Paolo Polvani, Il mondo come un clamoroso errore

Paolo Polvani, Il mondo come un clamoroso errore
Pietre Vive Editore, 2017

 

Le pagine di Il mondo come un clamoroso errore, raccolta di Paolo Polvani pubblicata nel 2017 dalla casa editrice Pietre Vive, appaiono fin dalla prima lettura (e ogni successiva lettura conferma questa prima impressione, arricchendola di angolature ulteriori) composte, guidate e ispirate da quello sguardo che sa fermarsi e interrogarsi sugli altri, soprattutto sui ‘dimenticati’.
I «marginali» – così la presentazione sul sito della casa editrice – sono coloro che solitamente ignoriamo, senza aver coscienza (o sospendendola, se coscienza abbiamo) dei “piccoli crimini incruenti” provocati da idiocrazia, egocentrismo e paure create ad arte, da lapsus e rimozioni, così che il mondo appare, come scrive Paolo Polvani, come «un clamoroso errore».
Lo sguardo, invece, che veglia sui testi di Il mondo come un clamoroso errore sa toccare le corde della compassione (Complanare) e del con-dolore, sa spaziare dall’indifferenza perpetrata ogni giorno (Buongiorno) alle tragedie individuali (Lettera a Dio, Una ringhiera) e collettive (Non ci salveremo), al cordoglio dovuto e che il nostro tempo ha reso persino una tabù (A Pino che se ne va).
Altre corde vibrano: sono quelle del dissenso rispetto agli schemi sbrigativi, alle etichette e alle ‘liquidazioni’ (Un nome colorato come una camicia, Una nomade); quelle della speranza che brilla nonostante (Il tuo sorriso è una bandiera, Le operaie sulla bicicletta), quelle dell’esortazione limpida e operosa, nel segno della grammatica della fantasia di Gianni Rodari (Cerchiamo la parola) e, sempre nel segno di Rodari, la critica giocosa ma non meno efficace perché giocosa (Canzoncina per il re della ramazza). Vibra con particolare vigore l’indignazione per i circenses che soffocano ogni pensiero critico, nella poesia che porto con me anche in questi giorni difficili e resi, se possibile, ancora più aspri da ottusità, egoismo, miopia: Purché vinca la Giuve.

© Anna Maria Curci

 

COMPLANARE

Erano allegre, vocianti,
erano tante,
giovani più giovani
della mia giovane figlia
sulla complanare 16 bis,
con bei culi in vista,
ciò nonostante
mi ha fatto male male, ho visto
il mondo come un clamoroso errore,
un enorme abbaglio, un solo,
unico sbaglio.

 

BUONGIORNO

Al suo paese Aziz è un ingegnere.
Qui fa il lavavetri a un incrocio,
ai semafori di via regina Margherita.
È abituato ai dinieghi Aziz, li scorge
oltre i parabrezza, a volte
somigliano a minacce.
Nessuno gli ha mai detto: Buongiorno ingegnere!
Del resto non è scritto
sulla bottiglia con l’acqua e con la schiuma,
sul raschiello, sulle mani e nemmeno
sul viso in bilico tra il sorriso e la disperazione.
Però nessuno gli ha mai detto neanche: Buongiorno Aziz!
A pensarci bene nessuno gli ha mai detto: Buongiorno.

 

UNA RINGHIERA

Guarda: perde una ciabatta mentre scala
una sedia: non è impresa da poco scavalcare
una ringhiera, ci sono i fili della biancheria
c’è lo sguardo dei gatti e le foto
allineate come un cinema muto
e guardare di sotto non porta bene. Una pensione:
ci si combatte con quei pochi euro
si maledice quella cifra esigua ma a che serve
mordere il cielo.

Guarda: la sedia traballa, non bisogna
guardare di sotto, non bisogna. Non ci saranno
angeli a sorvegliare il volo e Superman
sarà occupato altrove. Guarda come si scavalca
una ringhiera.

 

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