Le “anime perse” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.»
Mi si potrà contestare il fatto che moralisticamente io assolva le anime dei protagonisti di queste storie infelici, quando in realtà è un inferno questo raccontato da Piersanti, senza via d’uscita, senza una soluzione diversa da quella che una sentenza ha già decretato. Ma le anime in attesa d’essere salvate non sono solo quelle dei protagonisti di queste diciotto storie raccolte da Ferruccio Giovanetti, direttore dei centri di recupero del Montefeltro, e consegnate alla penna dello scrittore urbinate: sono nostre le anime in attesa di un segno di salvezza. Perché è questo il senso del libro, il suo fine: aprire, e non chiudere, una finestra. Una finestra non diversa da quelle dalle quali e attraverso le quali ora i detenuti guardano il mondo di fuori dal quale si sono auto-esclusi con efferata violenza.
Ed è spesso violenza subita, non solo violenza attuata. Violenza provocata da un raptus di follia (come nella storia di Enrico il pescatore), o maturata nella frustrazione cibata dalla convinzione di avere subito un torto (come nel racconto di Emilio lo psichiatra); violenza interiorizzata che risponde a violenza sopportata in silenzio ripetutamente (come nella storia di Luisa costretta a sottostare ai desideri incestuosi del padre), o violenza vista paradossalmente come ultima ratio (come nel caso di Claudia che pone fine alla vita della figlia Lucia, condannata a una vita che non è vita, chiusa com’è nell’oscurità della malattia).
Tutte storie che attengono, e attingono, tristemente a una quotidianità svilita e svilente, e che ci rappresenta per quel lato oscuro che tutti gli individui possiedono e non affrontano, anzi rimuovono più o meno intenzionalmente. Ed è emblematico, a mio avviso, il fatto che il libro prenda le mosse proprio dal racconto di Emilio, uno psichiatra, come a volere indicare l’inscindibilità tra mente e anima, e come la mente sia fragile anche in chi la mente studia e dovrebbe conoscere. E invece qui l’esistenza si trascina, quasi strascica passivamente nei sentieri tracciati ora da una mente deviata dalla follia. Fuori, per contrasto, l’amato paesaggio marchigiano di Piersanti. È il “fuori” che ha escluso le vite qui raccontante, che caldo abbraccio della natura che dovrebbe in qualche modo condurre l’individuo nel suo procedere sereno nella vita, un’idea, un’illusione, certo, perché in realtà la natura né conduce né esclude l’individuo, né include né partecipa: la natura è natura e l’individuo ne è parte come i fiori costantemente innaffiati da Cinzia, immagine sufficiente a indicare i cicli che si susseguono nella vita e che intervengono a sostituire altri cicli.
È il disagio psichico e mentale a essere portato all’attenzione di tutti noi, quel disagio che sempre più è protagonista nelle vite di chi ci passa accanto e non degniamo di uno sguardo, se non di compassione (“carità pelosa” mi pare l’abbia chiamata Vittorio Sereni). Qualcuno obietterà che sono tutti esempi che testimoniano la marginalità; io replico che la marginalità è più ampia di quanto non si creda nella dimensione globale in cui viviamo, ed è il grande paradosso nel quale ci ritroviamo tutti coinvolti. Questi diciotto personaggi, protagonisti dei racconti di Anime perse, hanno trovato in Umberto Piersanti il loro autore, che nella diversità delle storie ha saputo comunque dare unità e coerenza all’intero disegno puntando sulla problematica psichiatrica e, ovviamente, sul luogo dove le “anime” finalmente hanno trovato un momento di quiete.

© Fabio Michieli

 

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