Veronica Chiossi, Candeggina. Nota di lettura

Veronica Chiossi, Candeggina, Roma, Edizioni Ensemble, 2019, pp. 54, euro 12

 

La prima cosa che la mente associa al sostantivo “candeggina” è il titolo di un album dei Nirvana del 1989, appunto Bleach. Cos’abbia questo a che fare con la raccolta Candeggina di Veronica Chiossi (Edizioni Ensemble 2019) non è difficile da spiegare: è quella ruvidezza asciutta, uno stile “stropicciato” – “grunge” se vogliamo – che si fa in una ricerca lirica non retorica né scontata. Uno stile che non tenta di costruisce impalcature di maniera: piuttosto lascia libertà alla lingua inglese di fluire e trasporta l’italiano dentro sé, talvolta a fianco. In questo suo primo libro di poesie l’autrice pesca da un groviglio familiare e dall’esperienza tra Italia e USA – dove ha vissuto per quasi dieci anni – costruendo i propri testi in inglese con auto-traduzione: una poesia che nasce bilingue e attraversa alcuni dei repertori della realtà più cari alla quotidianità senza renderli emblematici né metafisici − del tutto estranea, perciò, alle prove di Amelia Rosselli. Aeroporti, parchi, centri commerciali, strade, downtown non come “non luoghi” ma ‘nuove posizioni’ per esistere e ripensarsi, attraverso la forza del ricordo, tra la Sicilia della famiglia e la Venezia dove è cresciuta. Un ricordo, però, con cui fare i conti, non privo di un peso organico e sostanziale, ad esempio nel rapporto col materno: «Mother is a vague word./ her love is sunbaked, saturated, a magma/ pumping “I still feel you in my womb!”» ossia «Madre è parola vaga./ Il suo amore è cotto al sole, saturo, un magma/ ribollente “Ti sento ancora nel mio grembo!”» (da My mother and the ocean, p. 12). Un linguaggio più vicino a quello della poesia-canzone statunitense che della poesia letteraria: più vicina a certi testi di Suzanne Vega e PJ Harvey. In questo senso Veronica Chiossi sarebbe una songwriter che non canta.
Se questo libro fosse uscito negli Stati Uniti forse potrebbe essere incluso in quella produzione italo-americana che muove da un bagaglio irrinunciabile: la memoria che si reincarna due volte, nell’inglese e nell’italiano, si avviluppa, mai stride; si fa forza, anche in un certa solitudine che sembra echeggiare nel fondo, fare da substrato. C’è lo ieri e il qui ed ora, un tempo passato, metabolizzato. Forse questa scelta delle due lingue diventa, a pensarci, l’appiglio perfetto per ridirsi e per ascoltarsi, e per risignificarsi senza indulgenza.

 

Maladjusted waiting instructions

Pieces of me lay on the paint-bombed Eastside,
last rampart against yoga crusaders,
pieces in the suburban south,
spawning Victoria’s secrets
and Assyrian-themed shopping malls,
suitcases and dilemmas and conditioners.
My first name in In between houses,
my last name In between jobs,
which is why I rent a PO box
I’d like to stuff myself in −
into that smooth metal hole,
clean.

Disadattata attende istruzioni

Pezzi di me sparsi nell’Eastside bombardato di graffiti,
ultimo baluardo contro i crociati dello yoga,
pezzi di me nelle periferie del sud
che sfornano Victoria’s Secrets
e centri commerciali in stile babilonese,
valigie, balsami, dilemmi.
Il mio nome: Sto traslocando,
il mio cognome: Sto cercando lavoro,
è per questo che noleggio una casella postale
in cui mi infilerei −
dentro quel buco metallico
liscio, pulito.

.

© Alessandra Trevisan 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: