Ezio Sinigaglia, due inediti da “Castello addio”

Avere ancora un giorno

Avere ancora un giorno, un’ora. Quando
a notte l’afa fa profondi i fossi
delle strade, sbucare sull’incanto
di vetro di una piazza e, dalla grotta

di una baracca, udire – sanguinante –
il taglio delle mezzelune rosse
dell’anguria spaccata. Stretti accanto
respirare dal soffio della notte

il nostro ardore, tremolare un seme
nero al tuo labbro come un bacio d’ombra,
farti guanciale delle dita ladre

a fior del collo e lì – fame su fame –
amarti a morsi, oh fanciullo padre
d’ogni fanciullo figlio, ombra d’ogni ombra.

Cagliari, 6-7 ottobre 2004

 

Maestrale

È vasto l’orizzonte, e quasi snuda
il cielo fino ai lombi. Molli poggi
si coricano bassi a fare scudo
alla gran luce. Svettano ai meriggi

statue-ulivi dai piedistalli crudi
dell’ombre di sé stesse su cui poggiano.
Ma il maestrale del mare che non vedo

mi porta il sale, ah il vento che scarmiglia
ogni riposo, il vento che non cade
dal nostro cuore mai, che casa e esilio

fonde in uno. Così scuotiamo il vaglio
di noi stessi, come anime dannate,
e piangendo a ogni luglio antichi lugli
sperperiamo le nostre poche estati.

Poggio Martino, 17 giugno 2011

 

Nota di lettura

I due componimenti di Ezio Sinigaglia sono tratti da una raccolta inedita di sonetti intitolata Castello addio. Il Castello, nello specifico, va riferito a Cagliari (in sardo Casteddu) ma anche, in generale, alla Sardegna, geografia esistenziale per un lungo periodo di vita del poeta. Nel titolo, quindi, troviamo un luogo e un congedo risolutivo. Ma talvolta un addio, per quanto inappellabile, trama un ritorno sotto altre sembianze. Nei versi di Sinigaglia, questo ritorno prende forma di attimi rubati al presente o richiamati alla memoria e le accensioni, le immagini nitide delle due poesie ne confermano l’intenzione, come pure il luogo e la data in calce a restituirne la fissità.
«Avere ancora un giorno, un’ora»: inizia così una richiesta al tempo in cui è possibile ravvisare un marcatore petrarchesco; riuscire ad avere ancora del tempo per riappropriarsi di un incanto fatto di percezioni uditive, come il taglio deciso delle mezzelune d’anguria; si aggiunge, a queste, un’altra percezione, quella visiva del colore rosso del cocomero “sanguinante”. Vi sono, poi, dei dettagli armonici come la ricorrenza fonica nelle parole “baracca”, “spaccata”, “accanto” e il gioco allitterativo «l’afa fa profondi i fossi». I contorni esterni dello scenario – l’afa, il vetro di una piazza, la grotta della baracca – ci conducono, infine, alla dimensione più intima, quella del respiro («respirare dal soffio della notte/il nostro ardore»), della vicinanza fisica. È poesia-fotografia volta a trattenere il giorno, l’ora, per riviverne il guizzo, il trasalimento.
In Maestrale lo scenario cambia; da Cagliari, affacciata sul mare, ci si sposta a Poggio Martino, in zona rurale, dove il poeta sente la brezza «del mare che non vedo». Nell’orizzonte vasto di un paesaggio immediatamente antropomorfizzato in cui i «molli poggi/si coricano bassi» e svettano «statue-ulivi dai piedistalli crudi dell’ombre di sé stesse», soffia il maestrale, ma non “urla” né “biancheggia” alcun mare di carducciana memoria, si avverte soltanto l’odore salino proveniente dal nord. Anche qui torna l’eufonia: «Ma il maestrale del mare che non vedo». A questo vento, per sua definizione fresco e «che scarmiglia ogni riposo», se ne associa un altro, quello del cuore, inesausto, perpetuo, che rende «casa e esilio» una cosa sola. Quasi a voler setacciare le proprie vite, «come anime dannate», condannate in un presente d’infernale inquietudine, a ogni luglio i due personaggi ricordano, piangendo, «antichi lugli» e, così ricordando, si sperpera il tempo («le nostre poche estati») sui tempi andati. I sonetti, nel senso propriamente etimologico di “piccoli suoni”, piccoli in quanto umani, obbediscono non a una semplice finalità di suggestione, ma a un ben più ardito calcolo, essendo occasioni montaliane rese con una partitura accurata.

 

Biografia

Ezio Sinigaglia (1948) ha lavorato per molti anni come copywriter, collaboratore editoriale freelance, ghostwriter e traduttore di saggistica. La sua opera prima, Il pantarèi, un romanzo scritto nella seconda metà degli anni Settanta, è uscito nel 1985 per un piccolo editore lombardo (SPS, poi Sapiens). Dopo molti anni di silenzio, nel 2016 è tornato in libreria con un romanzo breve di ambientazione nordica, Eclissi (Roma, Nutrimenti; Premio Città di Lucca 2017, Premio Trivio 2018), molto apprezzato dai lettori e dalla critica; nel 2019 ha riproposto in una nuova edizione Il pantarèi, nella collana “Fondanti” dell’editore TerraRossa di Alberobello, che ha in preparazione L’imitazion del vero e altri suoi due titoli. Un suo racconto figura nell’antologia Polittico, a cura di F. Borrasso (Caffèorchidea, 2019). Ha curato edizioni di classici (Marcel Proust, Julien Green) e di libri per ragazzi (Montgomery, Pederiali, Perrault). Come saggista si è occupato di identità di genere e viaggio, di letteratura resistenziale, di letteratura e droghe. I suoi contributi più recenti, sia narrativi sia saggistici, sono usciti su lit-blog e su riviste a stampa e online (“Nuovi Argomenti”, “The FLR”, “Nazione Indiana”, “Quaderni proustiani”, “Icon”, “FN Libri”, “Crapula”, “Il rifugio dell’ircocervo”, “Connexions”, “LEA”, ecc.).

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