L’innata cura dei viventi: una lettura di “La vita inoperosa” di Marco Caporali (di G. Ghiotti)

A sei anni dall’uscita di Tra massi erratici, Marco Caporali – l’animo più gentile, lucido e appartato della poesia italiana contemporanea – ha pubblicato per le Edizioni Empirìa, che fin dal 1991 accolgono i suoi lavori, forse il suo più importante libro di poesie. Il titolo, bellissimo titolo, è in qualche modo emblematico, La vita inoperosa, ma sulla presunta “inoperosità” della vita tornerò più avanti.
Vorrei partire invece, per addentrarmi in una possibile lettura di questo libro che è il più solido e denso dell’autore, da un verso di Caporali che mi ha spiazzato, incantato, e guidato nella comprensione dell’opera. C’è un’espressione che sarebbe stata un titolo altrettanto esplicativo e centrato, “l’innata cura”, cito dal testo: «Innata la cura/ che ogni vivente a se stesso riserva.»
Mi sono domandato quale fosse – cosa fosse – questa innata cura. Provo ad approntare una risposta: l’innata cura è quella che si profila oltre la soglia di una lingua condivisa, quella che crea una compartecipazione empatica nell’animale, nell’uomo, nella natura tutta.
L’empatia, la pietà per il creato (che ha cura di se stesso e questo libro ne è in una certa misura la prova) nasce, sembra dire il poeta, quando «s’incontra qualcosa che è in te/ con altro da te.» È un’energia potente che si sprigiona, e che, ad andare a cercarla, ritroveremmo in un ipotetico dizionario affettivo della natura sotto la voce “felicità”.
Vi è dunque un legame quasi simbiotico, una relazione innegabile tra l’occhio poetico che osserva e il mondo umano e bestiale che offre al poeta il nudo spettacolo di sé, la nudità scabrosa della vita. In questo, ci troviamo in una zona limitrofa all’esordio di Caporali, Il mondo all’aperto: «Il mondo all’aperto mi guarda». Ma ora, nella Vita inoperosa, è il poeta che guarda al mondo, un movimento reciproco e contrario. E cosa osserva? Non il tutto, ma solo quel che desidera, ciò che servirà alla sua poesia. Il mondo necessario alla sopravvivenza della sua opera.

La terza sezione del libro, Sul filo dell’acrobata, nasce come riflessione al saggio di Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, nel quale viene indagato quel profondo sentimento di compartecipazione al pericolo, alle speranze, al terrore provato dallo spettatore che osservi, dal basso, lo spettacolo di un acrobata in equilibrio su un filo, nel vuoto. È della stessa natura il rapporto tra l’uomo e l’animale, tra il poeta e il (suo) mondo.
Nella poesia scritta per la figlia adolescente, si collezionano numerosi interrogativi destinati in parte e restare (giustamente) insoluti: «cosa muta in noi giorno per giorno, che saremo e cosa siamo stati, quale corpo abiteremo infine» cui fa eco la domanda posta proprio da Agamben nel saggio citato pocanzi: quale sarà il volto estremo dell’uomo alla fine della storia? Sarà forse il volto dell’animale?
Mi piace notare come fin dall’esordio di Caporali l’insoluto, le domande implicite o esplicite, abbiano caratterizzato la poesia dell’autore. Penso ad alcuni versi dal Mondo all’aperto, «Avremmo preso almeno/ con noi le nostre valigie/ se solo si fosse potuto/ conoscere l’istante in cui partire», o alla chiusa dello straordinario poemetto La gara dei presepi dal Silenzio venatorio, ispirata al film di Pasolini Che cosa sono le nuvole, con Ninetto Davoli nei panni di Otello e Totò in quelli di Iago: «Che cosa sono, Iago, le nuvole?»
L’uomo può restare in vita fin tanto che riesca a formulare domande in grado di produrre senso, che saranno domande ovviamente esistenziali, le medesime probabilmente che si pongono i bambini, i quali però, come i poeti, sono più inclini a cogliere i nessi segreti tra le cose, i segni della vita inoperosa, piuttosto che tentare a ogni costo di fornire soluzioni. Così, più importante del riuscire a spiegare il mistero del passare del tempo, sarà notare la felice somiglianza (naturale, si badi bene) del trascorrere delle nuvole nel cielo col nostro (altrettanto naturale) migrare da paese a paese. Come branchi, come stormi. Come scrive Murgia, chi non ha risposte si salverà forse con una domanda, se saprà sceglierla bene.

L’animalità è connaturata all’uomo, e per quanto ne dica Aristotele (che l’uomo è quell’essere dotato di lògos, che non si può ridurre al concetto cristiano di parola ma che è il pensiero razionale nel suo dispiegarsi manifesto), io preferisco l’approccio derridiano alla faccenda, descrivendo l’uomo quale animale autobiografico che fin dai primi graffiti nelle grotte, nelle caverne, va cercando di raccontarsi per capirsi – «Offre ciascuno diverse visioni del suo passare» scrive Caporali – senza mai arrivare a toccare la verità su di sé, senza mai risolvere del tutto il problema, l’enigma dell’identità. Lo dice perfettamente Marco in questa poesia: «Basta per essere umani/ riconoscersi tali./ A quattro zampe/ bambini-lupo/ alle porte dei villaggi/ dell’uomo gli inumani/ e muti messaggeri, i testimoni/della sua fragile identità.»
Se esiste un’identità, non può che essere fragile, facciamocene una ragione; non può che essere mutevole e precaria. Per questo forse, per questa irraggiungibilità e impossibilità a esaurirla in formule e parole, è possibile continuare a scrivere vera poesia.
La vita inoperosa è libro della contemplazione, se volessimo utilizzare un’espressione inevitabilmente riduttiva e scarnificata, ma se di contemplazione si tratta è per un mondo e per una vita tutt’altro che statica, inoperosa, contemplativa. È lo stesso principio di conservazione della materia, per contrarium, a garantire il rinnovarsi del mondo: «per esistere/ altra esistenza si annienta.»
È, al contempo, un libro sulla responsabilità dell’occhio poetico, poiché la consegna da parte del poeta di una visione del mondo tanto interrogante, dettagliata, irrequieta – ne sia egli consapevole o no – è di per sé un atto politico.
Verrebbe da dire che il suo libro più umano Caporali lo ha scritto ponendosi a una distanza necessaria dall’umanità, se è vero come a me pare che l’empatia è quella particolare inclinazione che nasce a metà tra l’istinto e il sentimento, cioè tra il nostro essere biologico e il nostro essere culturale.

© Giorgio Ghiotti

 

Marco Caporali, La vita inoperosa, Empiria

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