lui è tornato: recensione

Anno duemilaquattordici. Senza alcuna ragione dichiarata, Adolf Hitler compare all’improvviso in un cortile nei pressi del bunker dove è morto. Questo l’avvio di Lui è tornato, libro di Timur Vermes poi diventato fortunato film di David Wnendt. Ed è sul film che vorrei focalizzarmi, per ragioni che dirò più avanti.
Attraversata una piazza straripante di persone che gli chiedono un selfie con dispositivi a lui sconosciuti, ospitato per una notte da un giornalaio dove appura la realtà del salto temporale, e messa a lavare la sua puzzolente uniforme presso una lavanderia gestita da turchi (“l’Impero Romano d’Oriente” è davvero riuscito a intrufolarsi in questa guerra), Hitler viene notato da un giovane inviato televisivo appena licenziato per un rimpasto e uno screzio sul lavoro. È straordinario, pensa il giovane: un comico nato, un uomo di somiglianza estrema e capace di calarsi continuamente nella parte, identico per parlantina, sveglio nel rispondere a tono con le argomentazioni tipiche del gerarca nazista, insomma la maniera migliore per sfondare di nuovo in quel mondo che l’ha cacciato via a pedate. Così lo assolda, e nel furgoncino a fiori preso in prestito dalla mamma decide di fare delle riprese in giro per la Germania in sua compagnia. Hitler lo segue senza problemi: tutto quello che gli interessa è cercare di interpretare questo misterioso mondo multiculturale e tecnologico, dove il più grande sistema di propaganda mai concepito è installato in tutte le case eppure sembra che nessuno si prenda la briga di trasmettere altro che programmi di cucina o stupidi talk show (“sono felice che Goebbels non veda tanta miseria”). L’idea dei due è di parlare di politica con la gente. Ed è qui che il film ci presenta uno spaccato di realtà che il libro non aveva la possibilità di offrirci: perché assieme alle scene montate in cui si depreca l’immigrazione, si sputa sulla democrazia, si indulge nel qualunquismo, si auspica il ritorno di un uomo forte, noi vediamo scene (le distinguiamo dai volti pixellati, dalla grana spessa della fotografia) in cui persone al suo passaggio fanno il saluto nazista, cantano cori di incitamento, letteralmente sgomitano per dire la loro con la nostalgica brutalità che siamo ben abituati a conoscere. La prima parte del film si configura quindi come un documentario, una discesa nel ventre nero dell’Europa xenofoba e fascista. Pochi, luminosissimi, sono i personaggi che rifiutano categoricamente di vedere un uomo girare per strada con l’uniforme del Führer, pur non sapendo che si tratta di un attore impegnato in un film ironico e intelligente sugli strascichi (o i rigurgiti) filonazisti in Germania.
Il personaggio funziona, e la direttrice di rete consegna letteralmente nelle mani di Hitler uno dei programmi di massimo successo. La sua presenza sul palco, i suoi silenzi, i suoi discorsi a braccio dalla struttura impostata, stregano il pubblico. Ed è qui che, proprio grazie al capovolgimento di un ruolo che ruolo non è (è Hitler, davvero, quello che impazza sul palcoscenico), si situa forse il momento più interessante del film. Al pubblico non è offerta l’ironia, la vergogna di sé, l’imbarazzo di osservarsi nella sua bruttezza interiore. Il pubblico ride per la comicità: il pubblico approva, apprezza e probabilmente trova giustizia in quello che sente arrivare dal palco. Ed è un collaboratore a chiedere alla direttrice di rete: sei d’accordo con tutto questo, o ti basta che ti faccia solo comodo? La connivenza, figlia di un nostro senso distorto di pulizia interiore, può nascondersi sotto infinite forme.
Altro punto estremamente interessante, che fa da nodo di svolta nel film (che diventa, da questo punto in poi, ricco di colpi di scena, quindi non ne parlerò per non rovinarne la visione) è quello in cui, per boicottare la direttrice di rete, il suo vice mette in atto un colpo di genio: si impossessa e manda in rete una clip in cui Hitler spara a un cucciolo di cane che l’aveva morso. È agghiacciante vedere come chi lo stava applaudendo fino a poco prima, per quello che diceva e in quanto uomo vestito da Adolf Hitler, improvvisamente sia sconvolto per la morte di un cane. Senza nulla togliere ai cani, è una scena che ci dà la misura della nostra miseria. Ed è un momento di altissima scrittura: se dovessi insegnare come spiegare un lunghissimo concetto con la massima economia di immagini, userei questo escamotage.
Vi invito a vedere le due clip al termine di questa recensione, per la riflessione ben congegnata sulla propaganda e per la bravura di un Oliver Masucci che si è sottoposto a lezioni di dizione, due ore quotidiane di trucco e una dieta che lo facesse ingrassare di venti chili, con il risultato, ahilui, di scatenare saluti di simpatizzanti nazisti seduti al bar al suo passaggio.
Parlando con un’amica, ho detto che a tratti il film è didascalico, ma mi sono subito resa conto che era un falso ricordo. Didascalici sono solo i punti in cui il film diventa meta-film, perché anche questo è messo nel calderone con leggerezza: il romanzo (inquadrato in una scena) originale da cui viene tratta una pellicola, per l’ascesa sempre più inarrestabile di un uomo che oramai non è temuto da nessuno, e che non deve fare altro, per rimettere in piedi i suoi piani, che guardarsi intorno.

© Giovanna Amato

4 comments

  1. a mio avviso il romanzo ha una feroce carica satirica, si pensi soltanto che Hitler va in TV dichiarando di essere il fuhrer, esplicitamente, senza contare alcune riflessioni del redivivo folle dittatore di fronte ai cambiamenti della società globale, il finale è un po’ moscio, ma la morale una sola, se davvero tornasse e riuscisse a manipolare media e social avrebbe il suo seguito

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