Poesie da “La vita della parola” di Bonifacio Vincenzi (Nota di lettura di F. Alaimo)

L’inafferrabilità dell’esistente nella poesia di Bonifacio Vincenzi

di Franca Alaimo

 

La poesia di Bonifacio Vincenzi esprime la lacerazione di vivere in un mondo falso, limitante e limitato, simile al palcoscenico di un teatro che i più calcano senza la consapevolezza di fare parte di un insulso ingranaggio, vittime della «istigazione dei desideri» quale «efficace forma di controllo» (p. 38). Una società cosiffatta non può che avere “terrore degli uomini liberi” e non amare i poeti e quanti si sforzano di cercare il senso dell’essere e del suo dissolvimento: «Non si sfugge al delirio/ nemmeno al vuoto. Non si sfugge alla scomparsa/ e alla sua attesa» (p. 33), senza che sia possibile, fra l’altro, giungere al cuore dell’enigma.
Da qui la questione del rapporto tra realtà e poesia, che, nel farsi voce del fluire inesausto e misterioso delle forme, tenta di dare a queste ultime una qualche possibile durata. Lo stesso titolo La vita della parola conferma la necessità di ancorarsi alla lingua poetica come al solo strumento capace di disegnare una mappa orientativa all’interno dell’inafferrabilità dell’esistente, facendo da casa a “realtà disperse”: volti, voci, gesti, paesaggi precipitati in un altrove spazio-temporale anch’esso inconoscibile, o forse soltanto nel nulla: «Il mondo era una narrazione errante in cui si/ contemplava il nulla riempiendolo di presenze già/ promesse all’assenza» (p. 37).
Un ruolo fondamentale svolge la memoria con la sua discesa nel passato dal quale recuperare immagini che, grazie al potere evocativo della poesia, tornino a pulsare ancora di luce e sonorità, spargendosi come brevi lampi all’interno di una tessitura dolorosa, mitigando appena il sentimento del disincanto. Ed ecco che s’accampano nei versi echi di suoni lontani («un riso/ di bambini in un campo di papaveri rossi»), giochi, sogni infantili, brillii di superfici.
Perché una cosa è certa: il poeta non può sfuggire alla bellezza effimera del teatro effimero del mondo, il suo movimento incantatorio, le epifanie dei suoi elementi naturali («il tatto, i suoni, gli odori […] i colori struggenti dell’autunno, il mare/ giallo di ginestre a primavera») e al desiderio di tracciare spazi sulla soglia del finito, liberando vibrazioni interiori in un intrecciarsi commosso di stupore e smarrimento.
La terza sezione del libro, La memoria dell’assenza, dedicata al padre scomparso, costituisce il punto inevitabile di arrivo di questa visione della vita e della poesia. Nel fulgore iconico dei paesaggi mediterranei («il sentiero degli ulivi», «foglie arrugginite d’autunno», «pioppi ventosi», «l’erba alta che trema nel frutteto») si muove ancora il corpo del padre, come se le cose non fossero altro che le pietre miliari di un viaggio a ritroso della memoria che proietta nella scena dell’oggi ciò che appartenne all’ieri, ridando forma e vita a chi ormai abita il mistero della morte.
È questa la sezione in cui la postura etica, un po’ rigida e disillusa che aveva caratterizzato in modo particolare la prima sezione della silloge, cede all’elegia e alla commozione che sa di lacrime trattenute.
Ed è da questo “sacro” amore filiale che bisogna partire per comprendere quei toni d’aggressività sfiduciata nei confronti della generazione attuale, che, trascurando la parola dei padri, apre voragini di disamore, coltivando quella “religione dell’apparire” che caratterizza la nostra epoca assoggettata alla comunicazione virtuale in cui la vita «ha ritrovato/ il suo specchio, ora che il virtuale/ è tutto quello che in fondo l’ha sempre/ riguardata» (p. 19), smarrendo quell’ansia conoscitiva, quel desiderio dell’oltre, quell’interrogazione del trascendente che fa di un uomo un vero uomo: «Ma poi penso che quello/ che fa di me un uomo, per metà pazzo/ e per metà dio, è tutto ciò che non so,/ la parte più oscura a cui volto le spalle» (p. 24).

© Franca Alaimo

 

Si arrocca già un tratto di trama
che a fatica colgo
da incerto esploratore
di memoria inerte.
Anche se ti allontani
dai miei pensieri
non c’è giallo di ginestre
né battito d’ali
o azzurro di cielo
che non mi riporti
la tua voce a dirmi
dalla sovranità dell’impensato
io sono tuo padre.

 

Non esistono uomini liberi, il mondo ha terrore
degli uomini liberi. Apparenze, labirinti, campi
fluttuanti di idee. Non potendo abolire il tempo
l’istigazione dei desideri è un’efficace forma di
controllo. Milioni di falene attratte dalla luce,
tutti seguono tutti, si confondono, amano sempre
quello che non possono avere. Volontariamente si
allontanano dalla libertà. Malati di dolore saldano
attimi che sono lontani dalla loro storia.

 

Il suo destino era nelle parole, la sua vita aveva
un significato soltanto per quello che ne dicevano
gli altri. Si muoveva su una strada che immaginava sua.
Il filo seguiva il percorso e la meta. La stessa per tutti.
Edifici, strutture, paesaggi, macchine mobili, realtà
mutabili, movimenti immaginati, interpretazioni
illimitate, un grande teatro per una grande recita
collettiva. Tutto e il contrario di tutto. Anatomie
differenti, frotte di piccoli umani che uscivano dai
luoghi del trattamento. Libertà, democrazia,
omologazione, percorsi già tracciati nei grandi recinti
in cui si è suddiviso il pianeta. Ognuno con le sue
regole, diverse ma sempre le stesse per tutelare un
mondo in cui quando si entra si può uscire
solo da morti.

 

Un cielo lavato dal vento
i volti che mutano in un gioco
regolato dal tempo: di cose appena
comprese si grava la vita che indosso.
Ciò che conosco mi è stato inculcato
pian piano; a volte mi sorprendo a cercare
uno spiraglio di luce, qualcosa che apra
una finestra su me, che mi faccia dire
sono io al timone, io quello che guarda
dall’altra parte. Ma poi penso che quello
che fa di me un uomo, per metà pazzo
e per metà dio, è tutto ciò che non so,
la parte più oscura a cui volto le spalle.

 

Giorni in corsa da fuggiaschi, la religione
dell’apparire, fortezze di ego in costruzione
si può vivere così o andarsene
comprendere fino a che punto il male
diventi il bene di tutti. E poi è così netta
la voragine tra padri e figli, un mondo
crolla mentre l’altro si edifica sulle
macerie. Eccola la vita, ha ritrovato
il suo specchio, ora sa che virtuale
è tutto quello che in fondo l’ha sempre
riguardata.

 


© Bonifacio Vincenzi, La vita della parola, Ed. Macabor, 2020

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