I poeti della domenica #453: Paolo Volponi, Simile

 

Simile

Ancora a tre quarti la luna d’aprile
non ha slegato le corrusche file
del verno; ancora trepida e sottile
ansima presso l’algido mantile
dell’alba e fra il suo proprio stile
di cielo e di terra mette altro monile

d’aria e di luce: quasi un cortile
fermo, stretto, se non covile
riposto, comodo e quasi vile
riparo… prosegue un tempo puerile
oltre

ogni giorno d’aprile
splende più largo e sottile
poco prima del vespero, febbrile
astro

aprile gira due diverse lune
e altre sfere stellari, basse tra le dune
di tenerissimo trapunto lume
che stende sopra il disastro.

Aprile fugge e lascia una gloria
di sé, lampante scoria
della propria fobia, sulfurea e ria
di lampi sottilissima grafia

dove il cavallo è più piccolo del cavaliere
sceno a inginocchiarsi: stupito e accorto vuol vedere
perché si lamenta e si toglie al reale piacere
di montarlo e di correre, perdere o trattenere
tutte intorno le alte, accostate sfere

per il suo quadrupede andare e le criniere
ondose e splendide acute sonagliere
dei finimenti e di tutte quelle altre schiere
di terra e di viandanti tra le pedestri miniere,
chiodi, quei piccoli maestri del paniere
tinto di ocre, e di altre azzurre e nere
tinture, di cuoio un angoloso forziere
alla cinta tra le pieghe e il penitenziere.

Aprile vuole apparire
sempre estenuato a spartire
se stesso in due: simile
a un agnello e a un puledro,
animale fino e gentile.

 


© da Con testo a fronte (1986), ora in: Paolo Volponi, Poesie 1946-1994, a cura di Emanuele Zinato, Prefazione di Giovanni Raboni, Einaudi, 2001, pp. 210-211

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