Marco Bini, Sei poesie inedite

 

Formigine
(a partire dalla foto di Luigi Ghirri)

Non è il viottolo a perdercisi dentro, ma è la nebbia
a stenderlo come stessero uscendo a chiamarci
tra le colonne in mattone-memoria della terra,
di un rosso che ha senso sempre e ho sempre amato.

Il nome fa tanto geometria – penso a “qui si dà forma”
– ma è uno scampolo di Emilia simmetrica dove scappa
quasi tutto, anche l’occhio che si stacca dal senso
di eterno da oro medievale del fondo latte e luce

e prende la verticale del palo, sale fin dove sa arrivare.

 

 

SIPE

Dicono che sotto il pavimento vegetale
delle felci, delle razze, restino latenti
i pericoli degli esplodenti che qui si facevano
come fosse la Bosnia, ma una post-industriale.

Sono la ballata di un mondo smarrito i reparti
svuotati tra superstrada e statale – contesto
servitissimo, c’è anche un anticipo di Apocalisse:
perfetto per leggerci La strada di McCarthy –

dove irrimediabile non è il dominio del rovo
ma come i denti in bocche marcite il mancare
dei vetri alle finestre ora spalancate per mostrare
un avanzo dal passato e l’affaccio sul mondo nuovo.

 

 

Eravamo noi e una pioggia da carrello, primi piani
e ralenti su via Emilia: io che ci rivedevo Vienna,
tu non innocua pronta al decollo come fanno gli angeli
spietati che si prendono inquadratura, scena, memoria.

Io non pronto a voltarmi alla voce e allo stacco perfetto
tra orlo e coscia – niente è rimasto per mancare
– poi una falla inspiegabile nel temporale:
tu nell’occhio di bue dove non c’è peccato, ma grazia

e proiezione in ogni verso che non sapevo né so.
Ci sei a volte riflessa sulle vetrine dei brutti bar
dove Modena è Modena più che mai;
in alto solo abbaini aperti nell’accoglienza della notte.

 

 

A riassumerla non serve più dello spazio tra lampo e tuono,
otto secondi di sera autunnale per dire picchi
e inespresso di una vita che è bellezza, spavento, carbonio.

Vengono a riprendersela come gli olandesi le terre basse
e rimangono la cosa più stupida mai fatta, dettagli
sul trapasso, l’asfalto di un vicolo cieco pagato con le tasse.

Poi ci si divarica fino a spezzarsi e mancare diventa il pane
finito prima di cena, la fitta mentre riordini il cassetto.
Cosa rapiscono le palpebre, cosa ritengono e poi rimane

per il dopo come un amuleto egizio? Forse il sorso di un rosso
buono o l’ebbrezza per una poesia che vorrei fosse mia;
di sicuro a mancarmi pre-sento la sera sulle strettissime esse

per Castelvetro, l’immagine di sfondo salvata in memoria.

 

 

Scegliamo sempre come al cinema le file in fondo.
Anche qui le uscite sono a portata di mano
e i congegni si sentono e rompono l’incanto,

ma si prende la scena intera come fossimo camere
totali dove entra quasi tutto: un San Lorenzo
di prato e panno mentre nevicano Perseidi,

i tramonti da western a giugno, gli sguardi complici
sopra i bicchieri. È un abbraccio senza esclusi
questa mondovisione – però manchiamo noi,

distanti e irricucibili come sobborghi e per destino
fuoricampo, luci intense dove la mappa si dirada
ma ora più che mai occorre essere a Berlino.

 

 

Chi mi dice che parole e repertorio
siano l’esatto tracciante del pensiero
o le sberle che lo strappano all’agenda,
che non facciano invece come il fumo
fa con gli occhi formando filigrane e figure
a principio di un racconto che all’altezza
della svolta scoppia come un verso rimpinzato
traboccante in nuove linee fino a perdere fiato?

Spero sempre che per tutti sia come riascoltarsi
registrati, la voce di uno spettro che nuota
nell’aria senza un punto per fissarsi.

Lingua, nave interstellare e utilitaria.
Poesia, ampia sintesi di uno zero a zero.

 

© Marco Bini

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