Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Edizioni 2018

Addentrarsi nell’opera poetica di Leopoldo Attolico, raccolta nel volume Si fa per dire (Marco Saya Edizioni 2018) permette di comprendere come la sua scrittura sia piena di vita, di arguzia e del senso più pieno dell’ironia, che è quello di cercare sempre un’altra angolatura, altre prospettive, altri punti di vista rispetto a ciò che viene fatto passare per l’unico punto di partenza possibile, sia questo spacciato per spontaneo sgorgare, sia esso, invece, solennemente iscritto in un canone che non ammette dissonanze.
Ciò che qualche anno fa definii come «sorriso pungente dell’ironia» attraversa tutta  la poesia di Leopoldo Attolico, da Ancora bilanci apparsa in Piccolo spacciatore (pubblicato la prima volta nel 1987, il volume raccoglieva poesie scritte tra il 1964 e il 1967) a Storni su Piazza dei Cinquecento, che figura tra gli Inediti 1986-2016. Sì, perché l’ironia di Attolico, che dissente e capovolge i rapporti di forza e le gerarchie, si oppone anche a brame di dissolvimento e a furie distruttrici. La lieve e sorridente ironia dei testi qui raccolti si fa allora testimone di una formula, dalla misura precisa e sapientemente calibrata, per dire la complessità del vivere, il groviglio delle relazioni umane, gli splendori e le miserie delle esistenze.
Dire ironia non significa relegare nell’ambito del giocoso divertissement – anch’esso, comunque, di raffinata fattura, frutto di studio e labor limae – un’opera, non significa etichettare una forma di poesia per renderla, di fatto, innocua. La vera ironia conosce e rivela il dolore, non lo liquida con scariche di lamenti. La vera ironia pratica i sentieri della compassione, come dimostrano, per tornare a menzionare fasi cronologicamente lontane della produzione poetica di Leopoldo Attolico, Ritorno ad una casa da Piccolo spacciatore a Travet  di Intermezzo (sezione di Piccola preistoria) a Io e loro, in Inediti 1986-2016.
Poi c’è l’arte al quadrato, anch’essa manifestazione di vera ironia, della poesia sulla poesia, nutrita dalla robusta e attenta lettura quotidiana, corroborata dalla riflessione su rime, ritmi e strumenti, messa alla prova ogni giorno nell’officina poetica. I duetti a distanza con Ungaretti, Montale, Penna, Caproni, Lunetta, Riviello e Zanzotto, le dediche a Maria Luisa Spaziani e ad Achille Serrao ne sono un vivido esempio, che diventa a sua volta fonte di riflessione e di confronto per chi questi ‘duetti’ e i loro copiosi rimandi legge, ascolta, percorre esplorando.

© Anna Maria Curci

 

da Piccolo spacciatore, 1964-1967

Ancora bilanci

Più si parla d’amore
e più si fa del male .
Ma il male è necessario…
Nel mio breviario
metterò dello zucchero
condito con il sale,
inciamperò felice
contento di cadere.
Ai potenti del mondo
manderò il conto.
Eviterò le scale?

 

Notte sul fiume
(a Sandro Penna)

Patimmo l’epigramma
come fatica elaborata e nutrita,
suo malgrado, per somma di gelide paure:
paura di non saperlo riconoscere,
paura di non amarlo abbastanza.
Poi Sandro Penna disfò il suo male
di giocattolo rotto a celebrare una morte
– ben vivo, sulla riva di un fiume:
quattro parole in fila
per un bengòdi di luce ad incendiare il buio.
La riva nera si rimangiava il suo colore.

 

Toccata e fuga

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.

Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.

Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente.

 

Ritorno ad una casa

I visi dei bambini che mi corsero incontro
non erano belli: v’era il male del corpo
a devastarli, campito dentro gli occhi.
Ma sorridevano cenere spenta visitata dal sole
e larve di parole d’amore tiepide
come mani sulla fronte.
Passai tra quelle come un oggetto misterioso
ritrovato dopo tanto tempo,
quasi un’apparizione strappata all’orizzonte
o reinventata per affollare il cuore…
Mi vidi viaggiatore indifeso
chiamare la pietà col suo nome
e ritrovarla accanto per un lungo momento,
stella accanita di complicità battente
oltre il mio sguardo

 

Occhi lucidi
(a Giuseppe Ungaretti)

Ho tanta stanchezza sulle spalle
e domani è Natale.
Dialogo con un fuoco posato dentro al cuore
e tra le sue capriole mi accontento del poco
vestito di pensosa sostanza in un approdo improvviso:
la minima realtà del mio candore un po’ liso
che ancora mi riscalda, gratuitamente
nel gelo della stanza.

 

da Il parolaio, Campanotto Editore 1994

Al poeta di Livorno

Non so se hai mai pensato, Giorgio
di dover ringraziare – per te,
per tutti quelli come te –
le carrette del latte del ‘44
e il vetro di una guerra che le vedeva passare
tra le tue righe all’alba
come metonimie cui dar voce, controcanto
e in qualche modo un lume, per rimario.
Non so se hai mai pensato a queste cose.
Certo che un po’ ti invidio – sai
perché il tuo pettorale, portato intatto sino a qui
io non l’ho mai posseduto
né avrei potuto d’altronde, ché sono un giovincello.
Ti è stato dato in sorte d’esser stato
uno dei pochi ad onorarlo con le parole giuste
-sottile paso doble inarrivabile
in un momento solo, irripetibile.
Vorrei dirti bravo e fortunato
senza clamore, così, come i tuoi stessi versi
che mi porto dentro hanno saputo dirmi.
Quella che si vela di te è la coscienza di un privilegio
che non ha fatto i salti per venirti in petto;
che ha scelto il gelo di un rifugio
senza chiedere altro che di esistere
stretto stretto al mondo
nel tuo fiato

 

da Inediti 1986-2016

Al Zanzotto di Eurosia

In un involucro malato e odoroso d’epoca,
in sontuosi acrilici costumi
si addentano le parole
e si dilaniano con educato mestiere

Oh bei tempi andati dei cavalieri futuri!
Umani, androidi,
robottini dorati e fosforescenti
lessici galattici, elettroniche totalitarie
tutti giù nell’imbuto geometrico
e ossessivo del nulla…

 

Storni su Piazza dei Cinquecento

Anche stasera, a migliaia
fanno delle loro evoluzioni
un palinsesto surrealista, dadaista, impressionista.
Sono, in fondo, la poesia
la sua anarchia che fa quello che vuole
che non è mai quello che avevamo pensato un attimo fa

Nell’indisciplina dell’armonia
che coniuga il probabile al possibile
s’inciela la prossima poesia?

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