Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico.
Gli indizi collocati ad arte attingono ad ambiti diversi per assumere le sembianze, le forme, le dimensioni sensoriali e  le connotazioni con le quali si presentano a chi legge. La cronaca delle spalle voltate, dei rifiuti, dell’indifferenza e dei respingimenti della Vecchia supponente – l’incontinente continente occidentale, a ponente, “su ponente” – diventa trama di patologie psicosomatiche, squarciata, vale a dire insieme strappata, lacerata, devastata e illuminata, dalla condizione esistenziale di «gettatezza».
Medicina, psicologia, filosofia, geologia concorrono al dire poetico. Alcuni termini, come «scotoma» (nel linguaggio settoriale della medicina lo scotoma è un’area di cecità, che può essere parziale o totale, del campo visivo) del testo #11, anticipato da «fuori dall’area cieca» del testo #3, «propriocezione», «ipossia» del testo #5, «essere gettati» (da far risalire alla Geworfenheit di Essere e tempo di Heidegger), assumono il valore di lanterna che guida il passo al riconoscimento di un dettato poetico sapido e provocatorio, preciso nel suo voler essere pietra d’inciampo, epifania dello scandalo.
L’inciampo obbliga alla sosta, alla riflessione e alla ripetuta ricognizione del campo espressivo, chiama, coinvolge, contagia: ermeneutica e poesia tornano a camminare l’una al fianco dell’altra e provocano domande, le “chiamano” letteralmente “fuori”. Gli interrogativi così provocati generano una salutare irrequietezza.
Chi è nella condizione patologica della cecità, della carenza d’ossigeno, per tornare ai termini di «scotoma» e «ipossia», chi possiede ancora e chi invece ha perso la capacità di percepire, riconoscere, di individuare la propria collocazione e i propri movimenti nello spazio, anche senza l’ausilio della vista, la «propriocezione», dunque? I figli dell’Europa ripiegata su se stessa? Gli ignorati, respinti, i travolti? Entrambi? Con modalità rovesciate? In quale misura? C’è una reversibilità a tutto questo?
Cercare le risposte a questi interrogativi, trovare formulazioni poetiche convincenti, ripartire nella ricerca: di questo circolo virtuoso di cambiamento di prospettiva e accoglimento della complessità è buon esempio il testo #5, che riporto qui nella sua interezza:

non sono i figli tuoi i fuori luogo
dove sono rotte le acque

frastuoni di fratture di
pangee incollate a freddo
e l’urlo di quest’ora è acqua in bocca
se è sbagliato il pigmento ne ignori l’ipossia

guardali, Vecchia, gettati al mondo
gettarsi all’altro mondo
saranno in chiaro adesso qualche ora
more di salmi oleografie e news

saprai l’eclissi del tuo eliocentrismo
senza salienza umana

C’è un invito esplicito che sale dai trenta quadri poetici di eu-nuca:  «basterebbe voltarsi / per continuare a vivere/ agire le parole scritte». Dopo averlo accolto, lo trasmetto a mia volta a chi ha voluto seguire queste mie considerazioni fin qui. Non volgiamo le spalle, non mostriamo la nuca all’Altro, all’interlocutore e pungolo della poesia.

© Anna Maria Curci

 

#1

sorda e sazia
la Vecchia incontinente
occhieggia
le chiavi dei cassetti
dal suo salotto buono

edifica castelli di origami
in fibra di cotone
e filigrana

un riverbero algido
dagli ologrammi
opaco poco nitido
il suo lato sinistro

 

#2

la Vecchia
al petto stretta
la borsa dai ricami
ricava identità cifra su cifra
rafferma punti forti nel diritto
ostenta una retorica al rovescio

sorda sa misurare il lessico
bene al riparo da spifferi ideali
_ come ogni vecchio sa
nella sua casa
quali infissi serrare e che suffissi
non avere in comune con la storia

tira a scossoni incerti fili fila

paventa le correnti
spinte di spore spurie
rigurgito di primavere
promananti dal mare

se il vento è da ponente
_ spalancare a ponente
saracinesche a sud

 

#3

parole sante asettiche
_ ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_ mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

 

#7

di nuca
fiacca guardiana sterile
la culla in catalessi traballante

paura suggerisce atarassia
e porgere generiche parole

[non fondi, non fecondi]

ti tremano le mani: t’ostini in distrazioni
hai frequenti momenti di amnesia

in sogno hai creduto che bastasse
mettere in fila piccole monete

 

#20

c’è chi si dice certo che a tenerle chiuse
l’ostro ripiegherà all’indietro
tacerà lo scirocco o almeno
ne svanirà il segnale

anemometria dinamica
studi fantapolitici
su cavie vive
in transito

 

#26

soffiano venti futili
leggeri e appesi a un vuoto
se n’è indurito il battito

non sono nostri i morti
l’urlo nero
extraterritoriale
vela la piazza liquida
vale un soldo bucato

anche le lire, in tralice
fuori corso
stonano_non cantano

e come mai potrebbero
prive di lingua umana

 

Patrizia Sardisco, eu-nuca, Edizioni Cofine 2018

3 comments

  1. La mia riconoscenza alla Redazione di Poetarum Silva, una gioia indicibile rileggere qui la Prefazione di Anna Maria Curci a eu-nuca, un grande onore per il quale non mi stanco di ringraziarla.

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