Ancora su “Tropaion” di Raffaela Fazio

Raffaela Fazio, Tropaion, puntoacapo 2020, euro 15

Ancora su Tropaion di Raffaela Fazio

 

Pare che tutto sia cominciato (per “tutto” intendendo qualsiasi forma d’arte) pare che tutto sia cominciato con una partenza e relativa disperazione. La figlia di Butade il vasaio si è vista partire il compagno, e tanto ha pianto che suo padre ha disegnato il profilo di lui contro un muro perché lei non ne provasse troppa nostalgia. Così, per sopperire a una mancanza, nasce l’arte umana. Mi è tornato in mente in maniera non so quanto opportuna leggendo questo libro d’ombra, riflessi e specchiature, dove sagome e figure fanno della coscienza (e della memoria) una vicenda anche di ottica. Il “tropaion” che dà il titolo alla bellissima raccolta di Raffaela Fazio (puntoacapo 2020) è l’arma del nemico portata al campo come vittoria, è lo strappare verso di sé il frutto di una contesa che percorre tutta la raccolta, come carne e marchingegno e funzionamento della realtà.

Nel gioco si accende la fuga
e nel bosco la caccia:
ogni cosa pare si rinnovi
non dal tepore della tana
ma per l’accelerarsi
di battiti, di appelli.

La natura ha bisogno di tensione
tra destini votati
a una disperata cerimonia.

In eterno si rincorrono gli amanti
nel giardino d’inverno.
Distanti, diversi:
disuguale la capienza del respiro
nell’odore controvento.

È passione. Ma fa male.
Nel carniere ha l’assoluto
di cui ha perso
tutto il sangue, la speranza.

Lasciar esplodere o calmierare, con l’abilità di un filo arabo, questa tensione, è materia di un libro dalla struttura sorvegliata, senza una parola di troppo. Il ritmo è preciso, rime e consonanze sono rare, a tratti nascoste e lontane, tanto da sembrare il colpo che le dita sferrano alla biglia per farla ripartire. E in questa guerra c’è una lingua sensuale, una lingua di grazia. Una lingua che rende il conflitto ciò che è: ciò che nutre fibre e tendini della vita.

© Giovanna Amato

 

Revisione

La materia
di cui la vita è fatta
mi è sconosciuta
ma so che non somiglia
a nessuna
delle poesie che ho in testa
o alle parole
che limo e che combino.
Per quanto io mi sforzi
l’istante non può essere riscritto.
Arriva in bella copia
ed è per questo
che anche nel dolore
si proclama
– perché unico –
il migliore.

 

Il sogno del violoncello

Nessun tocco.
Il polso non s’incurva sull’archetto
eppure la corda
ha iniziato a vibrare da sola.

Il senso è la distanza
in fondo alla quale
una fiamma
ha emesso per prima la nota
che ha in noi la risonanza.
Dal buio si è alzata
e dalle sue ceneri.

“Devi ascoltare
il suono che non generi”.

 

Volgerà alla fine
anche questa battaglia
non vista

con la naturalezza
dei fossili, dei clasti
a riposo
nel chiuso dei versanti.

In ciascuno
la ressa
di vite, di detriti, la fatica
sarà scasso
per il tempo a venire
– un lascito migliore.

 

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