Mariachiara Rafaiani, Dodici ore (Nota di Sara Vergari)

Cosa c’è dall’altro lato del mio polso?
Mariachiara Rafaiani, Dodici ore, Edizioni La Gru
Nota di Sara Vergari

 

Esistere è un incontro, muoversi nel mondo, toccare le esperienze, sentire addosso l’avanzare del tempo, la poesia è un incontro con la consapevolezza del proprio essere qui. La poesia di Rafaiani è un atto di presenza che si viene affermando in un continuo incontro tra il sé e l’altro, tra le proprie percezioni e ciò che accade attorno. La forma della poesia-diario, rivolta sempre a un Tu, rappresenta già un primo indizio di questa poesia-incontro che inizia in un Preludio fortemente esaustivo sul viaggio che sarà Dodici ore.
“Sul principio la confidenza è un senso / nauseabondo di panico” dicono i primi due versi, perché la conoscenza dell’altro ci mette di fronte alle responsabilità, agli errori, ci porta a chiederci quale sia il nostro posto nel mondo. “Io dagli altri / ho imparato ad essere me stessa” chiudono gli ultimi due versi, perché l’incontro con l’altro è l’unico modo per affermare la nostra presenza qui.

Sul principio la confidenza è un senso
nauseabondo di panico
Sono testimone e sotto accusa
per questo mondo che cambia, il nostro
fatto di pietra, non di pietra sufficiente

Genova è obliqua e senza razza
Contestabile guerriera nella lotta per la conservazione
.                                                  della bellezza 

Cosa c’è all’altro lato del mio polso?
E su cosa s’interroga la fratellanza?
Dov’è finita la parola sacra che coglieva
e, forse, giustificava gli screzi?

*

La comprensione è una scelta e una dote
un dolore se non sai che giro
nei quartieri arabi di Granada
nell’altopiano dei sogni mi prendi il polso
prendimi il polso, sentimi il polso, mi senti?
La comprensione è compenetrazione totale
è il silenzio che non trovi a Granada…
(…)

*

Il nostro tempo è infinito, buon viaggio
ma parliamo di un viaggio che si incrina
corruttibile, quieto, irruento
gelido alza gli occhi sui campi
delle stagioni passate
sulle vecchie colture
Così girasoli che seguono campi di grano
e terra che ogni anno si svena
e tu sfiori le mie palpitazioni
Novembre come febbraio, così come giugno
si parte e nessuno si attende
Le strade, i papaveri, lo sterco

“Mi siedo sulla marea dei miei cicli”, così inizia il viaggio di Dodici ore, un movimento di esperienze vissute con l’istinto e la fame dei vent’anni, un periodo che dura ancora e che, in quanto presente, non ha la pretesa di tirar già le somme. Se il tempo si conquista con il tempo è giusto che questo viaggio non sappia dove porti e che tutte le mete siano una meta possibile, che resista l’innocenza di potersi espandere ovunque, non per possedere ma per conoscere (“l’esistere non si possiede / si osserva”). Eppure, su questo presente che vive tra l’Andalusia, le colline delle Marche e altre geografie reali, pende una consapevolezza senza tempo – o maturata prima del tempo – che riecheggia attraverso lo spirito rilkiano dei Sonetti a Orfeo, più volte richiamati. È la presenza di un lato oscuro, del buio, delle “dodici ore”, appunto, che seguono alle dodici di luce. Mortalia, una sezione della raccolta, si apre così con Rilke: “Solo nel doppio regno / divengono le voci / eterne e dolci”. Il nostro essere “mortalia” – addirittura più che “mortales” – si manifesta già in quest’epoca dei vent’anni e paralizza i movimenti in stasi, priva di senso, rende tutto ripetizione di qualcos’altro.

Il nostro viaggio in treno, non so quanto sia durato,
un attimo
ti dissi e mi sembrava solo ieri
d’aver visto il Tavoliere delle Puglie
dietro il finestrino

La signora s’apriva la birra
e l’altro sul sedile cobalto tesseva
sfogliando il giornale
la sua lunghissima storia d’amore

Voglio morire d’inedia con una lama
che m’attraversa il ventre 

Tutto s’è scolorito oltre la traiettoria
.                               dei miei occhi
oltre gli steli, oltre questo volo perpetuo
.                                       di vita

 *

In Val Camonica sappiamo s’è espressa
nei tempi del camminar lento,
del duro sopravvivere
la prima volontà d’affermazione
Forse si percepiva il rischio dell’afasia
e si sapeva che non l’assenza di sonno
ma l’assenza di senso muove le pale
del tornado, spalancano la bocca
del tempo. Dove non c’era l’acido, non la carta
e mi prendevi tra le braccia
se non riuscivo a camminare
Alle pendici indifferenti dei monti
e non fosse stato lì
o forse proprio lì dove la madre si manifesta
lo scalpello ha lanciato un grido

L’incontro è vita, estasi, incoscienza ma, per quella doppia e opposta natura che Rafaiani ci mostra nella sua poesia, è anche ammonimento, inadempienza, rottura. “Tutte le città s’assomigliano”, “tutto ciò di cui sono consapevole è inutile”, in questo mistero che ci avvolge “vivere è una scelta di presenza”.
Il viaggio intimo di Dodici ore non si conclude, è l’inizio di un percorso poetico e di vita che per ora sappiamo essere arrivato all’incontro/scontro forte e liricamente intenso con la realtà del divenire adulti.

Sono qui a soppesare il valore
dell’uomo, a cercare il modo
di essere felice, lo splendore
dell’esistenza altrui, la scrittura
Non più qui ma oltre,
oltre questo viaggio, oltre
la sorte, oltre lo sconforto

Minuscola mi muovo
su qualcosa di minuscolo
dentro qualcosa d’infinito
e ho dentro qualcosa d’infinito

ma mi riduco alla giacca
che indosso, all’espressione
che ho in volto, al profumo
che metto, al treno
su cui salgo
Mi riduco alle persone che amo

© Sara Vergari

 

Mariachiara Rafaiani, Dodici ore, Edizioni La Gru, 2018

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