proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito.
“Ora sei davvero dentro la follia, tesoro, come dentro il ventre di tua madre. Il sangue di nutre, ti affascina, sei tutt’uno con la natura, col fato… Ecco… Brava… Peppe, lordala!” Mentre Maria si china cercando di immaginare che quel serpente di stoffa è fatto di puro sangue di vittima, sente un colpo sulla schiena. Fa per voltarsi ed eccone un altro, questa volta sulle spalle. Un liquido gelato le cola lungo il collo, le braccia. Si gira di tre quarti e vede Peppe che con la faccia ispirata si accinge a lanciarle addosso altra vernice vermiglia.
“Banquo, non scuotere verso di me le tue ciocche sanguigne!” urla Sandro dimenando il bacino con fierezza. “Slegato per dio, slegato Sandro! Ecco, così bravo… E ora avanti le streghe. Dal retroscena arrivano correndo Angela e Lilli, in blue jeans e maglietta un panino imbottito fra le mani, la bocca ancora piena, i capelli scarmigliati: “Sempre a mangiare, sempre a mangiare! dov’è Teresa?” “A telefonare”.
Alfio fa una orribile smorfia di dolore. Poi, con uno scatto improvviso si avvia verso l’uscita. Sandro e Peppe si precipitano a trattenerlo. Si fermano tutti e tre sulla porta facendo un tira e molla disperato. Coppa dice che è stufo della loro cattiva volontà. Sandro e Peppe gli parlano fitto fitto persuasivi, adulatori, concilianti. Infine Coppa cede. Torna a passi restii verso la scena, masticando parole di sconforto. Intanto è tornata Teresa. Le tre ragazze si sono infilate le lunghe gonne di scena sopra i pantaloni, hanno posato i panini e ora si accingono a recitare la loro parte.
“Squama di drago/ dente di lupo/ pancia di pescecane/ bile di capra/ rametti di tasso/ tritati in eclissi di luna”….
Recitano in coro, la voce sibilante, rauca. Coppa le lascia dire per un po’. Poi interviene muovendo in avanti le belle mani larghe e nervose. “Non avete ritmo, è un disastro… Giù ho detto, accosciate, striscianti, saltellanti come avvoltoi attorno ad un cadavere”…
Le tre ragazze si accucciano. Tornano a gridare la filastrocca torcendo le bocche sporche di burro. Sandro continua a dondolarsi sulle gambe magre, la faccia allampanata e scioccamente risentita. Peppe esce lento, ieratico e rientra reggendo una enorme forma di pane casareccio. Lo posa in mezzo alle streghe.
Maria stringe con dita infreddolite la cima di un rotolo di carta violetta e la trascina verso il centro della sala. “Ecco, ora Maria, sei entrata in comunicazione con le forze del buio. Sei presa, assorbita da quel tanto di oscuro, di irrazionale, di demoniaco che ogni donna porta dentro di sé. Succhia, succhia quella bava di bile… E il male di cui ti mitri… Il male ondoso che uscendo dall’inferno prende la forma morbida e banale della vita quotidiana…” Maria cerca di seguire le parole di Coppa. Ma è intorpidita dal freddo. La vernice le tira la pelle sulla schiena. E poi si sente scomoda, ridicola, con quei seni nudi in mezzo agli altri tutti vestiti.
“Ora Mariuccia tesoro mio levati la gonna… Devi essere tutta nuda, nuda e splendente in mezzo agli altri tutti vestiti.”
Maria alza gli occhi perplessi su Coppa che, esaltato, va avanti e indietro per la piccola cantina sputando le parole come se gli bruciassero la lingua. “Sei una pura forma Maria, sei un delirio, una essenza spirituale, un miraggio… Non una piccola borghese impaurita del mondo… Leva ti quella gonna e non fare la stupida! ”
Maria si porta le dita alla cerniera. Ma le braccia si fanno pesanti, inerti.
 La voce del buon senso le parla con petulanza: spogliata che ti fa? Tanto si sa che o teatro o cinema le donne devono sempre spogliarsi, è il gioco delle forme che lo richiede come dice Alfio, è lo spettatore goloso immerso nel buio che lo richiede, lo sanno tutti, che male c’è?
Ma le dita sono ferme, di marmo, Coppa la guarda ansioso, impermalito. Anche gli altri la guardano. Aspettano che il suo corpo bianco esca fuori dalla gonna, infreddolito e vergognoso, per il giusto trionfo della volontà del regista.
Sandro la osserva di soppiatto, con finta indifferenza. Peppe la scruta con vogliosa curiosità. Le tre ragazze attendono con timore: sanno che se lei cede dovranno poi cedere anche loro. Coppa ha già detto che intende inscenare un sabba con le streghe nude che corrono a cavalcioni di grosse lampade accese.
Maria si morde un labbro indecisa. Poi eccola improvvisamente raccogliere da terra la camicetta, infilarsela in fretta e avviarsi a passi sicuri verso l’uscita. Mentre sale i gradini sente Coppa che dice tristemente: “Una borghesuccia di provincia, non c’è niente da fare”, subito seguito dalla risata complice di Sandro. Le ragazze sono rimaste in silenzio, accucciate per terra nei loro stracci. Peppe invece la chiama e poi si mette a correrle dietro. Maria affretta il passo. Imbocca una strada affollata. Gira in un vicolo, poi in un altro. Si infila in una rosticceria. Afferra un supplì, lo mangia avidamente soffiando sul riso bollente. Il cameriere la guarda spaventato e lei non capisce perché. Poi si accorge che le sue mani sono imbrattate di colature rosse, come sangue di profonde ferite. Prima di uscire guarda se Peppe è ancora in giro. Poi spinge la porta di vetro e prende a camminare tranquilla masticando i fegatini di pollo. Guarda il cielo limpido, compatto, di un azzurro metallico e improvvisamente si mette a ridere. “Ma perché rido?” Si chiede: “Ho perduto il lavoro, non andrò più a Parigi, non saprò dove sbattere la testa.” Ma lo stesso non riesce a fermarsi. Una risata gioiosa, calda, dolorosa le sale dalla gola, irrefrenabile. Si porta le mani insanguinate aperte davanti agli occhi e mormora le parole di lady Macbeth che amorosamente aveva imparato a memoria: “Nulla è guadagnato, tutto è perduto quando ciò che si desidera è ottenuto al prezzo della serenità”.

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In «EFFE», maggio 1982.

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