proSabato: Pier Paolo Pasolini, Lo ripeto: io sono in piena ricerca

Pier Paolo Pasolini
Lo ripeto: io sono in piena ricerca

 

Nell’impubertà, avevo due spaventi mitologici: quello di essere sepolto vivo, e quello di essere accusato innocente. La seconda cosa mi è tanto accaduta che è successo l’incredibile: mi ci sono abituato. Ora sono accusato innocente su questioni linguistiche. Per fortuna ho un alibi, come si dice, di ferro: la pubblicazione delle «Nuove questioni linguistiche» per intero, sulla rivista «Rinascita» (sabato 26 dicembre 1964). Del resto ho anche testimoni che mi hanno sentito elogiare con fermezza il sublime riassuntino di quella mia conferenza, sul «Corriere della Sera». Enrico Emanuelli – che, dalle colonne del «Corriere della Sera», mi «accusa innocente» – poteva fidarsi più di quel sublime riassuntino che dell’intervista sul «Giorno» nel corso della quale, con impeto e toni colloquiali, ho sfiorato tanti altri problemi oltre a quelli linguistici. Lo stesso Arbasino, quel caro pazzo, mi ha capito male. Sì, capito male, capito male: proprio come un ascoltatore che ascolta un conferenziere noioso. (Ma se avesse dato un’occhiata ai testi di Marx e Lenin almeno una volta nella sua vita, forse mi avrebbe capito meglio: non sarebbe ora che Arbasino citasse almeno un pezzettino di Marx? Magari anche quello del centro-sinistra, non chiedo molto. Manca a Arbasino la «dimensione classista» del mondo, e questo infatti appiattisce il suo ultimo libro «Certi romanzi» fino a renderlo una specie di centone medioevale: in cui tutti trovano posto, isofoni, isoglotti, isocefali nella grande piramide gerarchica dei valori di un solo mondo: quello della borghesia). Io, nella mia conferenza, avevo certo scoperto un uovo di Colombo: lo ammetto. Ma non ammetto, con Emanuelli, che quest’uovo di Colombo sia stato scoperto prima. Egli cita la mia amica, e cara amica, la Corti. Ma quello che dice la Corti a proposito della possibile e in parte attuata nazionalizzazione della lingua italiana – e che Emanuelli cita a distruzione di ogni mia novità – io l’avevo già detto e scritto (certo con minor competenza) cinque o sei anni fa! Tutti allora – e anche prima – in piena cultura neorealistica e impegnata, credevamo che la nazionalizzazione dell’italiano sarebbe avvenuta attraverso quella cultura, e lungo la lenta e sicura via nazional-burocratica, con Roma capitale televisiva d’Italia! C’è stato un momento di ottimismo, in quegli anni, che ora arriva con un certo ritardo nelle Università: l’ottimismo dell’impegno, della scoperta della «vera» Italia, la floridezza letteraria e cinematografica, il Terzo Programma ecc. ecc. Spero molto che la Corti – e gli altri filologi che Emanuelli dice al lavoro per smentirmi – prendano in esame il reale documento del mio atto battesimale dell’«italiano nazionale» e non si accontentino di referti (come quello veramente celestiale di una certa Berlinzoni o Berlinghieri del «Paese-Sera», in cui risulta che io «auspico» – sic – una nuova lingua). Ma il lettore ha diritto di sapere meglio come stanno le cose. Non ho la sublime capacità sinottica del cronista del «Corriere della Sera», ma proverò a riassumere la mia conferenza. L’italiano medio non è una lingua «nazionale», ma è sempre stato, finora, la lingua della borghesia italiana. Essa l’ha formato «adattando» alla vita statale una lingua puramente letteraria. Ora la borghesia italiana è sempre stata una classe «dominante» retrograda (tanto è vero che ha dato il fascismo): non ha mai saputo «identificarsi» con l ‘intera nazione. Quindi il suo potere, la sua cultura e la sua lingua (che sono una cosa sola) non si sono mai identificati con l’Italia. In Francia, per esempio, ci sono stati due momenti realmente «egemonici» (unità di potere politico, cultura e lingua): la monarchia e la borghesia rivoluzionaria e industrializzatrice. Ecco perché il francese è una lingua realmente nazionale. Ecco perché il francese è una lingua profondamente «comunicativa». Dopo il fascismo, l’italiano ha risentito una prima ondata di democraticità.  La Resistenza è stata un moto popolare: ed è stata l’Italia popolare, dialettale, periferica che è entrata in scena. Il cinema e la letteratura se ne sono impadroniti: ed è cominciata quella cultura neorealistica e ottimistica che dicevo prima. Essa era certa di una lenta modifica della lingua italiana attraverso mezzi puramente culturali e letterari: era certa dell’unificazione della lingua attraverso un democratico arricchimento linguistico, ottenuto con contributi paritetici da tutti i livelli culturali, religiosi e classisti. Pia illusione (che ora si perpetua nelle Università). Con il «boom» le cose sono violentemente cambiate. Alla vecchia borghesia italiana paleocapitalistica e priva di ogni tradizione rivoluzionaria, si è sostituita di colpo (al seguito di un generale avanzamento del capitalismo europeo in questo senso) una nuova borghesia che, almeno in nuce, è neocapitalistica e tecnocratica. L’Italia del Nord si è posta a livello decisamente europeo: è entrata in una fase di completa industrializzazione, e ne sono nati problemi completamente nuovi per l’Italia. Col Sud (l’arcaico Sud, partecipe anche esso nel dopoguerra all’integrazione dialettale) si è instaurato un rapporto, che anziché colonialistico è… neocolonialistico. La nuova borghesia delle città del Nord non è più la vecchia classe dominante che ha imposto stupidamente dall’alto l’unificazione politica, culturale e linguistica dell’Italia: ma è una nuova classe dominante il cui reale potere economico le consente realmente, per la prima volta nella storia italiana, di porsi come egemonica. E quindi irradiatrice, simultaneamente, di potere, di cultura e di lingua. Un esame attento dei vari sottolinguaggi che formano una lingua, dimostra che l’italiano sta infatti subendo una profonda modificazione (anche se non siamo che ai primi vagiti di un neonato): ossia: essendo una lingua fondamentalmente letteraria, l’italiano è sempre stato nella sua storia «conservatore» e «espressivo». Ogni volta che succedeva qualcosa nella società o nella cultura italiana che modificasse la lingua, le nuove stratificazioni linguistiche così nate venivano «ammassate» con le precedenti, conservate, e usate poi in funzione espressiva. Ecco perché l’italiano è tanto più ricco di «forme» di ogni altra lingua. Ma ora succede che un nuovo «spirito» (a sostituzione dunque di quello letterario umanistico) investe dal profondo la nostra lingua. È lo spirito della nuova classe egemonica tecnocratica: lo spirito tecnico. Esso tende a rendere la lingua «moderna» (a far cadere cioè le forme e le stratificazioni concorrenti, a «omologare» le varietà) e «comunicativa». È un fenomeno che succede per la prima volta nella storia italiana, anche se ancora timidamente, perché per la prima volta nella storia italiana si può parlare di una classe egemonica (in cui il tecnico parla come il tecnocrate , e le aziende sostituiscono i monasteri, i municipi , le corti e le università come centri elaboratori di lingua). In tutto questo non c’è nulla di anormale: è così – e non nel modo previsto ovviamente alcuni anni fa – che l’Italia tende a diventare una nazione moderna ed europea. E mentre l’avvento della tecnologia e del suo linguaggio brutalmente funzionale, nelle altre nazioni avanzate, non è che una evoluzione, in Italia è invece una «rivoluzione» linguistica: «perché l’avvento della tecnologia e la costituzione di una classe potenzialmente egemonica coincidono». Come il lettore vede bene, queste non sono che constatazioni. E può darsi che siano constatazioni sbagliate (schematiche certamente, in questo riassuntino): e allora si polemizzi contro le mie constatazioni, non mi si «accusi innocente» di desiderare i fenomeni che constato. Perché al contrario – umanista elegiaco come sono –, io trovo orrendo un futuro tecnologico: ma non posso nemmeno, però, fare come gli struzzi: cioè chiudere gli occhi davanti a questa realtà. Il futuro non si configura come una lotta tra «comunicatività» ed «espressività»: ma come? in che termini? con che mezzi? È questa la serie di problemi che dobbiamo affrontare,altro che tirar fuori Cattaneo, come fa Emanuelli, o Dossi, come fa Arbasino. Essi credono che la letteratura conti qualcosa, come se non sapessero che infine non ha mai contato se non come guida spirituale, o pretesto, o paradigma di libertà interiore (che è molto, molto: ma non è nulla contro il fatale costituirsi ed evolversi di una società): e meno ancora conterà nel futuro, quando l’industria culturale farà ciò che vorrà della letteratura (e già comincia: dei brutti romanzi sono lanciati come prodotti e fatti passare come prodotti autentici).
.  Quando io parlo di spostamento linguistico dall’asse Roma-Firenze all’asse Torino-Milano, ne parlo con dolore. Perché non si tratta di recuperare tradizioni regionali (che Dio sa quanto io amo), ma si tratta di stabilire una nuova configurazione dello spirito nazionale italiano. Insomma, il mito della tecnologia, l’hanno le avanguardie. Non io. Sono loro che da qualche anno hanno cominciato a mimare il «parlato» dell’«homo technologicus». Pazzi. Lo sanno che il loro mito tecnologico è la loro distruzione. Ma vogliono distruggere ed essere distrutti. Questa è la situazione pura dell’ideologia ideologica delle avanguardie. E questo loro inserimento in un momento «distruttivo e autodistruttivo», in un momento «zero», è la loro autenticità, oggi. Sono infatti inattaccabili: e ricordi Emanuelli la penosa tavola rotonda cui egli ha partecipato all’«Espresso». La realtà è che un borghese non può attaccarli, se non identificandoli con certi movimenti d’avanguardia del passato, e così rimuovendoli. Una nuova mano di nero sulla coscienza. Quanto a me, ripeto, sono in piena ricerca. Non rinnego affatto il mio lavoro degli Anni Cinquanta, e non accetto le critiche moralistiche che in nome del «marxista perfetto» mi muovevano gli stalinisti di allora. Sento tuttavia superata, oggi, quell’operazione di scavo in materiali sub-linguistici che è stata poi l’operazione principe della letteratura impegnata. Occorrono evidentemente altri strumenti conoscitivi: ma quali? Nell’intervista citata da Emanuelli parlavo con Barberis, l’intervistatore, del linguaggio tecnologico come allettante, è vero: ma semplicemente in questo senso. Ho in mente un «remake» dell’Inferno dantesco. Si tratta di un’opera pamphlettistica, e quindi ironica in più direzioni: e, siccome del Paradiso in costruzione, esistono due progetti, uno marxista e uno neocapitalistico, pensavo di esporre il progetto neocapitalistico in una lingua italiana futura: puramente comunicativa, col suo principio unificatore e omologatore tecnologico. Tutto qui. È poco, lo so. Siamo ancora a Charlot che porta l’antico uomo «umano» dentro la fabbrica disumana. Ma finché – invece di collaborare insieme a «capire» il nostro futuro – ci rinchiuderemo nelle nostre competenze coi nostri Cattaneo o i nostri Dossi, non saremo capaci di immaginare altro che sotto il segno di un umanesimo con la bombetta e con le pezze sul sedere.

 


Pier Paolo Pasolini, Lo ripeto: io sono in piena ricerca, articolo apparso su «Il Giorno» del 6 gennaio 1965

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