Rita Pacilio, La venatura della viola

Rita Pacilio, La venatura della viola, Giuliano Ladolfi Editore 2019

Emblema, azione, sfumatura, resistenza, essenza, slancio, opposizione: a coppie di contrasti si offre a chi legge La venatura della viola, la raccolta più recente di Rita Pacilio (Giuliano Ladolfi Editore 2019).
La viola, fiore e colore, in delicate sfumature e in «compiuta […] tonalità», in diverse specie, “violetta, viola a ciocche, viola del pensiero”, menzionate da Rita Pacilio nella sua Lettera al lettore, porta con sé il simbolo, lo racchiude e lo trasporta, dunque, e continua, con tenace persistenza, a farsi emblema di una opposizione, mai timorosa, alla superficialità sfarzosa, allo sfavillio vuoto. Ecco che, allora, il simbolo si anima e nutre e cura, cura la resistenza al tempo frastagliato, squarciato da strappi e da rimbombi:

Qualcuno dice non puoi farci niente
rassegnati al timbro del frastuono,
allora coglierò tutte le viole
le terrò insieme come faceva nonna
e
abbandonata alla saggezza del necessario
sarò povera delle solite cose.

I contrasti, colti in apertura, disseminano l’intero percorso e ne arricchiscono i drammatici contrappunti, i punti di fuga e i ritorni al centro, i toni cromatici tenui – viola simbolo non solo di modestia, ma anche di quiete, rifugio, scampo al brutale – e le orgogliose rivendicazioni.
La dialettica tra contemplazione e resistenza assume le forme di ossimori vividi, efficacissimi. Nel giardino agognato si avvera allora «l’audace avventura del poco».
È audace, sì, l’avventura del poco, perché attraversa stazioni di sofferenza, prove laceranti. Sa della malattia, del commiato, conosce la desolazione delle gabbie metalliche dei letti di ospedale, l’incertezza della memoria, la domanda martellante: “che cosa resta?”.
È audace e resistente, perché al nulla che dilaga oppone una scrittura, atto di coraggio e di amore, una scrittura che crede e crederà ancora, pur nella «consuetudine della solitudine/ necessaria come una grata o un colpo di remo», a quello che Carlo Betocchi, in una poesia della raccolta L’estate di San Martino, chiamava «il reciproco amore / del fare insieme».

© Anna Maria Curci

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

 

Dalla finestra continua a scendere il fondo
l’umidità degli uccelli pavidi
affaccendano l’estate tra i tuoni,
la volontà delle raffiche di vento
parla tutte le lingue e si espande
misteriosamente.
Il temporale mostra fauci scorate
arde la notte
gonfia le palpebre truccate e provvisorie
la consuetudine della solitudine
necessaria come una grata o un colpo di remo.

 

Le ho dato nuova essenza nel fazzoletto
accordandola come si fa con lo strumento,
l’ho adagiata nella tiepidezza del bucato
per degnarla della narrazione dell’infanzia.
Mi ha confidato i segreti delle stagioni
muovendo la venatura in trasparenza
ha radunato le albe e l’universo,
giornate intere, le nostre voci barbare.
Dovresti vedere gli occhi senza fine
la linea dritta del ricordo nello stelo
mentre dice con tenerezza:
manca sempre una parola se mi nascondi.

 

Non ha potuto portare via niente
nemmeno il nome lasciato sul letto
il fianco o la spalla
non resterà molto del suo orecchio
grande, del naso, l’attesa prolungata
quando ama, ama tutti, anche se stesso
quando odia, odia l’abbandono
non ha portato niente da questa parte
mentre viole a ciocche incurvano saluti
senza la memoria lunga la moglie pensò
niente va bene, niente è come prima
non ha portato via niente
la gabbia intorno al letto è rimasta intatta
tutti dormono, senza muscolo o cuore
alza la valigia dal marciapiede
e fissa la porta vuota
la mano si fa il doppio
dentro stringe lo sconforto, il torto.

 

Quella venatura della viola
è già compiuta nella tonalità
il batticuore che guarda in alto
guizzo estremo e gentile
senza disperazione.
Sapevamo di essere sorretti
dal mutismo delle cose
per questo è possibile dilatare la retina
abbandonarci alle strisce della penombra
sperare di non cadere presto.

 

C’è un uccello frale sul terrazzo
spalanca la gola per esercitarsi
a ricordare la fine dell’autunno.
È un filo o una fune che fluisce
da un capo all’altro della loggia
dove stendevi il vestito buono
e le spiegazioni esatte dell’insonnia.

Un commento su “Rita Pacilio, La venatura della viola

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