Bustine di zucchero #32: Umberto Piersanti

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Piersanti

Nella poesia di Piersanti, che è «essenzialmente vocale e vocativa, sonora e di unitaria, sostenuta tonalità» (Roberto Galaverni), riscopriamo le invarianti che ormai la caratterizzano quali: l’attenzione per i luoghi amati, in particolare le colline delle Cesane che il poeta spesso rievoca nei suoi versi; il sentimento per la natura, rigogliosa e silvestre, catturata nei suoi passaggi e avvertita con stupore – sentimento, questo, d’antica ispirazione virgiliana; la poesia come strumento per assolutizzare l’esperienza. Si aggiunga, su un piano più soggettivo, il sentimento paterno e lirico verso suo figlio Jacopo, «offeso dal male, figura di un’esclusione che mescola insieme i tratti della condanna e della grazia» (Daniele Piccini), figura che vive un «tempo separato» e «che non conosce i giorni», figlio sublimato nella sua solitudine, nel suo sorriso, presenza costante nelle raccolte dello scrittore urbinate, nell’evoluzione dei suoi anni («Sisifo del mio tempo/ e del mio sangue»). La poesia La giostra è, infatti, la prova, una delle tante e diverse, del moto interiore del poeta, moto che fermenta in versi spontanei quasi come piante, di uno sguardo «sgomento ad appartato», struggente e partecipe degli attimi del figlio sulla giostra lenta, riflesso di una lentezza vitale e necessaria (che gli altri rifiutano), zattera senza compagni. Scopriamo, così, l’antica frattura che costituisce una rifrazione di stati d’animo oscillanti fra commozione e dolcezza. Il mondo di Jacopo è muro invalicabile, silenzio di cristallo da maneggiare con cura, è il nuovo tempo ferito e immoto («sei cresciuto Jacopo/ dall’altr’anno,/ ma i giochi e lo sguardo/ sono gli stessi,/ figlio, il tempo non ti riguarda»), separato dai giorni che fanno rumore, è la direzione contraria in un universo ignaro. Jacopo cammina per la strada più lunga, il padre ne segue i passi. Abbiamo di conseguenza il poeta che osserva il cosmo da un suo angolo, non per cercare risposte, ma per interrogare quella tensione interiore perché restituisca il senso della presenza e di una pervicace vitalità. Sono versi che confidano alla pagina una vibrazione insieme intensa e leggera, dolente e illuminata. In questo percorso perdura una parola corporea, ispirata, capace di rilevare, con un misto di slancio emotivo e di equilibrio, il dramma e la bellezza, volta a interrogarsi, sgomentarsi, riappropriarsi di un tempo vissuto. La poesia, in generale, non dona soluzioni, ma le parole che s’innervano e s’infiltrano nei meandri di un dolore formano un filamento dorato che lo rende prezioso. Proprio come la famosa tecnica giapponese del kintsugi, la poesia testimonia l’arte di abbracciare la cicatrice per renderla importante e unica, un’arte che rispecchia, per dirla con le parole dell’Alfieri, l’uomo quale essere «vivissimamente sentente». Ecco, allora, nei versi di Piersanti si rigenera l’anelito di narrare per capire, per fissare il momento, fermare il lampo e renderlo vivente, elevarlo a promessa di vita – atto di grazia.

 

Bibliografia in bustina
U. Piersanti, I luoghi persi, Torino, Einaudi, 1994.
U. Piersanti, Per tempi e luoghi, Bologna, I Quaderni del Battello Ebbro, 1999.
U. Piersanti, Nel tempo che precede, Torino, Einaudi, 2002.
U. Piersanti, L’albero delle nebbie, Torino, Einaudi, 2008.
U. Piersanti, Tra alberi e vicende. Poesie 1967-1990 (a cura di A. Moscè), Milano, Archinto, 2009.
U. Piersanti, Nel folto dei sentieri, Milano, Marcos y Marcos, 2015.
R. Galaverni, Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei, Roma, Fazi Editore, 2002.
D. Piccini, recensione alla raccolta Nel folto dei sentieri nella rubrica Lo scaffale di poesia, della rivista Poesia, n° 306, anno XXVIII, 2015.

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