Daniela Scuncia, Poesie inedite

Una piccola sequenza di versi frammentati e rimanere abbagliati dal «biancore della sclera»; ritrovare in questo biancora una lontana eco delle «toppe di inesistenza […] pronte a farsi movimento e luce» della sereniana La spiaggia. Anche questi versi di Daniela Scuncia «parleranno». Il lascito, l’eredità, il segno, l’impronta; la luce stessa che può venire da lontano può essere un segno di qualcosa che è stato e che ora non c’è più, e nonostante ciò noi la vediamo ancora. Non è questo alla fine il senso della poesia? e dell’esistenza stessa? Lasciare un segno anche là dove tutto muta e pare cancellare ogni cosa (l’azione della calce). (fm)

 

Abitare la mutevole stagione
mutando in calce
il desiderio
consegnando al fondo
solo il biancore della sclera
– un barbàglio di luce –
il riflesso dell’osso.

E nella polvere lasciare
solo l’impronta per
aver voluto/bevuto

e nella polvere lasciare
solo il seme a morire.

 

 

E ora (tutti insieme)
un’ovazione ai miei ricordi.

Ma solo a quelli persi lasciati
abbandonati o soffocati
al risveglio.
Quelli stracciati come un’alga
viscidi e spezzati dentro.
Quelli morti tra le risate
cuciti addosso ai sogni
e poi riposti a caso.
Tu e tu e tu che tenevate il filo
voi che tagliavate il senso
e poi la forma e la sostanza,
voi ch’eravate ombre
di rami dissolti in un sospiro
in un mattino a caso.

Che farmene di voi pietosi resti,
bave rilucenti e maschere?

Di voi mi resta un segno
la traccia smarrita e curva
di perse emazie rare.

 

Mi si è incrinata la vita,
appena un poco
sull’unghia
– sembrava una così bella giornata –
una linea attraversava la fronte
(il cranio allineato
interrotto minato)
e lacrima un poco
per gioco
Eppure, afferro ancora il bicchiere
lo porto alle labbra
allungo la mano
e sollevo la gonna
Mi pareva dicessi qualcosa…
Non è la mia mano
chissà dove mai l’avrò messa,
magari sull’uscio
attaccata alle chiavi di casa
Sarebbe bastato un piccolo sogno
uno da nulla, a buon mercato
invece resto dispersa nel corpo
nel sangue
e nell’acqua da bere.

 

 

Reclamo il mio diritto
– quello semplice – di oppormi alla mia pelle
alla grazia delle unghie alla francese
al cappio delle vene che premono sul collo.
Mi oppongo a questo pane
tagliato con l’elastico da banco
appiccicoso di un qualche talento
fissato come l’odore di vecchiaia
salendo le scale, di un giorno,
quando ero bambina.

 

 

Ha un coltello in mano, signore?
Certo. È molto affilato. Non vorrei farle male
più del necessario.
Ma soffrirò, signore.
Mi pare logico. Cosa si aspettava?
Succede sempre così quando ci si stende
con tanta grazia su un vassoio.
Mi farà male…
La prego di non gridare troppo,
si dia un contegno. La guarderanno tutti.
Non sarà terribile: sarà solo un piccolo buco nel cuore.
Ma ci sono così tante parole là dentro, finirò col perderle.
Solo qualcuna. Non tema.
Dovrà averne ancora molte alla fine,
altrimenti non potrò dire di aver operato bene.
È inutile chiederle di essere risparmiata.
Ho già iniziato.

E ho finito. Si alzerà domani. Oggi no.
Grazie.

 

© Daniela Scuncia

Un commento su “Daniela Scuncia, Poesie inedite

  1. Mi piace quel tanto
    che al significato sfugge.
    Questo arrotolarsi su se stessa.
    Della parola che insegue il significato e viceversa…
    …”di oppormi alla mia pelle
    alla grazia delle unghie alla francese
    al cappio delle vene che premono sul collo.”
    Mi piace questo aereo in volo in assenza di atterraggio!

    Le parole hanno il vanto di chiamarsi porto.

    Grazie, Daniela Scuncia.
    Grazie Michieli,
    abbracci Poetarum.

    Piace a 2 people

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