Michele Joshua Maggini: inediti

Qualcuno ci chiude già nella sua palpebra, c’è vento e verrò, giurami, verrò dall’asfalto fino a te, poi in te rapito verso il buio dove sembrano sbiadire i viali, le mura, ma gli interurbani, loro sanno, loro potranno, se da te la Tim non prende, faranno tremare il cuore quando ti guarderanno come fossi in loro come io lo ero in te. E gengive. Poi amore e ancora amore dove in te l’universo ci abbracciava. Vedi, subirai ogni millimetro della verità e della gioia qui dove la vita è per sempre, in questo spazio tra una parola e l’altra, ma solo sulla pagina, nel bianco dell’impossibile. Ma altri mondi dipendono da questi pensieri. Ed io penso a vederti mentre ti guardo brillare in una macchina in un parcheggio. Mi dici “adesso” ed è come mi svegli, c’è il viso. Poi il buio dei fianchi, si muove. Puoi dire l’estate, ora, adesso che dall’incontro nasce un cosmo tra i mondi possibili e solo stare nell’altro è qualcosa vicino al respiro come il nome, l’amore.

 

Giorni murati vivi. La parola perché la bocca lontana dai seni e l’inverno ti spacca le labbra, ti spoglia fino al freddo dei denti e nuda è vederti fin dove resisti al vento fortissimo. Respira. Non si sa quanto ancora resterà il nome sul campanello arancione, nell’appartamento non abita nemmeno più la moglie, allora chi. Respira. Poi ti ritrovai in mezzo ad una strada in pieno blackout. Gennaio e ho visto Lorenzo e speravo che la neve coprisse tutto, ma la neve qui non c’è stata e il rossetto non è più sulle labbra ma sulla camicia fortunata, quella senza un bottone. Le leonesse iniziavano a partire in branco, salutavano con gli occhi, inchinando la testa.

 

Lascia il reggiseno sul cambio. Anni fa e la tua luce giunge ancora nella cucina, negli inverni senza caldaie e pareti e resti in radiazioni propagarsi di come un nuoto. Dal rosa serale sullo skyline dice domani, prevede le forze, i cieli migliori, i ciliegi quando saranno. È per gli insonni la mela cotta e negli occhi dei pazzi non sarà più la vertigine del guanto in lattice, ma la carezza, capisci, la carezza come quando bastava dire presenti con una mano e bastava quella gioia. Quante parole che so dire guardandole e non so perché le dico quando le guardo ma non riesco a dire del tuo volto quando mi guardi e. Sono parole di altri, i ladri vivranno, gli altri, invece, gli altri.

 

 

Il poco ossigeno di luglio, raro, in briciole sul tagliere a caso i pianeti si congiungono ed entrano nelle case a rubare l’oro, entrano nella vita a rubare qualcosa lasciando un biglietto con scritto manca qualcosa e non saprai mai che. Non lo saprai mai però. Entri tu con il mio braccio, questo è tuo, dici e tra poco arriveranno loro come un acquazzone ad agosto che ci porterà a mare felici. Non lo saprai mai però. Sentirai le molecole, quando sarai nel sospiro che sfonda i secondi nelle sale d’attesa seduti con gli altri dove e vi riconoscerete tutti per le occhiaie profonde. È stato il secondo più lungo quando hanno guardato, quando hanno chiamato dicendo questa non è la tua vita, vattene.

 

Oggi mancava il cielo, il bianco oh il bianco dei denti lo smalto, rosso sulle unghie dove i secoli per pochi millimetri e pezzi, di intonaco a terra mentre vivevo a strappi nei riflessi delle pentole sul gas. Perché le stelle che vedi potrebbero essere tutte esplose, come un grido da un istante mentre l’istante muore su questo bianco la balena, si arena si arrende, con gli occhi fissi sui testimoni che la guardano morire. Tiravi pugni sulle mie costole come a dire volermi bene. Non voglio chiamarti per non perderti. E tutto perché si sono fatti guardare e li abbiamo visti e non volevo. Sangue nei lavandini. Bufere di futuri giorni negli occhi e se li chiudi restano negli ubriachi che cercano la radice quadrata di se stessi. Il filo interdentale. Poi basta uno scalino una goccia la bava la pelle morta un capello per rinascere.

 

 

Il finale bello è solo per le storie che iniziano c’era una volta perché tutto è stato la volta che non c’eri, quando correvi nuda come una domanda. Poi finalmente la casa, gli isosomi. La casa dopo le pareti più bianche negli occhi stanchi del bianco. La tristezza del nonno nel babbo, la tristezza del babbo nelle mie mani che tremano. La casa era nel guardarti. Eravamo complici di quella gioia e per questo, dopo, ci siamo sentiti colpevoli.

 

 

La voce divisa per meiosi si raccoglie nelle mani di chi legge ed è questo essere qui con te. Amare è starci, stare con. Aspettavo da te una chiamata, un vocale su Whatsapp, un segno per sfibrarsi fino al mondo nei tuoi occhi, qualcosa. All’inizio del mese le bollette il gas l’acqua i soldi, i soldi erano già finiti, quante volte questa canzone vera detta dalla madre. Ma guarda là come neve dicevi e non avrei pensato più a niente se non a sorriderti. E la parola d’ordine dimenticata per questo entrare nella vita di qualcuno. Eppure tutto spariva nel dolce di quando sfasciavamo le capanne nemiche e c’era chi cercava nei cassonetti l’oro, quando esistevi mezza stagione nelle mezze maniche e l’ombelico scoperto dove il punto per ricucire i mondi i bottoni, leccare il piercing, la pancia stupenda, le unghie vengono via assieme ai denti solo a sfiorarle con questi pensieri.

 

 

Oggi le montagne non ci sono. A volte quando parlo nel cervello c’è il nero. Accadevano molte cose ma è come non fosse accaduto mai niente. Non riuscivi a vedere. C’è il rumore del frigo, della gatta che dorme. C’era una volta perché è stato per sempre. È stato per sempre io che volevo ascoltare infinite volte la stessa favola prima delle palpebre. Ti parlo da qui da ponte Stalingrado, ci partono i treni sottomano e sotto Matt Elliott I only wanted to give you everything, ma non l’ho mai fatto. Ti parlo da qui dove tutto è metamorfosi e non puoi fermarti, non devi. Allora va’, dillo, avevo pregato per noi altro di questo mio restare a guardare. Ma non si entra nel male a caso, si entra a caso nel buio, come da bambino per la prima volta nel bagno in braccio al babbo e dopo che apri gli occhi è ancora pianto e buio e inizi a respirarlo, a diventarlo. L’antilope sentiva alta nel vento la sua morte, ma per lei era solo vento. Il telefono quasi scarico, deve tornare a casa. L’eyeliner sul buio dei sedili. Férmati, c’è qualcuno che ci guarda con le mani sui finestrini noi immersi nell’oscurità immobile, io in te come stessi nascendo.

 

 

Visi nelle notti più lunghe tornano e il cuore terremota il letto le pareti tachicardia è un’ora che non avevo avuto mai. Basta poco, un alfabeto finalmente poi è marzo di nuovo, ma non ancora, e Mina mi guarda dai piedi del letto, è incinta e si lecca, io che sono sempre qui tra adesso e un tempo senza più la paura del buio perché gli occhi ci si abituano, dopo un po’. Ho scritto questo prima che fosse incinta, vedendola incinta, perdendo la vista, la vita del mentre. Da questo niente, vicino al niente, dicono, ripetono per chiunque la leggenda delle fenici ancora una volta. Dove prima c’era la mano ci sarà una gravastar, nel pavimento spaziocurvato di Cézanne, ritratto del padre, o la camera di Van Gogh in quella vertigine che sprofonda come in un dejavù che dice la strada giusta è questa, se rivivi degli attimi che ti sembrano vissuti, continua qui. Qui i cieli sono bassi, sono grandi sulla valle del Chienti. Doveva essere così, facile. Oggi le montagne ci sono. C’è già stato che mi portavi la tua mano al viso, questo destino che si rivede per non scordarlo, e dice bravo, è questa la strada che il gps ritorna su Google Maps. Ma c’è qualcosa che non c’era più.

 

Tratti da Da questo niente© Michele Joshua Maggini

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