proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. Massimo sgranò gli occhi e si tappò la bocca per impedirsi di tossire ancora. L’energumeno era alto quasi due metri, peloso come un gorilla, ma più eretto nella postura e dall’espressione decisamente più umana. Sputò qualcosa, lanciò un’occhiata di sbieco in direzione del guidatore, poi si trascinò oltre il ciglio della strada, scomparendo nella macchia. Massimo restò qualche minuto in silenzio, immobile, cercando di razionalizzare. Fallì miseramente. Poi si accorse che Elena si stava risvegliando. Gemeva, cercando di recuperare un po’ di lucidità. Capì che c’era solo una cosa da fare, in quel momento. Tolse le mani dalla bocca, chinò la testa da un lato, e si finse ancora svenuto.

 

©Luigi Cecchi

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