“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

 

 

Febbraio è il mese più corto
e più inquinato dell’anno.
Si va così, a targhe alterne
tra un respiro di nebbia e di smog.
Se aspetti di girare pagina al calendario
o se lo fai prima del tempo,
col terrore di trovare nascosto
un giorno in più di pena
scopri solo residui, resti:
qualcuno nato sotto il segno dei pesci,
coriandoli sparsi, le cicche dei genitori
masticate dai cani.

 

 

Sui tram, ai semafori o in curva
si incrociano, segreti e sfuggenti
come quelli tra ragazzi, tra gli autisti, i saluti.
Chi alza il mento, chi fa cenno con la mano,
chi li spia, di taglio, alla sbarra fredda.
Se uno non ci fa caso, o se non vuole
sta all’angolo, in guardia, la faccia
cancellata tra le mani,
come il pugile, il bambino ancora in castigo.

 

 

Ci chiamiamo da una stanza all’altra
come chi non si trova
nell’incrocio di spigoli che premono che pungono.
Le voci più alte a fare più forte
in questo labirinto che già conosciamo
e ci divide.
Così nel trovarci
finiremo lungo le costole
sul duro delle ossa
che spingono tese per essere prese
sui lati a sfregarci, a fare rumore.

 

 

I palazzi a ampie vetrate ribaltano
strade, semafori, ampi angoli di città.
Chi passa di fianco butta l’occhio
nel rovesciamento fisionomico
conservativo e non sa perché.
Così ti vedi vederti, magari di taglio
e verifichi con prove di movimento
di essere lì, di essere tu
lo specchio, l’opposta immagine
che viene avanti eroica
come il salto della pozzanghera.

 

 

Sto provando a dar spazio ai movimenti
alla trama degli eventi.
Non si deve far forza, far stretto con lo spago
soltanto seguire la piega del ramo.
Lasciarsi portare così, per mano
fin dove il germoglio di un kiwi tende
e in questo arco, in questo inchino
far piano
lì dove la pianta chiama
lì dove chiede di essere legata.

 

 

Lungo la tua schiena, su questa curva
col dito disegno la tua pelle.
In questo solco in questo segno
l’unghia traccia le linee
imprecise di un animale preistorico.
Qui spunta una zampa, poi una coda, più in là
la corsa muscolare della prateria.
Per largo tratto, graffiare i fianchi
resta la sola via
l’eco di un’arte rupestre
il contorno del mio coraggio.

 

 

Rimangono vuoti questi spazi
le pieghe agli angoli strette, spinte dal gomito.
In quest’attesa si è assediati dal crampo
contratto da ogni arresa.
Qui, bisogna imparare a far spazio
radunarlo tutto il bianco, il tarlo,
questo sottofondo.
Soltanto così prima o poi
per strada una pietra
apparirà ancora una statua
le parole altri misti eroi.

 

 

Dovrei forse imparare da questa finestra
dall’interno di questi infissi
spalancati dal vento.
Di colpo tornare a far perno,
il giro dorsale
provato per anni per prendere spazio.
Sarebbe almeno qualcosa restare bassi
fissare il baricentro, muoversi di lato
senza incrociare il passo.
Così si inizia uno scivolamento:
piedi pronti, braccia aperte.

 

 

Jacopo Mecca è nato nel 1992 a Torino. È laureato in Letteratura, filologia e linguistica italiana. Alcune sue poesie sotto il titolo Istantanee di un gesto sono uscite sul n. 89 di «Atelier». Collabora con «L’Indice dei Libri del mese», fa parte della redazione di «Atelier» ed è tra i fondatori del collettivo torinese Sul Ponte diVersi.

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