Paolo Volponi, Il legno della croce

 

Il legno della croce

Quale metafora rese
verde il corpo accese
di fiamme le piaghe
rosse e taglienti le vaghe
stelle dell’alba, nere
le bocche azzurre, le criniere
dei cavalli rotonde e intere
le acque a onde e bianche
le valli intorno e le calanche
prossime scure e turchine
a costre tra le rovine
confitte e rotte intorno
al legno di quel giorno
piantato a croce e chiodi
già sacro nelle lodi
degli angioli, tanti d’oro
e d’argento in volo e coro
perché il vergine petto
che butta sangue a getto
così copioso e rosso
che ne riempie il fosso
che scorre tra i calzari
dei gentili sicari,
perché nei piedi l’osso
e tanto più grosso
che negli stinchi viola
come furente e sola
è la testa del chiodo
che fuori d’ogni modo
trapassa carni e legno
e tanto poco sdegno
ne viene ai timorosi
ragani sotto con i tignosi
ragni che si pressano
e già le lingue addressano
massima di Roma
di terra tempera croma
di ogni tinta vista
sia pure che frammista
di tale nuovo giudizio
da imprimere uno sfizio
come legge e norma
di cui più alcuna torma
umana scorderà il sacrifizio
nella parola “sizio”
mai più oltre quel giallo
andrà paura o fallo
spartuto tra le folle
schizzato sulle ampolle
mutando acqua e siero
nel serpente più nero
spira e metafora del gesto
delazione del monte del cesto
della sofferenza del colore materno
del cielo del padre eterno
corso del mortal peccatore
nuvole fonde vapore
del sangue che nel rossore
si spante monta gonta
della macchia e dell’onta
perenne su tutta la gente
metafora che non sente
metafore o più sineddochi

biforcute e verdastre
dure come le lastre
delle armature incise
d’ogni pezzo divise
tra figure diverse
membra facce perverse
dei mostri, imperatori
dei più netti colori
il corpo in cime è vaso
di lacrime pervaso
che versa trasparenti
tanto per i dolenti
che per gli indifferenti
i primi nei lor manti
trapunti di gran pianti
in onde capelline
strette nel blu e turchine
che scendono le chine
fin dentro le rovine
del globo e della carne
così ambedue da farne
scheletri e spaccature
dentro le sepolture
risorte rotte a strisce
tra i vermi e le bisce
gli altri volti bagnati
molti di barba ornati
con stretti ricci lilla
sul capo che sfavilla
sotto immensi trubanti
ornati di brillanti
tutti che stan pasciuti
come lieti e goduti
di quella grande scena
più colma che l’arena
verso più vasti lochi
pittura per pitturare
fino a vanificare
il rosso con il rosso
il fosso con il fosso
il chiodo con il chiodo
il legno con il legno
signore non sono degno
resto solo con il segno
che vale solo un pegno
per un futuro regno
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
quando i porci lordano il bregno
e dopo vi scegne a bagno
da una lunga scrittura un ragno
e poco dopo vi annega
la lunga esse a sega
dei panni santi in gioco
del sangue della grazia del fuoco
che abbonda pietoso
il figlio suo all’eroso
esalato di fuochi e di sudore
da tutto il grande calore
di una mosca turchina
che lascia una puntina.
metafora che sente
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 


© Con testo a fronte (1986), ora in: Paolo Volponi, Poesie 1946-1994, a cura di Emanuele Zinato, Prefazione di Giovanni Raboni, Einaudi, 2001, pp. 229-30

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