proSabato: Tommaso Landolfi, La spada

La spada

Una notte Renato di Pescogianturco-Longino, rovistando fra il retaggio degli avi… Occorre però dire brevemente in che consistesse questo retaggio. I Pescogianturco-Longino, a prescindere dagli avi crociati, erano stati tutti gente più o meno solida (come suol dirsi), si erano occupati dell’amministrazione dei propri beni, e della prosperità della famiglia in generale; fino ad arrivare al padre di Renato, buon’anima, che rappresentava quasi l’anello di congiunzione fra quell’edificante serie di gentiluomini e suo figlio. Questi, in poche parole, non era mai riuscito a combinare alcunché di buono, era fantastico capriccioso estremamente sensibile, e sopratutto pigro oltremisura: un malinconico scialacquatore. Insomma la sua illustre prosapia pareva destinata a corrompersi pienamente e da ultimo a estinguersi in lui; poiché l’apparire d’uno di questi cotali danna le più antiche famiglie a certa morte. È mirabile inoltre considerare in quanto breve tempo la prosperità di cui dicemmo si tramutasse in istento e poi in neghittosa miseria: nel corso di due sole generazioni. Eppure fu così; e, quanto a Renato, egli poteva benissimo considerare unico, o quasi, retaggio degli avi il vario e preclaro ciarpame sparso per le soffitte del maniero, all’infuori del maniero stesso. Dove, per tagliar corto ai preamboli, ormai s’era ridotto a vivere in penuria di mezzi.
Quella notte, si diceva, da un mucchio di armi e gualdrappe polverose, tutta roba d’altri tempi, estrasse a un dato momento una spada inguainata, che gli pareva di non aver mai vista prima. Alla luce del candeliere osservò dapprima la guaina, e vide ch’era di nobili tessuti, quali velluti e bissi, tenuti insieme da costole di pelli preziose e pinte dei più vivi colori, da borchie e fermagli che parevano d’oro e d’argento, malgrado la brunitura di che il tempo li aveva velati, opere di cesello. Quello sembrava, infine, un prezioso arnese davvero, e ciò specialmente eccitò l’attenzione di Renato: chissà che non se ne potesse cavar qualcosa? Egli decise di portarsi la spada nei suoi appartamenti ed’esaminarla con comodo.
Da qualche tempo Renato soffriva di strani turbamenti, di presentimenti che si rivelavano senza oggetto, ma che comunque lo angosciavano non poco. Confusamente si diceva egli che sarebbe stato tempo di far qualcosa e di uscire da quella situazione; pure, a parte un tal vago senso di rimorso, un bizzarro eccitamento lo pervadeva spesso, paragonabile a quello del cercatore di tesori quando si sente, per virtù divinatoria, prossimo a scoprirne uno. Gli pareva appunto d’avere una grande ricchezza a sua disposizione, non sapendo tuttavia precisamente di che genere fosse né come, ad ogni modo, avrebbe potuto servirsene. E adesso, quando fu colla preziosa spada davanti al fuoco del camino, fu ripreso da questo senso più forte che mai.
Appena un po’ spolverata, la guaina si rivelò quale Renato l’aveva intravista nel solaio. Inclita arme davvero era quella, e d’egregio artefice! E non c’era ormai dubbio che le borchie fossero d’oro fino, o che le pietre dell’elsa fosser topazi e smeraldi, sebbene quasi spenti dalla lunga segregazione. Nondimeno Renato non si decideva a trarre la lama; quasi un inesplicabile timore glielo impediva. Infine lo fece con moto brusco.
Le lame che il sole d’autunno allunga di tra le imposte socchiuse in una buia stanza, i dardi acuti che avventa contro gli angoli riposti, le vivide lingue che talvolta il fuoco leva, erano un nulla appetto a quella lama abbagliante! Renato socchiudeva gli occhi attonito perché il suo vivo splendore non li ferisse; eppure in quell’antica sala non c’era molto chiaro! Gli è che la lama sembrava splendere di propria luce. Forbita, intatta dai tempi antichi, si sarebbe detta di foglia d’oro, se poi una qualche cupezza, raggiante, per così dire, dall’interno (ché non ne ombrava neppure un poco la splendente trasparenza) non avesse imparentata la misteriosa materia di che era fatta al topazio stesso o forse a inusitate pietre d’oriente. Poiché era trasparente: Renato vi scorgeva, attraverso, le lingue del fuoco nel camino, solo un poco deformate. E così sottile, era, che pareva non avere spessore alcuno e tanto meno un filo e un dorso, o i due tagli e la nervatura, come tutte le altre spade; così sottile, che si sarebbe dovuta piegare e gualcire se un arcano procedimento di tempra non le avesse attribuita rigidezza e flessibilità quanto a ogni altra lama di buon acciaio.
«Capperi!» fece Renato a voce alta; e s’accostò la lama al pollice, come usa per saggiare il taglio. Non l’avesse mai fatto! un crescente d’unghia e un minuscolo spicchio di polpastrello saltarono via prima ancora, gli sembrò, che avesse esercitata la più lieve pressione. O meglio, questo è il punto, parve che la lama fosse passata attraverso l’unghia e il polpastrello come senza tagliare, certo senza suscitare dolore; e solo un istante dopo, a un movimento di Renato, il preciso spicchiolino di dito si distaccò e il bruciore si fece sentire. «Capperi!» disse ancora Renato asciugandosi il po’ di sangue; «ecco davvero un’arma tagliente!»
Riprese la spada e volle provarla su materia più consistente. L’allungò su un ciocco rotondo che, nel camino, ardeva da un estremo, mentre l’altro era sostenuto da un alare; e ve l’aveva appena poggiata, senza neppure premere, che il ciocco si fendé docile secondo un taglio straordinariamente preciso: il solo insensibile peso della spada era bastato a ciò. Balenando di sbieco contro le fiamme essa infulvì, pari a un vivo specchio di rame, e labili parole parvero affiorarne, incise forse o contemprate, parole leggere nel cuore. della lama, non si sapeva dove tracciate, come quelle che la polvere del sole può scrivere su un alito di vento. Renato lesse: «Io Cavaliere Castaldo Di Pescogianturco-Longino temprai questa spada Più tagliente di quella d’Orlando Or tu non avrai più nemico». Parevano versi e i caratteri erano molto antichi.
Qui Renato fu preso da grande concitazione e vibrò la spada contro la testa d’un alare, quasi disfida alle parole del suo remoto avo; e il pomo di rame forbito, opera fina, ruzzolò all’istante tra le fiamme. Dunque la spada tagliava colla stessa agevolezza anche il ferro! Abbandonando il camino e l’alare decapitato, Renato si levò e prese ad aggirarsi per l’antica sala roteando la spada e vibrandola contro qualunque oggetto gli venisse a tiro, e gridava, nel frattempo, parole sconnesse d’esultanza e malinconia, quali: «ohimè, ecco ogni fortuna mi s’apre! me misero ecco il mondo è mio, chi ormai potrà resistermi?» E, contro qualunque oggetto vibrata, quella lama di sole non sembrava conoscere ostacoli e s’apriva la sua via; essa ogni cosa trapassava, quasi spettro di lama. Né l’oggetto colpito rivelava fenditura alcuna, se, mancando l’equilibrio alle due parti e a seconda dell’obliquità del taglio non si scommettesse invece al suolo; ma pure, quando anche non appariva, la spada l’aveva tagliato e si sentiva che sarebbe ormai bastato un soffio, o il menomo movimento, a partirlo del tutto.
Si aggirava dunque Renato per la sala gridando, e sul suo volteggiare rotolava al suolo ogni cosa, ove non tenesse in bilico. Rotolarono così le teste dei due busti di pietra fra le tre porte, illustri antenati, caddero con fracasso le spalliere di alcuni seggioloni e con frastuono di ferraglie dalla vita in su le quattro armature; una marmorea mano di donna si tendeva da una nicchia e fu mozzata; s’afflosciarono a terra le vecchie portiere fendute in un lampo. Attirato dallo schiamazzo comparve stupito su una soglia il vecchione che faceva ormai tutta la servitù del maniero; Renato gli gridò qualcosa e il vecchione si ritirò subito, vedendo che il padrone non cessava di roteare la fiammeggiante spada.
Quella notte Renato dormì colla lama nuda accosto, nell’antico letto col baldacchino. Ecco, pensava, la fortuna che presentivo, ecco il tesoro che cercavo senza saperlo, ecco la mia grande ricchezza e la felicità che attendevo. Questa spada può penetrare fra le intime particole d’ogni corpo, scommettendole segretamente, ogni cosa può penetrare. Con questa spada menerò grandi imprese; quali non so ancora, ma grandi di certo. E voleva addormentarsi, ma a lungo non poté: l’angosciava oscuramente la presenza di quella viva spada, che anche al buio gli splendeva accanto.

Ma passarono giorni su giorni senza che Renato potesse trovare un degno uso per la sua spada portentosa. E come, direte, possibile mai che di un’arme simile non ci sia nulla da fare? Pure, talvolta è così. Inoltre si sa bene che più egregia è un’arme, a più grand’uso ha da servire: quella non era una spada comune, e a comune impresa non avrebbe saputo essere impiegata. In tal modo aspettando d’ora in ora la maggiore impresa, e le minori sdegnando, anche di queste alla fine si perde l’occasione e ci si ritrova da ultimo con un pugno di mosche. Renato poi, dové confessarselo a malincuore, nemici non aveva da distruggere e disperderne la schiatta; mostri non v’erano più da pronare; a che dunque gli sarebbe servita la spada? Strano certo, lo ripeto, apparirà a chiunque; ma provate voi stessi a immaginare un uso acconcio di questa spada e vedrete. Invece, nonché difenderlo dai suoi nemici, essa medesima di Renato era divenuta in alcuna maniera nemica (e ben più lo fu nel seguito!). Difatto, il non potersene, o sapersene, servire non gli toglieva già la responsabilità del possederla; tormentoso sentimento invero! Ecco, si diceva egli, io ho fra le mani un’arma meravigliosa e non so valermene; e questo pensiero lo privò del poco di pace che ancora gli rimaneva. Oggi, si diceva talvolta levandosi un limpido mattino, oggi farò una cosa… una cosa bellissima! Ma il mattino cedeva al meriggio e poi alla sera in questo inane proposito. Egli portava bensì seco la spada nelle sue passeggiate per i campi e decapitava a ogni passo i puri gigli selvatici che si dondolavano alla brezza del crepuscolo (fedele immagine della posteriore tragedia!); aveva bensì, per novella prova, fendute a mezzo il corpo due mucche che gli appartenevano; e non v’era più, al maniero, una testa un braccio una spalla di statua o un morione d’armatura che tenessero. Ma oltre a ciò non gli riusciva d’immaginare altro. Sì, la spada era quasi divenuta il suo nemico; e quasi avrebbe preferito non averla sortita in retaggio.

E venne, una sera, la fanciulla bianca. Bionda era, d’inclita bellezza, flessuosa come un giunco e schietta come un argenteo pioppo. Vestita fino ai piedi di seta bianca e spessa, un’alta cintura ne stringeva l’esile vita. Guardava timida e dolce.
– Che vuoi? – s’accigliò Renato quando la vide comparire. – So bene – rispose ella timorosa – che non vuoi vedermi; ma pure vivere senza di te ormai non saprei, l’ho sentito certo, in questi giorni. E ho pensato che avrei meglio affrontato mille morti». Renato, che non si separava quasi mai dalla vivente spada, la prese senza riflettere dalla gran tavola di quercia ove giaceva; e fra lui e la fanciulla si levò la lama fiammeggiante. – Vattene – replicò egli – va’ via, lasciami. M’odi? – Non andrò – disse ancora la fanciulla senza arretrare, solo un poco abbacinata dal fulgore della lama. Traverso cui Renato poteva scorgere la sua immagine lievemente appannata e torta, come in un’acqua appena turbata. – Non andrò per nulla al mondo, ormai. – Ma io non voglio! non voglio essere amato, – riprese Renato pestando i piedi e roteando la spada. E, in una, pensava: non sarebbe forse questa la grande impresa? – Odi – proseguì poi più dolcemente, – odimi, fanciulla: non veste il sole i campi dei suoi raggi d’oro, non cantano gli uccelli dei boschi, non mormorano foglie e ruscelli, non si discioglie libero il vento fra i gioghi dei monti? Che hai tu da fare con me e con questo nido di gufi? – Il sole – rispose la fanciulla – è fuliggine, i campi cenere, e tutta la natura è lugubre e muta, non te n’avvedi Renato? se tu sei lontano. – Bada a te, fanciulla! – gridò Renato e, in preda a una strana ebbrezza, pensava: questa è la grande impresa. – Io nulla ho da temere – disse ancora la fanciulla dolcemente.
E furono le sue ultime parole: levando l’arme all’improvviso, Renato appoggiò sulla fanciulla un gran fendente. La lama attraversò per lungo l’esile corpo senza incontrare resistenza; pure la fanciulla non cadde e, immobile, guardava fissamente il suo assassino coi dolci occhi, sorridendo tuttavia a fior di labbra. Splendeva la bianca fronte come un’alba contro una buia vetrata e lontane stelle della notte le erano sopra; né dell’orrenda ferita si scorgeva traccia. Ma la spada che Renato ancora reggeva sembrava aver abbandonato in quel corpo di giglio ogni fulgore: l’arme egregia s’era fatta di botto smorta come cenere, cupa come un tizzo spento, una malinconica e trista arme in verità! E Renato medesimo, caduta d’un subito l’ebbrezza, contemplava allibito la fanciulla immobile e non osava credere a se stesso. Gettando lontano l’arme infeconda, – Dio! – gridò – che cosa ho fatto!
Allora la fanciulla, sebbene trapassata nelle sue viscere, volle sorridere all’amato e rassicurarlo. E bastò questo. Il suo volto accennò a fendersi e lentamente prese a scomporsi. Una tenue, dapprima quasi invisibile riga rossa apparve, su dai capelli d’oro fino al collo, e giù giù per il seno e per la bianca seta; e questa fenditura ad allargarsi e il sangue a pullularne, gorgogliando appena specie tra i capelli. Il sorriso era ormai un’orribile smorfia, un ghigno ambiguo e spaventoso; la crepa del fragile corpo rapidamente s’apriva; la fanciulla crollava, partita dall’implacabile spada. Traverso la fessura già ridevano le lontane stelle della notte; in men che non si dica la fragile fanciulla, inusitata vista, si scommise al suolo sotto gli occhi del suo uccisore. E quelle sparse membra soltanto il placido sangue riuniva.

Fu così che l’arme inclita e portentosa, che Renato avrebbe potuto impugnare in difesa del bene o almeno per la sua felicità, gli servì invece a distruggere quello che aveva di più caro sulla terra.
Essa poi, così spenta, e sebbene tagliente come prima chi più l’avrebbe voluta? L’uomo che la raccolse, buttandola nella più profonda voragine della terra volle salvare il mondo dal suo funesto potere. Ma altri uomini o dei, ne la trassero, ad altri senza loro colpa fu data in sorte. E questi se la trascinarono dietro pel loro cammino terrestre come una croce, e così ancora sarà per la disgrazia di tutti.

Edizione di riferimento: Tommaso Landolfi, Le più belle pagine. Scelte da Italo Calvino, Rizzoli 1989, pp. 11-18. Il racconto apparve nella raccolta La spada, pubblicata da Vallecchi nel 1942.

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