Lorenzo Pompeo, Belgrado capitale della poesia serba: gli anni d’oro (1952-1961)

Belgrado capitale della poesia serba: gli anni d’oro (1952-1961)

 

Dal momento che la “città bianca” (così suonerebbe la traduzione della città serba) fu la capitale di due stati, uno dei quali non esiste più, può essere considerata una ovvietà il fatto che tutte le energie intellettuali e creative del paese confluissero qui da tutta la Serbia, allora repubblica della Jugoslavia, che si stava rapidamente evolvendo da una economia prevalentemente rurale verso una industriale. Tale metamorfosi implicò uno spostamento verso i principali centri urbani, tra cui Belgrado, di masse di contadini.
Se andiamo ad analizzare da vicino i principali eventi della poesia serba, il periodo in questione, per diversi motivi, fu uno dei più fecondi. In questi anni debuttarono quelle che sarebbero diventate le figure più importanti della poesia serba del dopoguerra (Miodrag Pavlović, che esordì nel 1952, Vasko Popa l’anno successivo, mentre Ivan V. Lalić pubblicò la prima raccolta nel 1955) e si consumò la luminosa meteora di Branko Miljković, morto suicida (ma in circostanze sospette) nel 1961.
Nel 1948 la Jugoslavia di Tito era stata espulsa dal Cominform (l’organizzazione dei partiti comunisti sotto il diretto controllo di Stalin). Quest’ultimo riteneva che la scomunica avrebbe scalzato la leadership di Tito che, al contrario, ne uscì rafforzata, anche se quella frazione del Partito comunista al potere (che da allora cambiò il nome in “Lega dei comunisti di Jugoslavia”) fedele a Stalin venne rapidamente espulsa e messa agli arresti. Il boicottaggio economico della Jugoslavia da parte dei paesi del Cominform ebbe come effetto un avvicinamento del paese balcanico agli Stati Uniti e ai paesi della Nato, che cominciarono a inviare aiuti economici e militari. L’intervento degli Stati Uniti nella Guerra di Corea, nel 1950, frenò i piani di una invasione della Jugoslavia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia (solo dopo la morte di Stalin, nel 1953, i rapporti con il Cremlino gradualmente si normalizzarono). In quegli anni un’ondata di arresti colpì i simpatizzanti del Cominform e del socialismo sovietico in Jugoslavia, ma allo stesso tempo le aperture verso l’Occidente favorirono la manifestazione di nuovi fermenti in campo culturale. Il modello sovietico, a cui si era ispirato Tito nell’immediato dopoguerra, a causa delle sopravvenute circostanze, dovette essere rimpiazzato da un nuovo modello di socialismo (ribattezzato “titoismo”), che si andò precisando attraverso un tortuoso e interminabile dibattito politico-ideologico sui principi del marxismo-leninismo e che culminò nella riforma del 1965, con la quale vennero fissati i principi e il funzionamento di tale modello. Malgrado le differenti posizioni all’interno del partito, il punto che non poteva mai essere messo in discussione era la leadership di Tito. Tuttavia il superamento del modello sovietico implicò anche la fine della dottrina del realismo socialista, imperante nelle arti e nella letteratura dei paesi del Patto di Varsavia almeno fino al 1956.
A Belgrado, prima della guerra, si era formato negli anni ’30 un circolo di poeti surrealisti, di cui Oskar Davičo fu la figura di primo piano. Fu grazie al suo intuito se il giovanissimo Branko Miljković, da poco giunto a Belgrado e non ancora laureato, poté cominciare a pubblicare le sue poesie nel 1955. L’eredità del surrealismo è altresì ben visibile nei versi di Vasko Popa, forse la figura più importante nella poesia serba del dopoguerra. Era nato a Grebenac, un villaggio della Vojvodina al confine con la Romania (con una consistente comunità romena che costituisce la maggioranza degli abitanti) nel 1922, in una famiglia per metà serba e per metà romena. Nel 1940 si era trasferito a Belgrado (città dove trascorse gran parte della sua vita e dove morì nel 1991) per studiare all’università (si iscrisse alla facoltà di lingue romanze) ma con lo scoppio della Seconda guerra mondiale fu costretto a continuare i suoi studi a Vienna e Bucarest. Durante la guerra combatté per i partigiani di Tito e venne internato in un campo di concentramento nazista. Dopo la guerra riprese gli studi a Belgrado, dove si laureò nel 1949 in lingue romanze (francese). Dal 1948 al 1951 lavorò per Radio Belgrado e nel 1954 entrò nella redazione della casa editrice Nolit, dove lavorò per venticinque anni. Al 1953 risale il suo debutto con la raccolta di poesie Kora (in it. “La corteccia”), ma aveva già cominciato a pubblicare, a partire dal 1951, sulle riviste «Književne novine» e «Borba». Il suo esordio sulla scena letteraria lasciò un segno. Alla base della sua poetica vi era una nuova e personalissima sintesi tra surrealismo e folklore, del tutto estranea alla poetica del realismo socialista. L’innovazione e la libertà dei suoi versi senza rima né punteggiatura, il suo linguaggio scarno ed essenziale ma denso, aprirono spazi nuovi nella poesia serba. La successiva raccolta, Nepočin polje (in it: “Campo senza quiete”), del 1956 ottenne il prestigioso premio Zmaj e lo consacrò tra le figure di primo piano della scena letteraria dell’allora Jugoslavia. Un chiaro esempio della sua poetica possono essere considerate le poesie di questa raccolta dedicate a un anonimo sasso (ne citiamo due, forse le più esemplificative), che danno vita a una sorta di “epos surreale”: 

Ciottolo

Senza testa e senza membra
Appare
Con l’eccitante caso
Si muove
Con il passo impudico del tempo
Tutto afferra
Nel suo appassionato
Abbraccio interiore.

Bianco, liscio, innocente tronco
Sorride con il sopracciglio della luna.




Il sogno del ciottolo 

La mano affiorò dalla terra
Lanciò il ciottolo in aria

Dov’è il ciottolo?
Sulla terra non è tornato
In cielo non è salito.

Che è successo al ciottolo?
Le altitudini lo hanno mangiato
O è divenuto uccello?

Eccolo il ciottolo
è rimasto testardo in se stesso
Né in cielo né in terra.

Solo a se stesso obbedisce
Mondo tra mondi[1]

Miodrag Pavlović nasce a Novi Sad nel 1928, ma ha vissuto sempre a Belgrado, dove il padre lavorava come direttore delle Poste centrali. Il bombardamento di Belgrado del 6 aprile del 1941 segnò la fine dell’infanzia felice. Durante l’occupazione, il padre venne arrestato e la famiglia fuggì nella campagna della Serbia meridionale. A questo periodo risalgono i primi abbozzi e tentativi poetici. Successivamente tornò a Belgrado, dove si erano rifugiati i parenti della madre fuggiti dalla Croazia. Tra loro, vi era il poeta Radomir Prodanović, che fu per il giovane Miodrag un modello. Il 16 aprile del 1944, giorno di pasqua, la madre lo mandò a fare gli auguri ai parenti, ma lungo la strada suonarono gli allarmi del bombardamento. Miodrag decise di tornare indietro, mentre i parenti perirono sotto le bombe. Considerò l’essere rimasto in vita un segno del destino e la sua vita segnata da una predestinazione. Dopo la maturità classica si iscrisse a medicina nel 1947, continuando a scrivere poesia.
Nel 1952 esce il suo primo libro di poesia 87 pesame (in it. “87 poesie”), che segnerà, insieme all’esordio di Vasko Popa dell’anno successivo, una svolta nella poesia serba del dopoguerra: fu grazie a questi due giovani poeti che la poesia serba si lasciò definitivamente alle spalle la retorica del realismo socialista. Già dal suo esordio, la poesia di Pavlović mostrava una cifra stilistica personale. La successiva raccolta, Stub sećanja (in it.: “il pilastro della memoria”), uscita nel 1953, fu la conferma di uno stile innovativo, in grado di sintetizzare il surrealismo con il simbolismo in uno stile graffiante, essenziale e ironico, con cui l’autore raffigura le crude immagini legate per lo più al recente conflitto bellico. In questa prima fase Miodrag condivideva con il suo amico Vasko Popa la passione per la sperimentazione linguistica, ma successivamente, almeno a partire dalla raccolta Mleko iskoni (in it: “latte atavico”) del 1963, si indirizzò verso un suo originale mondo poetico caratterizzato da continui riferimenti al passato remoto, dalla classicità greco-romana ai personaggi del medioevo serbo, messi però in relazione alla contemporaneità attraverso la dimensione universale del mito. La mitologia infatti, in questa seconda fase, rappresenta l’incontro tra il piano umano e quello divino nella ricerca di un fondamento della realtà e della vita, antico e, allo stesso tempo, contemporaneo.
Dal 1954 Pavlović esercitò la professione medica, ma in seguito, tra il 1960 e il 1961, fu direttore del Teatro di Belgrado e, a partire dal 1961 e fino al 1984, diresse la casa editrice Prosveta.
Anche per un altro giovane poeta serbo, Ivan Lalić, il bombardamento di Belgrado, nel quale perirono, tra le migliaia di abitanti, anche molti suoi compagni di classe, rappresentò uno spartiacque tra il mondo dell’infanzia felice e quello della difficile maturità, segnato dalla scomparsa della madre per tubercolosi nel 1946. Era nato a Belgrado nel 1931, in una famiglia dell’intellighenzia serba (suo padre era un giornalista). Studiò legge a Zagabria (dove si era trasferito nel 1946) e, nel 1952, alcune sue poesie cominciarono a comparire sulle riviste. L’anno precedente aveva pubblicato una sua traduzione de Le Bateau ivre, di Arthur Rimbaud, inaugurando l’attività di traduttore di poesia, che proseguirà per tutta la vita in parallelo a quella di autore. Nel 1955 pubblicò Bivši dečak (in it.: “Il ragazzo che fu”), sua prima raccolta di poesia. Nello stesso anno si laureò in giurisprudenza, ma non eserciterà mai alcuna professione in questo campo. Cominciò a lavorare a Radio Zagreb. Nel 1961 tornò a Belgrado e in quell’anno pubblicò Vreme, vatre, vrtovi (in it.: “Tempo, fuochi, orti”), che si aggiudicò il premio Zmaj, quarta raccolta di poesie nella quale l’autore incluse una selezione delle tre precedenti, allo scopo di definire in maniera più netta il suo profilo e la sua poetica. Con questa pubblicazione, con cui era divenuto una figura importante nel panorama delle lettere nell’allora Jugoslavia (nel 1961 fu segretario dell’Unione degli scrittori jugoslavi), consacrato anche a livello internazionale, aveva messo definitivamente a fuoco la sua cifra stilistica, caratterizzata da un tono umano semplice e accessibile, riferimenti a elementi naturali elementari (il sole, il vento, il cielo ecc.), brillanti metafore in un dialogo continuo con il mondo della classicità mediterranea e con quello del Medioevo serbo e bizantino in una continua ricerca delle proprie radici. La lirica Note sulla poetica, che riportiamo qui di seguito, può essere considerata per alcuni versi la sua dichiarazione di poetica.

Serbare l’inespresso, come il midollo.
Apprendere dal pomo: terra, calce e pioggia
Lavoran solo per il frutto, e trovano espressione
In questa palla imperfetta, e tuttavia matura
Che non si assomma con la pera.
Esercitare l’arte di rinuncia.
Calpestare la traccia.

Stare innanzi allo specchio, privo di timore
Dell’immagine riflessa: essa rende l’espressione,
Imperfetta, di uno sforzo tenace
Di vestire di carne l’astrazione,
In un buon conduttore di dolore.

Eppure, senza scrupoli,
Dire pane al pane, e vino al vino
Ed alla donna amata: ti amo.[2]

Un evento importante nel panorama della poesia serba fu il ritorno nella “città bianca”, nel 1956, dopo oltre un decennio di esilio, di Miloš Crnjanski, nato a Congrad (oggi in Ungheria) nel 1893, che fu una figura chiave del modernismo serbo. Aveva combattuto nella Prima Guerra mondiale nelle file dell’Esercito austro-ungarico e durante la guerra aveva cominciato a scrivere e pubblicare. Nel 1919 si era trasferito a Belgrado dove, nel 1920, pubblicò Lirika Itake (in it.: “Lirica di Itaca”), raccolta di poesia che lo rese immediatamente celebre nei circoli della capitale Jugoslava. La poesia Sumatra, del 1920, e la successiva Objašnjenje Sumatre (in it. “spiegazione di Sumatra”) venne considerata una sorta di manifesto poetico del modernismo serbo. Alla sua passione per l’esotismo sono legate anche le traduzioni dei poeti cinesi e giapponesi che eseguì mentre si trovava a Parigi per completare i suoi studi. Viaggiò molto (tra l’altro anche in Italia, dove conobbe anche Ivo Andrić, allora segretario dell’ambasciata del Regno della Jugoslavia presso la Santa Sede) e nel 1929 uscì il suo romanzo Seobe (in it: Migrazioni), uno dei migliori romanzi serbi del ’900. Fu nel corpo diplomatico jugoslavo a Berlino e Roma, dove si trovava allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Trascorse gli anni della guerra e il dopoguerra a Londra, dove condusse una vita di stenti. Nel 1956 scrisse il poema Lament nad Beogradom (in it.: “Lamento su Belgrado”), nel quale traccia un mesto bilancio della sua vita da esule e, nello stesso tempo, celebra la città di Belgrado, “città indistruttibile e stellare, ultimo rifugio e ricovero del vagabondo”. La pubblicazione del poema provocò un risveglio dell’interesse nei suoi confronti. Così, dopo venti anni di assenza dalle scene letterarie, dovuta anche alla sua posizione politica avversa alla Jugoslavia comunista, a partire dal 1956 il suo nome ricomparve sulle riviste jugoslave e i suoi romanzi vennero ristampati, suscitando un’ondata di interesse nei suoi confronti nel mondo letterario serbo. Il poeta accettò l’invito a tornare in patria nel 1965, quando era già tornato ad essere uno scrittore noto.

Proprio in quegli stessi anni si consumava la luminosa meteora di Branko Miljković, morto giovanissimo, nel 1961, a Zagabria (aveva appena ventisette anni, essendo nato nel 1934 a Niš, nella Serbia meridionale) in circostanze non del tutto chiarite (il giorno prima di essere stato trovato impiccato in un parco della periferia di Zagabria era stato fermato dalla polizia). Aveva trascorso l’infanzia e i suoi primi anni di studi nella sua città natale, dove era stato testimone degli orrori della guerra (probabilmente è legato a questo trauma il tema della morte, ricorrente in molte delle sue liriche). Negli anni del liceo cominciò a scrivere, declamare e pubblicare le sue prime poesie, che cominciavano ad essere apprezzate nel circolo letterario della sua scuola e nel 1952, a diciotto anni, pubblica la sua prima poesia sulla rivista di Belgrado «Zapis».
L’anno seguente si iscrisse alla facoltà di filosofia a Belgrado (città dove si era trasferito insieme alla famiglia) e dove si laureò nel 1957. Durante gli studi fondò un piccolo gruppo di poeti neo-simbolisti, che propugnava una sintesi tra simbolismo e surrealismo. Nelle sue poesie si nota l’influsso di Mallarmé e Valéry, ma è altresì evidente una sua personale vocazione filosofica, unita a una vena pessimistica, che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza. Le sue poesie circolavano ed erano apprezzate tra gli studenti (era amico di Vasko Popa e Ivan Lalić) ma, a causa del suo rifiuto a entrare nel Partito, inizialmente ebbe qualche difficoltà a pubblicare. A Belgrado bussò alle porte di diverse riviste e case editrici, finché le sue poesie non furono notate e apprezzate dal poeta Oskar Davičo, il quale nel 1955 ne patrocinò la pubblicazione sulla rivista «Delo», cosa che gli aprì la porta di altre riviste. Nel 1957 esordì con la raccolta Izalud je budim (in it. “La desto invano”), che fu subito salutata da un certo successo, specialmente tra i giovani, ma il suo carattere scontroso e gli eccessi legati all’abuso di alcolici gli crearono non pochi problemi. Nel 1958 conobbe Jean-Paul Sartre durante una visita a Belgrado (il francese apprezzò i suoi versi e i due divennero amici). Malgrado i successi, la fama di “poeta maledetto”, che non lo abbandonò mai, gli rese la vita difficile (non era visto di buon occhio dalle autorità). Per via di alcuni dissapori con altri poeti e per dimenticare qualche amore, nel 1960, poco dopo aver vinto il prestigioso premio Oktobar a Belgrado con la raccolta Vatra i ništa (in it.: “il vento e il nulla”), decise di trasferirsi a Zagabria, dove aveva trovato lavoro nella redazione letteraria della radio locale. Morì l’anno successivo. Prima della sua tragica scomparsa, aveva fatto in tempo a pubblicare altre tre raccolte di poesia e alcune traduzioni dal russo e dal francese. Il fratello Dragiša si assunse il compito di preservarne la memoria (esiste anche un premio a lui intitolato). La pubblicazione dell’opera completa in quattro volumi nel 1972, che comprendeva anche una grande quantità di materiale inedito, mise in luce il suo grande talento di poeta moderno, in grado di usare schemi metrici tradizionali in chiave personale e moderna. Si può dire che, malgrado la vita breve, la figura di Brankov Miljković lasciò un segno indelebile nella scena letteraria serba. Citiamo qui di seguito Canto orfico, che per alcuni versi può essere considerata una sua dichiarazione di poetica:

Il corpo sciorina la sua vanità.
La grande notte
riempie il tempo fino al canto a quello
non sono necessari ascoltatori.

La morte è
un nulla selvaggio, un vuoto ai primi passi.
Di notte colmo come assopirò questa parola di buio desto
che nessun canto può ridurre a ragione
che nemmeno la terra può assorbire
né il fuoco trasformare né acqua portar via!

Io possiedo la mia notte, ma in quale
torbida pietra ho barattato il cuore per una pesante scintilla? O Forse
un nuovo corpo dovrebbe rinnovare il fragile sangue? Come osare
scambiare la strada col viaggio, l’essere col fuoco,
l’aroma interno con dell’ombra!

Da morta ha perduto tutte le mie prove
contro il vento, la morte, il freddo.
Ho amato con vergogna, con tenerezza, con onestà
questo corpo che si illumina il cammino verso la propria morte.
Il canto? Ma questa è una congiura contro il cuore!
L’inferno è infernale perché non è ben distribuito,
perché c’è una parola che non si può domare,
che non puoi tradire nemmeno,
una parola troppo vigile per il nostro cuore buono.[3]

La sua tragica morte, malgrado i sospetti e le illazioni, sembra essere l’esito più coerente delle sue scelte di vita, ma anche della sua poetica e la lirica citata, quasi una invocazione della morte, quel “nulla selvaggio”, onnipresente nella sua poetica, che di lì a qualche anno si porterà via la sua giovane vita, sembra dimostrarlo.
La tragica scomparsa del poeta, nel 1961, può essere considerato il termine della fase più feconda del rinnovamento della poesia moderna in Serbia, alla quale la “città bianca” fece da sfondo. Tutti i protagonisti che abbiamo menzionato furono, oltre che autori, anche traduttori di poesia e gli influssi delle avanguardie europee è ben visibile nella loro produzione in versi. Si trattò di una generazione di giovani poeti che volle e seppe innovare la poesia serba, ma seguendo percorsi originali. I frutti di questa indimenticabile stagione tuttavia non si esaurirono al principio degli anni ’60. La parabola creativa di questi autori si estese per almeno altri due decenni, indirizzandosi verso una originale sintesi tra tradizione e innovazione, tra l’individuo e le radici della cultura slavo-ortodossa, tra mito mediterraneo e panteismo slavo.

© Lorenzo Pompeo

 

[1]     da: Nepočin polje (in it: “Campo senza quiete”), Matica srpska, Novi Sad 1956, traduzione tratta da: Il plusvalore della vita. Omaggio a Vasko Popa, Hammerle, Trieste 2008, pp. 35-36.
[2]     Tratta da: Ivan V. Lalić, Poesie, Jaka book, Milano 1991, p. 109.
[3]     tratta da: Nuova poesia jugoslava, Guanda, Parma 1966, pp. 329-331.

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