Villa Dominica Balbinot, dalla raccolta inedita “… E tutti quegli azzurri fuochi…”

 

DALLE NAVATE DEGLI ALBERI GERMOGLIANTI

…Dalle navate degli alberi germoglianti
( si stendevano belle e lucenti
nei lunghi giorni perfetti)
si arrivava alla tacita linea di acqua,
l’innominata acqua scura,
un assoluto solitario
quasi sotto l’orlo angusto…

Dopo il crepuscolo azzurro
la notte era molto tranquilla,
e quei morti intorno a lei
nella loro innominata carne ferita
erano sostanziali misurati e preziosi
capaci di movimenti lenti e terribili.
Tra sofisticherie e sottigliezze teologiche
lei aveva una espressione di fredda
– e pensosa- riservatezza,
nelle possessioni – tutte sue –
( e dopo il macello geometrico)
Tutto l’incesso
per quella strada ardente
era astratto e scabro
come la camera dei suicidi in un albergo
e il cielo si era rannuvolato intanto,
striato dai cardati fili colore di seppia,
che erano sul punto di precipitare.

 

QUEL CIELO ERA- ALLORA- BLU COBALTO

Era una strada meravigliosamente silenziosa:
quel cielo era blu cobalto,
allora allo zenit…
(troppa erba, troppi fiori, – e di un profumo troppo soave,
con troppa luce,
in uno splendore selvaggio.)
(Ora ovunque vi è qualche particolare,
di quello stesso orrore)…
Il suo è un segreto canto funebre,
canta alle rovine proibite,
– a quella perversa struttura tutta,
raccoglie i dati impuri,
le
micidiali arsioni:
la lingua è tutta inventata
pietosissima
,
lei è lirica- è crudele-
(Quel sontuoso colore vermiglio,
quel riflesso purpureo…).

 

L’AZZURRITÀ DELL’OMBRA

Era stato allora
(guardando lontano nella sera,
nell’azzurrità della ombra
di una rosa spogliata)
che si era detta,
che tutto forse le sarebbe infine apparso
(riflettendoci)

quasi perfetto

Ci sono sempre delle cose
che accadono nel silenzio,
come la cauterizzazione sua alla vita,
quella disarticolazione strana
che la faceva correre
qui
– alla sorgente e
alla cieca lontananza,
a quella giacitura tra le sonnambule urla
(ah la rigida dolcezza
la insana crudezza tutta).

Lei ora si sentiva magnifica
isolata
[attorno alla superficie]
e ogni cosa era di un bianco quasi puro

– vagamente corrotta
in quella superba-
storta– Inquisizione barbarica
dei
supremi crimini, e della loro lingua antica.

 

PER QUELLE STRADE IRREALI DELL’ALBA

Per quelle strade irreali della alba
c’era solo un grande silenzio
(immane estatico)
sprofondante in un vuoto immaginifico
– troppo dolce perché si potesse sopportarlo.
E loro erano ancora tutti lì,
misteriosi ostinati ben visibili
incancellabili…
Del resto non è una storia
inaudita– questa-
sulla terra:
quei forzamenti,
le stagnazioni magre tutte,
i  –
suoi– personaggi disfatti
e nell’assoluto atto,
una simile lebbra
(e quel superbo inquisitore di crimini,
– nel
silenzio selvaggio
in un inconcepibile modo

quel lungo grido

 

che diceva sempre la stessa cosa).

 

RISCHIARATO DA UNA LUCE DI AMBRA

(…Rischiarato dalla luce di ambra della sera
il pallore del suo viso aveva riflessi azzurri…)

Nelle immense regioni insopportabili
quei patologici processi
di
maestà cruda,
– e tra il deliquio e il sonno-
portavano con sé
una dissuasione segreta,
una austerità insolita:
erano un messaggio algido
di ghiacciate cime,
di un grigio di alabastro…
Vedendo il bianco perlaceo
della colonna vertebrale
– al di sotto della pelle-
lei si sentiva
scabra
straordinariamente netta:

a seppellire i dolci corpi
sarebbero stati la sabbia
le foglie secche
– le tempeste di neve,
tutti quegli azzurri fuochi

 

© Villa Dominica Balbinot, poesie 2017-2018

 

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