Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche

 

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, oèdipus edizioni 2017

Sembra arduo, se non addirittura impossibile, unire la robustezza dell’espressione alla capacità di distinguere, anche nelle sfumature impercettibili a occhio nudo, agenti, attori, scenari e segni, perfino sentori, moti e motivazioni che vanno via via animando un universo poetico.
Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche (oèdipus edizioni 2017) di Floriana Coppola riesce in tale impresa che non esito a definire prodigiosa, perché sono talento nell’esplorazione e coraggio nell’esposizione quelli che si manifestano in questa opera di poesia.
Di che cosa parlano le «mutazioni poetiche» di Cambio di stagione? Floriana Coppola lo esplicita nei versi che introducono alla raccolta: «Siamo malgrado tutto famiglia/ concerto di corpi e di anime/ strette nel cerchio di una stanza/ affogati tra amore e paura/ capaci a volte di rompere schemi/ cercando di costruirci faticosamente persone./ È di questa fatica che parlo/ sforzo che sforna dolore e ferite/ suggella cicatrici e fa stormo/ quando vola altrove/ finalmente/ in altro sangue». Scaturigine, tema principale è dunque il travaglio, ferita e nascita, nel concertare e dissentire, riunirsi e divincolarsi, affondare e riemergere e riconoscersi, nel comune essere attirati e strattonati dai principi opposti di amore e paura, malgrado tutto, un “noi”.
Essere insieme eterei e robusti, camminare e librarsi. Orlando, sia il protagonista delle chanson medievali e dei grandi poemi della letteratura italiana, sia, soprattutto, il personaggio multiforme dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, è il titolo del terzo componimento, uno dei testi più significativi che appaiono nel volume. La poesia si apre proprio con una citazione dal primo capitolo del romanzo di Woolf: ‘All ends in death’, «Tutto finisce nella morte.». Una frase che Orlando, nella narrazione, ripete, segnale ed espressione di “violente altalene tra vita e morte”, senza fermate intermedie. Dona il piacere della scoperta riprendere in mano quelle pagine di Virginia Woolf nella versione originale e ripercorrere, verso per verso, Orlando di Floriana Coppola. Nel romanzo, la donna, la straniera, di cui Orlando cerca di catturare a parole il fascino, l’essenza, è Sasha. Nella poesia di Floriana Coppola, l’interlocutrice non ha nome, ma è anch’ella «volpe, ulivo e cedro, collina». È fondamentale, inoltre, riportare agli occhi della mente il cruccio di Orlando, e dunque il tema di entrambi i testi, vale a dire l’inadeguatezza delle parole nel rendere la bellezza e l’incommensurabile amore. Ecco che Floriana Coppola scrive: «Orlando cammina tra due fuochi adesso, il prima e il dopo/ dove si rintana la parola e l’amore s’inviola a piedi scalzi».
Ciascuno dei quarantasei testi di Cambio di stagione è preceduto da considerazioni che possono essere lette come preludi, messa in situazione, pontile offerto a chi legge. Queste sono le righe che precedono la poesia Orlando: «Leggo i nomi gemelli tra le pagine immense, raschio con le unghie gli interstizi tra i righi, spulciando parole che prendo e ingoio intere, sono radure oscure, vedo altri cognomi e mi perdo nella scacchiera lastricata di domande, attorno il gioco perverso dei fratelli siamesi, maschere dell’esilio e della perdita.».
Davvero, percorrendo e studiando tutte le pagine del volume, si ha l’impressione che le unghie affondino senza paura e, insieme, con profonda cognizione del rischio, in materie  e storie delicatissime e disparate. Universalità e precisione circostanziale si danno la mano, per scavare e portare allo scoperto, come si è detto in apertura, travagli e contraddizioni nei rapporti umani, in relazioni e responsabilità in un alternarsi di cerchie, da quelle più intime (la storia-prigione di una coppia, le fasi nella dialettica genitori-figli) a quelle più ampie, con una critica netta a ruoli imposti e a ipocrisie sociali. L’empatia non è mai sollecitata dall’indugiare nel patetico, ma è generata dalla coraggiosa, acuta e affilata chiarezza, che non va in cerca di auto-giustificazioni.
Il riferimento a figure del mito e dell’epica – centrale è la metafora della Medusa – così come a personaggi e ad autori della letteratura (penso, tra l’altro, al testo Monologo per Hemingway), si affianca ad annotazioni molto dettagliate su luoghi e ambienti che Floriana Coppola conosce senza ulteriori intermediazioni, dal quotidiano della scuola in cui insegna al più ampio paesaggio dell’area flegrea, di cui è «ospite da anni» e che ha reso la sua anima «permeabile alle cose, al vento, al mare, alla ruggine, ai veleni.»,
Alla signora della Napoli bene di Tailleurs Chanel che nel vuoto delle sicurezze ben imbottite da censo e finzioni ha dimenticato qualsiasi legame non solo con gli altri, ma anche con la terra in cui vive, sembra rispondere l’autrice stessa, che scrive: «Io sono di legno e tufo giallo/ materia flegrea porosa, senza barriere/ assorbo il diario dei figli e della madre/ ho una cicatrice sul cuore/ rimargina in fretta, sotto risiede il segno/ la finestra del danno, si infila in macerie fibrose/ leggerò la tua bocca chiusa ancora una volta, chiusa a me/ di domenica scarto tra gli avanzi del giorno/ e divoro il tuo viso in memoria di pane e pomodoro». Questi versi, che costituiscono la prima strofa di Ambulatorio Sarcomi, sono personalissimi e universali, definiscono l’io nella fragilità della malattia e situano l’esistente in un permanente purgatorio. I versi sono significativamente preceduti da queste considerazioni: «Ci sono momenti in cui la vita ti mette di fronte a un bivio, continuare a vivere o morire. Una lezione che non si può dimenticare. Da quel giorno in poi c’è una diga altissima tra il presente e il passato. Questa è la malattia. Purgatorio in terra senza guardiani né angeli».
L’essere ospite da anni in una determinata area, con miti e storie ben precisi, con vicende di guasti e devastazioni «tra macerie fumanti e polvere grigia» (Bagnoli futura), con viaggi in metropolitana che richiamano le scene di abbrutimento e alienazione di un celeberrimo film espressionista, la pellicola del 1927 con la regia di Fritz Lang (Metropolis), non riduce, tuttavia, la percezione dell’esilio perpetuo vissuto da chi sceglie la scrittura. È l’esilio «a cuore aperto», nel cui segno è scritta, «con un piccolo quaderno e una punta nera di matita, un verso dopo un verso», la poesia La bambina e il mare.
Ciò che resta, tuttavia, non è l’autocompiacimento nella tristezza, bensì l’affermazione, vissuta, esperita giorno per giorno, che la scrittura è un atto di resistenza, che la «poesia è una pratica clandestina di resilienza». Conoscere e smascherare la violenza fratricida, i muri eretti, i fili spinati tesi, la prevaricazione che provoca deflagrazioni o che si insinua come veleno mortale, non esclude la scelta, oggi, anche di intonare un canto di pace e per la pace, il canto della pace: «cosa resta di questa trappola infernale/ che non conosce tregua/ un esercito armato senza scampo/ le fosse, una trincea, le macchine da guerra/ le viscere scoperte dei palazzi/la tortura delle stanze con le sbarre/ il ferro alle caviglie, l’arsura/ i morsi della fame, il pane spezzato e poi offeso/ il canto ritmato degli stivali in marcia/ la fuga del disertore, il pianto del soldato/ sulle labbra il freddo, la sabbia rappresa della morte/ il suono della fine senza note/ io sono di pietra tra le cose/ ma non è mio l’affondo della spada/ oggi canto la pace».

©Anna Maria Curci

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