Inediti di Davide Valecchi

 

Mi hai detto di fare attenzione al profumo del granturco
appena tagliato, al connubio di terra secca, erba e olio combusto
che per te è la dolcezza del lavoro semplice, la promessa
di un riposo senza oscurità, di una convergenza di nature.

Capisco alla fine del giorno quando sono stanco
e mi circonda l’idea di un rifugio raggiunto senza pena
che facciamo ancora parte della stessa dimensione
perché il nostro linguaggio tocca tutto il visibile
e dove non arriva cambia e si rinnova senza sosta.

 

Quando per il ritorno scegliemmo un sentiero diverso,
riscoperto dopo anni perché battuto soltanto dagli animali,
era in gioco una fedeltà al dolore, la superbia di conoscere il mondo
e l’illusione che la letteratura si trovasse in qualche posto naturale.

Ma durante il tragitto tutto è caduto nell’arco di una sosta
con la certezza di essere dentro al respiro di vita e morte
e di condividere un continuo alzarsi e abbassarsi
insieme alle entità di ogni luogo terrestre.

 

Prepararsi alla trasformazione o al riconoscimento
significa dare cittadinanza alla trama delle pietre sul tetto
o alle bolle d’aria cresciute al sole
sulla vernice protettiva delle imposte,
magari indugiando sui concetti di universo interno e di confine,
mettendo in conto il conio di qualche neologismo
da mormorare come una profezia non creduta del tutto
o come una formula che accompagni lo scorrere
del giorno sopra il giorno cancellandone l’attrito.

 

Il tuo più grande insegnamento
è questo noi depositato nel guardare
attentamente dove nasce l’erba,
nella zona tra terra e verde che ospita
città costruite di steli,
gusci vuoti di chiocciole, pietruzze,
fanghiglia. Nella nostra vita niente
differisce, il passato è nelle ossa,
da qui in avanti vedremo soltanto
ciò che la luce ci concederà,
fedeli ai movimenti del pianeta.

[già apparsa qui]

 

Ritornare dove siamo stati:
è questo quello che ci ferma
davanti ai ferri morti
al margine dei campi.

Da qui inizia il sentiero per la fonte
e di notte la stella polare
sta sulla punta del cipresso.

Ci sono nomi nella ruggine:
la nostra presenza è inavvertita,
com’è giusto,
com’è dolce l’inutilità,
il non pesare niente.

 

La limpidezza dello specchio d’acqua che si forma
dove la corrente rallenta fin quasi a fermarsi
rimanda il nostro riflesso così chiaramente
da mettere in dubbio l’appartenenza
a questa parte di mondo.

Quando ci costringiamo a proseguire
non siamo più del tutto a fuoco.

Forse prima di sera ci dissolveremo
lungo la strada che ci resta
mentre due altri noi
vivranno la loro vita segreta.

 

Siamo scesi dentro al colore della stagione
solo quando rifletteva sulle nostre facce
l’aumentare della distanza dal luogo
che abbiamo abbandonato alle intemperie.

Il nostro sigillo sulle pietre
e su tutti gli oggetti rimasti
ha cominciato a sbiadire un secondo
dopo i primi passi nell’altra direzione:
com’era altrettanto chiaro
che non avremmo avuto un adesso
da confrontare e volontariamente
abbiamo scelto un sentiero.

[già apparsa qui]

 

E quando tutto quello che ci resta,
in un tempo che vorremmo chiamare fine
senza riuscirci, sono i nostri nomi,
guardando da una presunta sommità
la distesa quasi interminabile dei ricordi
mischiati con le foglie del bosco
è come se vedessimo per la prima volta
forme, colori e consistenze
di identità che dovrebbero rappresentarci
ma di cui non conosciamo niente
al di là dei giochi di luce transitori
che ci aprono comunque dentro
piccole voragini.

[già apparsa qui]

.

 

Testi e immagine di © Davide Valecchi. 

Altre immagini qui: https://www.deviantart.com/almostautomatic

2 comments

  1. Sono semplici e profonde. Un modo di guardare l’universo e di sfiorarlo che rivela meraviglie, pur non forzando l’emotività e neanche le percezioni dell’essere umano.

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