La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”.
I testi di Carlo Bardella (1903-1981) trovarono accoglienza nelle antologie romanesche di Francesco Possenti e Mario dell’Arco. Nel CD audio Roman Duo, nel quale Massimo Bardella recita, alternandole, poesie sue e del padre, Massimo presenta così Carlo Bardella: «Mio padre? Un uomo del Rinascimento. Orafo, poeta, inventore. Guascone come il Cellini, attaccabrighe come il Caravaggio. Ha in odio l’ingiustizia e l’oppressione. Mangiapreti e religioso a modo suo. Fu membro attivo della Resistenza romana.». Con la pace – è ancora il figlio Massimo a parlare – esplose la sua sopita ispirazione poetica. È autore delle raccolte poetiche Fôchi d’artificio (Tipografia Carpentieri, 1952),  La strada (Edizioni Ardita, 1963), Sonetti ar creatore (Edizioni Garbrieli, 1976).
Quanto al legame con la tradizione, prevale in Carlo Bardella la cura del sonetto romanesco, come testimonia la maggior parte dei testi proposti in questa antologia. La tensione che carica di energia a stento repressa tutti i componimenti poetici, che, con mano di orafo, incide la parola, trova il suo incontro con la massima universale, che scaturisce dall’osservazione diurna e dalle peregrinazioni notturne, nelle sestine a rima alternata di Er giornello e Er destino, le quali, tuttavia, danno l’impressione di derivare, condensato di sfogo e di meditazione, dalla coppia di terzine che conclude di norma un sonetto, pietra permanente, dunque, di paragone.
La storia personale e quella condivisa con le schiere degli «scordati» si mescolano, così come si fondono mestizia e indignazione fattiva. Il risultato è a volte di una attualità sorprendente, come ha affermato Vincenzo Luciani a proposito di quel testo poetico da “tempi di crisi mondiale” che è  Sàbbito senza sole!:  “Questo sonetto sembra scritto oggi; parla, come solo i poeti sanno fare, della crisi economica e dei profondi guasti che la stessa produce nelle famiglie, soprattutto in quelle in cui il capofamiglia ha perso il lavoro, oppure la casa ed il lavoro contemporaneamente, come purtroppo sempre più spesso accade a tantissime famiglie italiane. Nella piena indifferenza di quelli che hanno la trippa piena (top manager, grandi economisti, banchieri, finanzieri, politici di alto bordo, ricchi, insomma, di svariate categorie professionali), che quindi non riescono a capire le buone ragioni di chi è digiuno”.
Troppo grave il carico di preoccupazioni – Massimo Bardella ricorda come il padre fosse stato a lungo disoccupato perché non aveva mai voluto iscriversi al partito fascista – perché il tono scanzonato possa prevalere. Quando questo succede, tuttavia, come avviene per la poesia Er vino, la variazione sul tema noto e frequente nella poesia tutta, non solo in quella romanesca,  diventa particolarmente efficace, incisiva, esemplare, come nella quartina: « E io che me sentivo peccatore/
me n’agnedi da Giàchimo ar “Grottino”./ Doppo du’ scarafoni* de Marino,/ m’intesi tutta mente e tutto côre.».
Massimo Bardella  (Roma 1933), poeta romanesco, finissimo dicitore, conoscitore esperto della storia della cultura nella capitale – patrimonio, questo, che coltiva e trasmette con un gusto straordinario per l’aneddotica e l’affabulazione -, così si presenta, con una vena di umorismo che scorre copiosa in tutte le sue manifestazioni: « Suo padre Carlo è stato uno dei migliori poeti dialettali del Secondo Dopoguerra e per una strana simbiosi ne prosegue il discorso poetico pur differenziandosi notevolmente nella forma. Allievo mediocre dei Christian Brothers irlandesi, ne assimila lo spirito anglosassone dando il meglio di sé nei campi da rugby. Lasciata l’Università, ad una ipotetica attività giornalistica preferisce una rischiosa e mal pagata rappresentanza di oreficerie, mettendo a frutto le esperienze maturate nell’arte orafa paterna. Quaranta e più anni di vita errabonda forniranno il bagaglio di esperienze, luoghi e frequentazioni le più varie, humus fertile in tarda età per poesie e racconti, inediti, che per un vezzo ereditato dall’arte orafa, assembla in cartelle rilegate in grigio, con carta speciale e disegni numerati e firmate da regalare ad amici e a spiriti emotivamente vicini. ‘Crepuscolare’ con cento anni di ritardo, assimila dal cinema neo-realista la concisione, e l’incisività dei fotogrammi in bianco e nero.».
Tra le numerose raccolte di poesie, pregevoli manufatti, come ricordavo all’inizio di questo contributo, vanno menzionate Poesie d’amore corte (2006); Poesie romane (2007); Acqua de mare e altre poesie (2007); Roma appunti e spunti. Un giardino per tutte le stagioni (60 Haiku, Natale 2007); Un po’ de nebbia e altre poesie (2008); Pazzienza, core mio… e altre poesie (2008); Kyrie eleison e altre poesie, 2010); Caro Mario te scrivo… (2011); Nostalgia color malinconia (2011); Refrèn (Natale 2013); Rondò (2016); Lassa’ fa’ lassa’ passa’ (28 poesie, 10 Haikù, 2017).
Colpisce subito, come ben ha fatto notare Cosma Siani, l’emancipazione “dal condizionamento della sonetteria romanesca” nei versi brevissimi, spesso composti da una sola parola, di Massimo Bardella. Anche il metro, di conseguenza, ne risente: non si supera, se non con rare eccezioni di decasillabi, la misura del settenario. Felicità, da Claudio Costa definita “sigla e cifra poetica del libro” Poesie d’amore corte, il primo libro di poesie che Massimo scrive all’età di settantatré anni, presenta addirittura monosillabi. Se è innegabile, come fa notare Claudio Costa, il ponte con la poesia romanesca dell’ultimo Trilussa (Acqua e vino) e del primo Mario dell’Arco (al quale dedica un’intera raccolta, Caro Mario te scrivo…), è pur vero che ad altre fonti ancora si è abbeverato Massimo Bardella, e queste fonti sono da individuare in buona parte del Novecento italiano e, come avviene per Mare, nei Calligrammes di Apollinaire. Non di rado l’osservazione della natura, come nel menzionato testo Mare e, qualche anno dopo, in Narciso,  offre il destro per il passaggio alla riflessione giocosa e pur serissima su stile e misura della poesia.
È una misura, quella di Massimo Bardella, che rende straordinariamente vivido il dialogo con la storia, e soprattutto con la storia dell’occupazione nazifascista a Roma, che visse in prima persona da ragazzino e attraverso i racconti del padre Carlo, tra i più attivi nella Resistenza romana. Ne danno testimonianza intere poesie e singoli passaggi di 8 settembre, Natale del ’43, La guera, Bombe, Rappresaja, Rom. Innenstadt. La storia attraverso il ricordo può essere molto dolorosa e la similitudine del tarlo in Giornataccia ne è un chiaro esempio.
L’irresistibile – irresistibile non solo per chi legge, ma anche in quanto modalità di percezione del reale al quale il poeta non sa e non vuole resistere – ironia di Massimo Bardella raggiunge l’apice sia nelle poesie che prendono le mosse da un apparente idillio – un quadretto dipinto con poche efficaci pennellate di un fiore (Papaveri, Giunchije), di un merlo, di «piccioni clandestini» che si affollano sul bordo della fontana della Barcaccia a Roma in Bucolica insolita, di pesci nella rete a “Puerto Escondito” – sia nei componimenti che hanno come tema l’amore. Massimo Bardella trova nella brevità che gli è consona e, a partire dal 2007 fino alla raccolta più recente di questo anno 2017, nella forma dell’haiku, la migliore cassa di risonanza per le sue fulminee e fulminanti soluzioni in romanesco: si pensi a «Ciavevi raggione tu», chiusa di Primo amore, e all’odore «de mistrà» evocato dallo sguardo della ragazza in Bongiorno.

©Anna Maria Curci

 

Carlo e Massimo Bardella, a cura di Anna Maria Curci. Acquerelli di Daniela Vittorioso, Edizioni Cofine 2017

 

Carlo Bardella

 

Valle de l’Inferno

Fratello, questa è Valle de l’Inferno,
ciminiere e baracche sgangherate,
cor pianto e la miseria ne l’interno
e ’na marana che sfumica tanfate.

Qui boccheggi e t’abbruci ne l’estate
qui te geli e t’ingrigni ne l’inverno,
qua vivono com’anime addanate
gli scordati der cielo e dar governo.

Cor ballo ondulatorio e sussurtorio
’na specie de barca de Caronte
te porta dove nun c’è più er sorriso.

Sur ponte passa er treno Purgatorio
e lassù, a man dritta de chi guarda er ponte,
c’è er Vaticano: là c’è er Paradiso.

 

Sàbbito senza sole!

È sàbbito! ’Gni sàbbito che passa
me fa penzà’ ar proverbio… Ch’eresia!
Nun manca er Sole a un padre de famîa
che ar sàbbito ha da di’: l’ho fatta bassa?

Cammino, cerco, chiedo: “No”. “Ripassa”.
“Forse”. “Nun dò nessuna garanzia”.
Io, se nun fosse ’na vijaccheria,
sbrojerebbe pe’ sempre la matassa.

Crédeme, me ce sento schioppà’ er côre:
sentì’ ’na forza da potecce sfragne
una montagna, e nun trovà’ lavore!

E quanno er pupo ha fame e ce lo dice
Tèta riggira er viso e sbòtta a piagne…
Cristo, che Croce!, che campà’ infelice!

 

Fôchi d’artificio

Trionfo de Stelle,
faccione curioso de Luna.
……………………………..
Scròcchji, fischji, scròcchji
una, cento,
mille frecce d’argento
schìzzeno verso er Firmamento;
ma pèrdeno forza:
e spari e squarci, e una pioggia
che sfoggia
smerardi, brillanti, rubbini, topazzi,
a poco a poco
se smorza:
ma fischia una mischia
de frulli, de guizzi, de sprazzi
e scintille, scintille, scintille;
salici piangenti,
stelle cadenti,
chiarore confuso;
cascatelle d’oro fuso
còcchji de luce, sfere de fôco,
girandole ardenti…
………………………
Triste
l’Umanità assiste
a li Fôchi d’Artificio der Pensiero
ne la ricerca der Vero.

(Fôchi d’artificio, 1952)

 

Massimo Bardella

Primo amore

cento telefonate
cento vorte no.
Nun ero
er tipo tuo.
T’ho riveduta.
Bianco er capello
la faccia tinta.
Ciavevi raggione tu

(da Poesie pe’n sabbato sera, 2007)

 

Rappresaja

la pozzolana
se mischia
co’ la carne
sfatta
’n esercito
de sorci
ce banchetta
Aprile
Maggio
gnente fiori
pe’ la puzza
un silenzio
de morte
l’Ardeatina

(da Poesie romane, 2007)

 

Partenza ’mprovisa

appese ar chiodo
de ’no specchio rotto
parole d’amore
su la carta crespa
strane le donne
quanno
cianno fretta

(da Pazzienza, core mio… e altre poesie, 2008)

Carlo e Massimo Bardella, a cura di Anna Maria Curci. Acquerelli di Daniela Vittorioso, Edizioni Cofine 2017

 

Massimo Bardella (a destra) alla biblioteca “Gianni Rodari” di Roma, aprile 2013

 

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