Emmanuel Roblès e “I Vinti invitti” – di Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès

Giovanni Saverio Santangelo

Emmanuel Roblès (Oran, 1914 – Boulogne-Billancourt, 1995) è stato un grande scrittore, soprattutto romanziere, la cui opera può essere accostata per una certa tensione engagée a quella di Albert Camus (di cui fu anche intimo amico). Giovanni Saverio Santangelo, recentemente scomparso, è stato docente di Letteratura francese e di Critica letteraria presso l’Università di Palermo. Devo a lui la scoperta di questo autore, ma il mio debito di affetto nei suoi confronti va molto al di là dei libri. [Andrea Accardi]  

 

[…] 2. – Verso quell’ardua ricerca, Roblès era partito ben presto, spinto da una insopprimibile esigenza di evadere dalla routine del quotidiano e delle volgari e sciate convenzioni. A quale altra esigenza, se non a questa, rispondeva già la lettura di Loti e dei Tharaud, ricordata dallo stesso Autore in un toccante passo di Jeunes saisons? E cos’altro rappresenta il mare, se non la frontiera della libertà individuale del giovane protagonista di Saison violente? Quel protagonista che, più avanti nella narrazione, innalzerà al cielo il prorompente grido della sua giovane vita “prigioniera”.1

Quella esigenza di evadere, però, non si tramuta mai in “fuga” dal reale. Per Roblès, così come era stato anche per Camus, viaggiare non è mai un’attività sterile: è vivere ad occhi aperti, è “interrogare il mondo negli occhi”, per servirci del’espressione di Lanza del Vasto. Per questo i suoi personaggi, ossessionati dall’idea della “vita prigioniera” (sbarre, isole, imbarcazione che sia), cercano di evadere a tutti i costi, infrangendo le carcerarie barriere delle convenzioni, per riuscire a sfuggire alla soffocante angoscia.

Ma non è solo questa l’ossessione ricorrente dei personaggi roblesiani. Altre, ben più oscure, ben più orrifiche li inseguono da presso, li tallonano senza posa. La Guerra, esperienza dalla quale l’Autore è stato non poco segnato, invade, ossessivamente, il campo della sua primigenia ispirazione. E, provocando nell’Autore la ripulsa per ogni atto di atrocità che neghi la persona umana, fa provare a non pochi dei protagonisti delle sue opere il sentimento dilacerante d’essersi degradati. Ma, accanto alla guerra, orrifico parto della follia autodistruttrice dell’umanità, ecco la Morte. Presenza costante che aveva ossessionato anche Camus, questa, scandalo e assurdità della vita, va affrontata, per Roblès, coraggiosamente: bisogna, insomma, per liberarsi dalla sua oscura presenza ossessiva, guardarla in viso. Allora, quali che siano le successive letture che, del suo ruolo all’interno della produzione roblesiana, sono venute stratificandosi, davanti ad essa l’Uomo conserva intatte le proprie possibilità di vittoria. E a questa giungerà, inevitabilmente, usando come antidoto l’amore per la vita. Allora, solo allora, sarà il trionfo, davvero il definitivo “trionfo della Vita sulla morte”.2

3. – Ma l’uomo è schiacciato, oltre che da quelle oscure ossessioni, anche dalla più corposa, e crudelmente reale, solitudine. Un solitudine angosciosa e soffocante che diventa anch’essa prigione. Contro cui può vincere quella solidarietà che, in certe opere di Roblès, riesce a rigettare in secondo piano, per l’appunto, la Morte, assurgendo al ruolo di protagonista positivo. A partire da Nuits sur le monde, ove il contadino tedesco prega il protagonista, nemico fuggiasco  e da lui nascosto, di aiutare il proprio figlio a disertare; attraverso la fulgida figura di Montserrat, il quale identifica la proprio rivolta morale con quella degli oppressi, e la figura non meno limpida e fascinosa di Smail (Les Hauteurs de la ville); e, ancora, attraverso gli eroici personaggi de La Mort en face (si pensi all’addio straziante, e pur composto, fra Macias e Manuel e al senso di fraternità e solidarietà, pur nel destino sì diverso, mostrato da entrambi – La forteresse -; o al commiato di Sacal dalla prostituta, dopo l’assassinio, in un’atmosfera di sofferta solidarietà umana – L’hiver est doux à Barcelone –), il concetto è già assurto, fin da questa prima produzione, al ruolo di valore centripeto dell’ideologia dell’Autore. Ma due protagonisti, su tutti, sembrano voler incarnare di più quella scelta: il dottor Valerio (Cela s’appelle l’aurore), che, davanti alla sofferenza di Sandro, decide, spezzando la muraglia che lo separa dagli altri, di raggiungere la comunità umana; e quel Keller, protagonista di Plaidoyer pour un rebelle, il quale – com’è stato giustamente rilevato – incarna più propriamente il concetto camusiano di “solitaire et solidaire”.3 E sarebbe difficile dimenticare che, poi, un po’ tutta l’opera – si sarebbe quasi spinti a dire ogni pagina – di Roblès è occupata da quella calda presenza di speranzosa fratellanza: da Federica Le Vésuve, da Les couteaux L’Homme d’avril, da La Croisière Un printemps d’Italie. E se è stato bene sottolineato come Roblès non ami acriticamente l’intera umanità, altrettanto esatto ci pare che sia il voler riconoscere nei personaggi roblesiani “la proiezione dell’ego dell’autore e delle sue angosce ricorrenti, che confluiscono e si placano nell’amore per l’umanità”.4

Che, poi, la solidarietà non sia mai astrazione ma, al contrario, si presenti all’uomo roblesiano sotto le spoglie di un essere in carne ed ossa straziato dal dolore; che l’eroe, piuttosto che praticare una improbabile “mistica della fratellanza”,5 voglia piuttosto, ad ogni costo, entrare a far parte di quella “comunità del dolore” di stampo camusiano6 abbracciando la quale, soltanto, riesce a trovare una risposta ai propri interrogativi e ai propri atroci dubbi; tutto questo non fa che confermare che “l’homme seul justifie l’homme”.7

Ma la presa di coscienza del profondo sentimento di solidarietà spinge ben presto, quasi insensibilmente, l’uomo roblesiano alla adesione collettiva. Ora, nel passaggio delicato dalla solitudine alla fraternità, questa è rivelata nella Rivolta e dalla stessa Rivolta. Consapevole del fatto che una delle crudeli verità di questo mondo risiede nella atroce realtà oppositive tra sfruttatori e sfruttati, Roblès, a partire già da L’Action (1938), elegge la Rivolta a tema privilegiato dei suoi scritti. Tema, questo, che, se resta come radice socio-politica in talune delle opere successive (Les Hauteurs de la villeLa Vérité est mortePlaidoyer  pour un rebelle), si trasmuta, nel gesto di Sandro (Cela s’appelle l’Aurore), in rivolta contro l’iniquità della umana condizione; in opposizione ideologico-filosofica dell’ateo contro il fanatismo religioso (Les couteaux); in grido della liberazione della donna dalla oppressione dell’uomo (nella novella Le renard). La verità è che, se in Roblès è rinvenibile un “grido permanente di rivolta”,8 è pur vero che ogni gesto di rivolta appare ai suoi eroi “non solo consentito ma necessario, unico strumento per fondare la propria identità, anche attraverso la morte, reale o simbolica, di sé e dell’Altro”.9

E questi, coscienti col loro creatore del fatto che “vivere è sfidare”,10 si sono certamente soffermati con lui davanti alle tele di Goya e, insieme a lui, hanno esclamato: “quell’uomo puoi fucilarlo, non mai vincerlo!”.11 Ecco perché l’uomo roblesiano, partito dalla angosciosa solitudine, attraverso il bagno rigeneratore della solidarietà umana, giunge, con la Rivolta, ad affrontare con serenità e dignità la Morte. Ma davanti ad essa, ora, può ergersi con la sicurezza di chi ha dato un significato alla propria vita: e può, ucciso, non morire. Ed ecco perché, in fondo, davanti a questo sfavillante ed eroico trionfo dei “vinti”, ci sembra non del tutto incongruo poter considerare, per questo verso, l’opera roblesiana come uno straordinario, emozionante e umanissimo ciclo dei Vinti invitti.

 

E. Roblès, Saison violente, 1974, p. 80.
2 M.-H. Chèze, E. R., témoin de l’homme, 1979, pp. 43-54.
F. Landi-Bénos, E. R. ou Les raisons de vivre, 1969, p. 63.
G. Toso Rodinis, Presentazione a M. E. Raffi, Il romanzo di E.R., 1981, p. 8.
F. Landi-Bénos, op. cit., p. 19.
A. Camus, Essais, Bibl. de la Pléiade, 1965, p. 1115.
7 “Solo l’uomo giustifica l’uomo” (G.-A. Astre, E. R., romancier par exigence, in “Livres de France”, 33, 2, febbraio 1965, p. 4).
F. Landi-Bénos, op. cit., p. 45.
9 M. E. Raffi, op. cit., pp. 12-13.
10 J.-L. Depierris, Entretiens avec E.R., 1967, pp. 155-156.
11 A. Serrano Plaja, Autour d’E.R. Choses d’Espagne ou introduction investigatrice, in Pour saluer R., n. spec. di “Simoun”, 30, dicembre 1959, pp. 29-46, in particolare la p. 35.
Il testo è tratto, paragrafi 2 e 3 (“Le oscure ossessioni” e “I Vinti invitti”) da Emmanuel Roblès, in Aa.Vv., Letteratura francese. I contemporanei, diretto da Massimo Colesanti e Luigi de Nardis, Roma, Lucarini, 1987, 3 voll. in 6 tomi, vol. III, t. I, pp. 249-265. Ho rinumerato le note, riducendole a quelle relative a citazioni letterali [N.d.R.].

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