Teresa Murgida, “Il filo quotidiano”. Nota di Vernalda Di Tanna

Maria Teresa Murgida, Il filo quotidiano, Compact Edizioni 2019.
Nota di Vernalda Di Tanna

La silloge Il filo quotidiano (Compact Edizioni, 2019) segna l’esordio poetico della calabrese Maria Teresa Murgida, accolta nella collana “Metropoli in versi” e accompagnata dall’ottima prefazione di Michela Zanarella. La raccolta deve il suo titolo alla sezione finale, denominata Il filo quotidiano dei pensieri, in cui sono raccolti anche alcuni brevi componimenti in prosa.
Non è possibile leggere le poesie di Teresa Murgida ed esserne immuni, senza lasciarsi stupire: testi così frugali sono capaci di rammendare quel raccordo che unisce lo sguardo alle cose e che è spesso interrotto dalla frenesia che l’odierna quotidianità impone. Si è reduci da questa lettura e ci si sente quasi allarmati da una scrittura che incute emozioni candide, pratiche e spontanee. Il residuo della quotidianità non è uno sfondo, non è mera decorazione, ma illuminazione che abbaglia con ritmicità il verso libero, prediletto dall’autrice.
È per mezzo dell’abitudine che l’autrice osserva ciò che accade al rientro delle rondini, quando «il ramo che si apre/ al parto della foglia» segna lo sbocciare dell’armonia domestica e della famiglia, perché «crescono radici fra le costole/ germinano i semi nelle vene» ed è solo così che lei si concede di descriversi: «divento un anello del legno/ […] nella morte che mi doni». L’abitudine dona stabilità, ma anche inquietudine, genera la paura dei “per sempre”. L’abitudine è alienante: allo stesso tempo dona gioia di vivere e l’eternità dello stare, una morte piacevole come «un panno nella gola». Il panno che esemplifica le faccende domestiche assieme all’abitudine quotidiana che strema la donna di paese come una condanna, la condanna del filo quotidiano, che unisce e punisce. Un’arma a doppio taglio, come la felicità.
Nella prefazione, Michela Zanarella ricorda che le «rondini, come speranza, annunciano la primavera e sono il simbolo della libertà e dell’unione fraterna. […] Non è un caso che l’autrice attenda il vento, elemento di contatto fra il mondo terreno e quello celeste. Le quattro entità elementari (aria, acqua, terra e fuoco) sono fondamentali per comprendere la profondità di pensiero dell’autrice, che li utilizza come strumenti rivelatori del complesso sistema cosmico. […] La scrittura di Teresa Murgida è carica di vita: la parola è un ‘canto sacro’ che innalza anima e corpo. E il filo che regge tutto è la poesia, una poetica luminosa, pura, limpida come un cielo che si apre al sole».
Maria Teresa Murgida resta e ritorna “nuda” per concimare con la sua poesia i luoghi che abita e che le sono cari come un amore, «come terra a gennaio».
Il filo quotidiano attraversa la precarietà umana ed ecco rivelata la sensazione che molte donne provano confrontandosi con la loro essenza: «sono un cirro d’inchiostro./ Sulla carta un alloggio in costruzione». Costruirsi. Costruirsi nonostante le interruzioni di percorso subite a causa dell’ancora persistente caducità della condizione femminile nella società odierna; cos’è la donna se non «un cirro d’inchiostro»? Se non una leggerezza quasi eterea eppur impressa su qualcosa di estremamente deperibile? A rompersi non è solo la costante che stabilisce i rapporti fra le persone stesse e fra le persone e il territorio. Qualcosa si rompe slegando passato e presente ed ecco turbata quella serenità tipicamente avvolgente che distingue i versi di Teresa Murgida: «la crepa nella porta serrata/ il silenzio delle sue rughe». Il passato e le tradizioni sono una madre e il suo «ago esperto che cuce i ricordi».
La donna attraversa il tempo e il cielo come una rondine, una delle molteplici figure simboliche che brillano nella costellazione semantica vivida nella poetica di Teresa Murgida.
Infine, Maria Teresa Murgida sembra suggerirci che la poesia trova rifugio nel paesaggio, lontano dalla confusione e dalla vita convulsa. Quest’ultima è talmente invadente che sembra velare di inquietudine anche i campi: «nell’ampia piazza del campo di grano» dove «le spighe regalavano/ tono al mio silenzio».

© Vernalda Di Tanna

 

Dei desideri quieti

Anche la natura desidera.

Quieta nell’angolo nascosto del giardino
si serve di semi vaporosi
che sanno aspettare
un vento qualsiasi, l’ora prima della sera,
– quella in cui tu mi parlavi –
l’attenzione degli occhi,
la fine del gioco consueto,
il soffio che scompiglia.

 

L’ultima notte

Se avessi saputo che era l’ultima notte,
ti avrei consegnato i miei capelli
nido per le tue mani.
Non avrei spento la luce
e i miei occhi non li avrei fatti dormire.
Non avrei scelto il cuscino
sotto il mio capo,
né coperte per i miei fianchi.
Avrei soffiato il buio
da sopra i miei seni.
Saresti stato seme per me
che ritornavo nuda
come terra a gennaio.

 

Battiti e radici

A volte di notte sento il tuo cuore respirare
sotto gli strati di pelle.
Potrei toccarlo con le dita.
Vedo la fragilità del corpo
annuso la potenza dei battiti.
Le tue palpebre abbassate sono
sentinelle stanche.
Io candela del tuo sonno.
Crescono radici tra le costole
germinano i semi nelle vene.
Aspetto i rumori del risveglio.
Il vento sulle tende:
folate di luce negli occhi.

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