Silvia Secco, poesie da “Amarene” (EDIZIONIFOLLI2018)

 

Come faranno i figli a imparare a vivere
le madri a scordarlo, a fare largo
se madri e padri non sanno la vastità
bianca dei campi fatti oceani dalla neve.
Né sanno immaginare di contarle: due
le sillabe nella neve, due nella luna
e nelle due il chiarore. All’amore
occorre tacere, come alla neve cadere.
Occorre accarezzare, se brucia soffiare.
Placare se serve, lenire.

 

Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

 

Neve, se allevi il male
se alleviare sai il gonfiore, il pulsare
delle labbra cucite, di braccia sfinite
a stare alzate a invocare al cielo e a te.
Vieni neve, se sei capace. Fai tacere
le urla a bocca chiusa. Lenisci, smussa
spine di rosa, di filo spinato.
Fai soffi delle offese, fai carezze
se sai degli schiaffi. Delle mura fai
polvere. Poi sollevala: fanne ali.

 

Le bamboline salgono le scale
dei palazzi con le ginocchia sbucciate,
le ciabattine. Portano nomi come
caramelle. Suonano alle amiche
per giocare sulle terrazze sgombre
delle antenne, a unire i puntini dei nei
nella forma del lupo. Indossano
magliette preferite con le ali
contano i loro anni, fino a sei. Poi
si chiudono la bocca con le mani
gridano la faccia dei padri. Fanno
il salto, volano giù otto piani.

 

Capiremo come servano a poco
gli sperperi di fiato come questo
vino rovesciato come una mano:
un pugno di parole che ti sputo,
l’addio che ci baciamo, rigido
un’ultima volta e senza importanza.
Tanto disperatamente t’ho guardato
scordare anch’io, da dimenticarti.
Il tempo che viviamo è un calpestio
di conseguenza di tutte le foglie
– mio, mio sconfinato mancante –
Cadono.

 

A noi dicono invece, ce ne sarà per degli anni.
Che ci faremo anziani, e alla cura non basterà la neve.
Ma allora come faranno i figli. Come le madri,
il bestiame, il torrente o la piena, le vigne
e il grano, oppure il piano a sopportare
nostalgie di tre sillabe – alcun orizzonte,
trincee in luogo di alture, cicatrici incapaci
a guarire – e noi incapaci, a spaesaggire.

 

(Cresce anche la luna)

Essere soltanto una fra le specie,
l’unica capace a dire disdire
nella stessa frase, l’unica specie cieca
siccome cresce invece, ogni altra specie

 

Uno che mi canta, uno che mi amava
altri, che saranno liberi di lavorare
dove meglio crederanno, lontano da qui.
Tre sono le madri, due che erano cieche
e molti rimarranno fermi, come sempre mi hanno atteso
lunghissime sere d’assenza, per cenare.

Ai vetri, uno dopo l’altro, vengono i fantasmi.
Uno, il più feroce col mio stesso nome
e mai avrà perdono per me.

 

Dentro l’ingombro minimo del nodo
di tutte le amarezze, le carezze mancate alle mani
dormi amore mio il tacere dei morti,
la parola in punta di lingua quando non viene.

 

 

Le grandi metafore attorno alle quali si compie la meccanica profonda di questo bellissimo libro a fondamento liturgico – senza mai essere, si badi, confessionale – sono quelle del concepimento, del dolore ad esso connesso e poi del parto e della neve, che funzionano a diversi livelli di metaforicità e di costruzione progressiva del senso. Resta solo da mettere in rilievo l’originalità di un simile lavoro, difficilmente confrontabile con poetiche espresse da una medesima generazione: piuttosto con certi esiti dello Zanzotto più libero da giochi di significante o da echi lacaniani, quello di Dietro il paesaggio o di Vocativo, per intendersi. (Dalla Nota di lettura di Alberto Bertoni)

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