Raffaela Fazio, Tropaion

Raffaela Fazio, Tropaion
Prefazione di Gianfranco Lauretano
Postfazione di Sonia Caporossi
puntoacapo 2020

 

Bene è concedersi, nel polemos permanente, il «tempo di condono». A questo tempo può toccare in sorte, è vero, di piombare, di accadere, di «cadere», per ricorrere a un verbo centrale nella poetica di Raffaela Fazio, verbo che appariva già nel titolo di una raccolta di qualche anno fa, L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) e che torna in primo piano anche nella sua più recente raccolta Tropaion (puntoacapo Editrice 2020), ma anche di essere scelto, ed ecco che il tempo propizio per la lettura, di una singola opera, come dell’intera esistenza, anche attraverso la tenace opera di opposizione all’accecamento e all’abbaglio, ecco che questo tempo si fa strada.
Leggere Tropaion restituisce allora, con grazia, non scontrosa, ma piuttosto cosciente dello scontro insopprimibile che la assedia, il tempo che si è rubato, sottratto a doveri assillanti.
Tra i doni restituiti da Tropaion va menzionata la scelta dei “trofei” – sottolineo il concetto di “scelta” – che puntualizza l’opera chiara del ricordo, pur nella consapevolezza della minaccia del torbido, del caos obnubilante. Tropaion è allora il tramite, la traccia, l’oggetto o l’essere sul quale viene trasferita la tensione, a tenzone avvenuta e, in una catena che si riproduce costantemente, all’annuncio puntuale di una nuova tenzone. È ciò che emerge, ad esempio, da due testi provenienti dalla sezioni Una battaglia non vista: Gli oggetti dopo il trasloco (che mi riporta alla mente la poesia Auszug, “Sgombero”, di Michael Krüger, il quale non a caso scrive colà di “arcigni bauli”) e War Horse, che ha il titolo del film del 2011 diretto da Steven Spielberg e che riporta, sullo sfondo della Grande Guerra, nella terra di mezzo, nell’intervallo tra le battaglie, tra gli scontri cruenti.
In quel campo di battaglia ricostruito, con la grazia della misura e della dizione precisa, ma anche con la forza visionaria dei simboli dell’accampamento, delle feritoie, dell’agguato, della veglia prima della battaglia, anche in quel campo di battaglia, dunque, il ricordo si palesa nella sua etimologia, come un “riportare al cuore”, al cuore del concetto, così come al cuore di chi pensa e rielabora il ricordo. La scelta, la volontarietà del ricordo fa tendere l’orecchio e destare lo sguardo all’indistinto, anticipare il non detto, o scovarlo perfino, portare il bottino del polemos dall’esito eternamente incerto.
La presa di distanza, il campo lungo così come la Mise en abîme (questo è il titolo significativo di un testo dalla sezione Imago) chiariscono la visione, la precisano, senza mai appiattire, diluire, banalizzare.
Non di rado è dalla tensione, e sempre dalla tensione tra il noto e il nuovo, che scaturisce la conoscenza. La tensione è madre e nutrice e guardiana e vivandiera – di conoscenza. Nutrice e guardiana di conoscenza, con una presa in carico della responsabilità di tale ruolo, come dimostrano i testi dedicati ai figli – una costante, questa, nelle raccolte di Raffaela Fazio – della sezione Avanguardia.
A chiudere la raccolta è la quinta sezione, che in realtà è costituita da una singola poesia, Dall’alto del colle: lo sguardo è capovolto rispetto al Canto notturno del viandante di Goethe (“Su ogni vetta è quiete”), ma comune è, nella momentanea distanza dal tumulto, l’attesa e la “felice” sospensione in una «traiettoria del pensiero» colta come dono di feconda riflessione.

© Anna Maria Curci

 

War horse

Terra brulla, una volta campo
di solchi e sementi
vuoto di mezzo
che fosti tempo di attesa leggera
ora ti apri alla tregua
di un gesto.

Tra le nostre opposte trincee
impigliato nel filo spinato
un cavallo
senza padroni.
La schiena madida
il ricordo
come indomito istinto.
Le narici sanno
chi scorda i confini.

Delle tue ombre
spingine una al centro
del fuoco sospeso
io manderò la mia
a liberare
quel fascio di muscoli
il grido, la ferita
che chiede alle mani di entrambi
di riconoscersi uguali
prima del commiato
e cerca tra loro la fuga, la fine
del reticolato.

 

Mise en abîme

Se ogni ricordo
si specchia in un ricordo
come può il tempo
uscire da se stesso?
Vedo il mio occhio:
vorrebbe farsi mondo.
Ma il desiderio
ancora non si sporge
resta nel fondo
di una discesa interna
al suo cadere.
Credevo fossi un’altra
˗ diversi la frattura
il brivido l’abbraccio
diverso anche l’errore.
Eppure la distanza
è immaginaria
è prigioniera
di questa coincidenza
di frattali.
Uguale mentre cambia
il suo riflesso
mi chiama, si getta
nell’abisso.

 

Dall’alto del colle

Il tonfo
dei disarcionati
lo schianto dei vessilli
il cozzo di corazze
tra il crepitio degli elmi
è questo, appena:
un tremito di terra sotto i palmi.

Da qui
null’altro si distingue
che un fiacco balenio.

Tra il fondo della valle
e la ventosa cima del pendio
quale distanza?
Non si misura in ore
di cammino o in dislivelli
ma in una sola cosa:

la vista
non teme più lo spazio

e coglie all’improvviso
il senso della luce:
la mano si disserra
˗ in punta al giavellotto
un nuovo inizio, un lancio
che mi scaglia.

Mi tendo e vibro (sospesa
felice traiettoria di un pensiero)
e non atterro.

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