando la parola ai soggetti della Scrittura, che parlano e si muovono nel teatro asciutto del deserto biblico. Il linguaggio e la versificazione risentono di questa asciuttezza, ogni parola trova il suo posto essenziale, si sposta e si staglia sulla pagina per risaltare e dare voce al silenzio, per mettersi in cammino ed entrare in una nuova consapevolezza. Il mettersi in cammino è l’alfa e l’omega di questo libro, ricordandoci ancora una volta una categoria della Scrittura che prende le mosse dalla vicenda di Abramo descritta in Genesi. È il cammino della grande ricerca umana, che Fazio mette in poesia con un’abilità fuori dal comune.

© Luca Benassi

 

Un popolo
(il canto di Mosè)

“Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua»” (Es 4,10).

Quante volte ti ho guardato
dall’insonnia
come si cerca
di tenere insieme
nella mente una parola
e invece
quella si spezza nel chiarore
balbuziente.

Quando la voce sogna
riunisce
il gregge dei suoi suoni
e il tempo le obbedisce.

Ma tu, popolo mio
ti spargi

come il mio nome
confuso si divise
tra il seno e il fiume
il trono e poi il deserto.

Adesso
in te
esco dai miei confini.
E non rinuncio

perché ti vedo:
sei tu, popolo incerto
che mi pronunci
passo a passo.

Infinito, incompiuto
il cielo
ci presta un tetto provvisorio
come il palato
su cui la lingua batte
e sfiora
il senso.

 

Leggero

“Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. […] La mattina Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele […]” (Gn 28,12.18).

“Sulla bocca del pozzo c’era una grande pietra: solo quando tutte le greggi si erano radunate là, i pastori facevano rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame […] Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame […], fattosi avanti, fece rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore […]. Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce” (Gn 29, 2-3. 10-11).

Piano
qualcosa mi abbandona
eppure resta
qualcosa si trasforma
appena arriva.

È sogno
o polvere del giorno?
Del giorno che si corica o si leva?

Sotto la testa
ciò che era duro è lieve.
E il corpo scala:
non si appartiene

è l’insieme
dei tempi, dei doni
un plurale
di passi, di visioni
un moto.

Ciò che era pietra
distesa
è ora stele, orecchio
posato
sulla bocca del cielo.

Ciò che era masso
sulla bocca del pozzo
è rotolato, ha schiuso
altre labbra
nel bacio e nel pianto.

Qualcosa si allontana
perde peso…

 

Ossa

“La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa […] Egli mi disse: «Profetizza al soffio, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia al soffio: «Così parla il Signore Dio: soffio, vieni dai quattro punti cardinali, soffia su questi morti ed essi rivivranno» […] Ecco, essi vanno dicendo: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti»” (Ez 37,1.9.11).

Su te la mia mano.
Perché tremi come in una fossa?
Non staccare lo sguardo
dal bianco delle ossa.
Ma nella piana
di resti scomposti, di sassi dispersi
allena la vista
oltre quello che vedi.

Ascolta da dentro:
il midollo rilancia la corsa
come il seme sotto la scorza.
Questa valle
è solo paura, una tomba
che non vi conviene.

Io vi fascio di vene
vi rivesto di lembi
di pelle
di muscoli e nervi.
Crescete!
Aprite la bocca
allo spazio più arioso
unite la voce!

Io vi bacio
e vi estirpo i sepolcri da dentro
gli sterpi del senso ormai chiuso.
Vi conduco
alla terra
che è vostra, a un diverso
riposo.

 


Recensione già pubblicata nella rivista «Il sarto di Ulm», numero 2, marzo-aprile 2020

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