documentario

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Living with Wolves: Hélène Grimaud, un’impressione

Documentario di Reiner E. Moritz, EMI 2002

C’è qualcosa di selvatico, nell’incipit del documentario Living with wolves dedicato a Hélène Grimaud, girato da Reiner E. Moritz nel 2002 per la EMI. Potrebbe essere l’ululato con cui la pianista aizza al dialogo i “suoi” lupi. Potrebbe essere il Rach2, che sotto le sue mani avanza montante nella sua straordinaria, irripetibile entrée prima che gli archi ne raspino il tema. Potrebbero essere proprio le sue mani, che artigliano gli accordi con un improvviso forte perché siano stabili come perni di un cardine: sono mani che articolano poco rispetto alla resa sonora, come se la forza fosse tutta interna alle falangi, tutta stipata tra il polso e il polpastrello. Sono mani che, durante la Chaconne in Re minore di Bach, corrono come insetti con una prodigiosa pulizia di suono. (altro…)

lui è tornato: recensione

Anno duemilaquattordici. Senza alcuna ragione dichiarata, Adolf Hitler compare all’improvviso in un cortile nei pressi del bunker dove è morto. Questo l’avvio di Lui è tornato, libro di Timur Vermes poi diventato fortunato film di David Wnendt. Ed è sul film che vorrei focalizzarmi, per ragioni che dirò più avanti.
Attraversata una piazza straripante di persone che gli chiedono un selfie con dispositivi a lui sconosciuti, ospitato per una notte da un giornalaio dove appura la realtà del salto temporale, e messa a lavare la sua puzzolente uniforme presso una lavanderia gestita da turchi (“l’Impero Romano d’Oriente” è davvero riuscito a intrufolarsi in questa guerra), Hitler viene notato da un giovane inviato televisivo appena licenziato per un rimpasto e uno screzio sul lavoro. È straordinario, pensa il giovane: un comico nato, un uomo di somiglianza estrema e capace di calarsi continuamente nella parte, identico per parlantina, sveglio nel rispondere a tono con le argomentazioni tipiche del gerarca nazista, insomma la maniera migliore per sfondare di nuovo in quel mondo che l’ha cacciato via a pedate. Così lo assolda, e nel furgoncino a fiori preso in prestito dalla mamma decide di fare delle riprese in giro per la Germania in sua compagnia. Hitler lo segue senza problemi: tutto quello che gli interessa è cercare di interpretare questo misterioso mondo multiculturale e tecnologico, dove il più grande sistema di propaganda mai concepito è installato in tutte le case eppure sembra che nessuno si prenda la briga di trasmettere altro che programmi di cucina o stupidi talk show (“sono felice che Goebbels non veda tanta miseria”). L’idea dei due è di parlare di politica con la gente. Ed è qui che il film ci presenta uno spaccato di realtà che il libro non aveva la possibilità di offrirci: perché assieme alle scene montate in cui si depreca l’immigrazione, si sputa sulla democrazia, si indulge nel qualunquismo, si auspica il ritorno di un uomo forte, noi vediamo scene (le distinguiamo dai volti pixellati, dalla grana spessa della fotografia) in cui persone al suo passaggio fanno il saluto nazista, cantano cori di incitamento, letteralmente sgomitano per dire la loro con la nostalgica brutalità che siamo ben abituati a conoscere. La prima parte del film si configura quindi come un documentario, una discesa nel ventre nero dell’Europa xenofoba e fascista. Pochi, luminosissimi, sono i personaggi che rifiutano categoricamente di vedere un uomo girare per strada con l’uniforme del Führer, pur non sapendo che si tratta di un attore impegnato in un film ironico e intelligente sugli strascichi (o i rigurgiti) filonazisti in Germania. (altro…)

PoEstate Silva #56: Ennio Lorenzini, ‘Nasce una regione’

Ritratto della Regione Friuli Venezia Giulia, con interviste, testimonianze ed immagini che ne ricostruiscono la storia recente, dalla seconda guerra mondiale alla fine degli anni Sessanta.

Regia: Ennio Lorenzini
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1968

Scheda integrale: https://goo.gl/7NWy1m

(© dal profilo YouTube dell’Archivio del Movimento Operaio)

 

PoEstate Silva #54: ‘Squatters’

Il video racconta le prime fasi della nascita del movimento di occupazione delle case a Londra alla fine degli anni ’60. Il racconto è affidato alla testimonianza dei protagonisti con immagini che documentano le prime occupazioni di edifici abbandonati a North Kensington e Ilford Il video sottolinea anche il ruolo che ebbero alcuni ufficiali giudiziari nel risolvere il problema degli “squatters” attraverso l’uso della forza.

(© dal profilo YouTube dell’Archivio del Movimento Operaio)

Casa di produzione: Cinema Action
Anno: 1970

Scheda integrale: https://goo.gl/8ZzKi6

PoEstate Silva #52: ‘Resistere a Roma’ di Giuseppe Ferrara

Il documentario rievoca il periodo della Resistenza a Roma, l’attentato di Via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine con scene di fiction, fotografie di repertorio e le testimonianze dei protagonisti di quei fatti. Si tratta di un documento del 1966 di Giuseppe Ferrara reso disponibile dall’© Archivio dell’Istituto Luce.

PoEstate Silva #50: ‘Nettezza urbana’ di Michelangelo Antonioni

La giornata delle persone che devono temere pulita Roma è l’occasione con cui Michelangelo Antonioni racconta una città dove convivono le persone, le vite e gli atteggiamenti più diversi, La forza delle immagini è tale che il commento della voce fuori campo, tipica dei documentari dell’epoca, scompare dopo pochissimo tempo. Della Città Eterna ad Antonioni non interessano tanto le bellezze secolari quanto le povere vite, e un barbone accartocciato sui giornali sembra essere per la sua cinepresa più interessante della storica scalinata di Trinità dei Monti. Uno sguardo all’epoca assolutamente anticonvenzionale sia per gli argomenti trattati sia per il modo in cui sono narrati.

(© Archivio Storico Luce)

N.U. – Nettezza Urbana, di Michelangelo Antonioni, 1948

PoEstate Silva #24: La Bologna dei fratelli Bertolucci

In occasione dei mondiali che si svolsero in Italia nel 1990 l’Istituto Luce, sotto il patrocinio del Ministero per il Turismo e lo Spettacolo, commissionò a dodici registi del calibro di Mauro Bolognini, Francesco Rosi, Mauro Soldati, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller e Franco Zeffirelli, altrettanti corti per raccontare le città che ospitarono le fasi finali dei mondiali. Ne nacque un film collettivo: 12 registi per 12 città.

Giuseppe e Bernardo Bertolucci raccontarono poeticamente la scoperta di Bologna attraverso gli occhi dei bambini.

(dal sito dell’Istituto Luce)

PoEstate Silva #22: Fernando Cerchio, ‘Dove il tempo si era fermato’ (documentario)

Dall’ © Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, un documentario di Fernando Cerchio; Casa di produzione: Universale Cinetelevisiva; Anno: 1970.

Dopo oltre un secolo di stasi economica, sociale e culturale, il meridione d’Italia inizia a dare segni di risveglio. Grazie al sostegno della Cassa per il Mezzogiorno, nascono nuove realtà imprenditoriali, aumenta l’occupazione, si sviluppa la formazione, cresce il turismo.

PoEstate Silva #20: Joris Ivens, L’Italia non è un paese povero

L’Italia non è un paese povero è un film tv del 1960 diretto dal regista olandese naturalizzato francese Joris Ivens.

In tre episodi settimanali sull’Italia e sui cambiamenti provocati dalla sua metanizzazione, questo documentario fu realizzato da Ivens con la collaborazione dei fratelli Taviani, Valentino Orsini, Tinto Brass e con il commento di Alberto Moravia. Censurato e in seguito rimontato, il negativo originale fu fatto sparire. Una copia della versione integrale si salvò grazie a Brass, che o ripose nella sua valigia diplomatica, come lui stesso narra in Quando l’Italia non era un paese povero, altro film documentario di Stefano Missio che racconta le travagliate vicende del lavoro di Ivens.

Tre le versioni esistenti di questo film: quella montata dal regista; la versione rimontata dalla RAI con una lunga intervista a Enrico Mattei fatta da Paolo Taviani; infine la versione “industriale” con il commento in inglese, per un lavoro che aveva una funzione di propaganda manifesta. Brass aveva iniziato a curare una versione per il cinema ma l’accanimento contro questo film fece sì che nemmeno poté concorrere agli Oscar, perché privo del visto di censura. A proposito di questa vicenda si può leggere qui.

Quello di Ivens era un lavoro commissionato dall’Eni di Enrico Mattei (uno dei più brillanti esempi di documentari industriali che hanno permesso la scoperta e la crescita di maestri come Olmi e Bertolucci) e serviva a celebrare la scoperta delle risorse fossili, e quindi combustibili ed energetiche, nel sottosuolo italiano. (…) Ivens nel suo viaggio agiografico vuole scoprire un’Italia ricca ma si imbatterà in un Meridione disagiatissimo (le sue riprese di una famiglia di sette persone che vive in un monastero lucano sconsacrato tra sporcizia, animali e mosche gli sarebbero valse la censura Rai). (Boris Sollazzo, cinematografo.it, 29 marzo 2007)

A questo tema si possono, tra gli altri, ricollegare alcuni documentari recenti, tra cui Il mio paese di Daniele Vicari (2006) e alcuni lavori recenti di Andrea Segre.

Paese di produzione Italia
Anno 1960
Durata 135 min
Dati tecnici B/N
Genere documentario
Regia Joris Ivens
Soggetto Alberto Moravia, Corrado Sofia
Sceneggiatura Vittorio Taviani, Paolo Taviani, Valentino Orsini, Joris Ivens
Produttore PROA Roma
Fotografia Oberdan Troiani, Mario Volpi
Montaggio Joris Ivens, Maria Rosada, Elena Travisi, Misa Gabrini
Musiche Gino Marinuzzi Jr.

Giorgio Vasta, La parola Palermo

Dico Palermo. Dovrei intendere uno spazio fisico di centosessanta chilometri quadrati, un sistema di strade vicoli piazze giardini circonvallazioni provinciali, terrain vague e macerie normalizzate, il centro storico e le zone che furono nuove negli anni Sessanta e quelle costruite ancora dopo, durante gli Ottanta, l’alone delle periferie, le strutture che insistono sulla costa e quelle che si sviluppano verso l’interno, e allo stesso tempo, dicendo Palermo – la parola che individua il luogo in cui sono nato nel 1970 e in cui sono cresciuto (e da cui sono andato via, senza mai sentirne la mancanza, vivendo altrove per vent’anni, e dove sono tornato, sempre senza che nessuna nostalgia abbia determinato il ritorno, da due anni e mezzo) –, dovrei riferirmi ai circa settecentomila residenti che ogni giorno si svegliano percorrono la città lavorano passeggiano mangiano bevono chiacchierano vanno a dormire. Eppure io so che quando dico Palermo non sto mai davvero parlando di tutto quello spazio e di tutte quelle persone ma di uno spazio immensamente più piccolo e di un numero di persone altrettanto immensamente ridotto.
Quando dico Palermo – se faccio davvero attenzione – sento lo spazio fisico della città rapidamente contrarsi e sbriciolarsi, come un foglio di carta che brucia dai margini verso il centro. Dico Palermo e subito la città si riduce sempre di più, il fuoco consuma Boccadifalco e Settecannoli, Brancaccio, Uditore, Falsomiele, Cruillas e Altarello, via Messina Marina, corso Calatafimi, via Ernesto Basile, viale Michelangelo e via Leonardo Da Vinci: quella che dovrebbe essere la città reale si fa cenere, l’incendio avanza concentrico fino ad assediare un’area più circoscritta, il quartiere Libertà, il distretto che conosce buona parte del suo sviluppo durante gli anni Sessanta, la zona in cui ho trascorso più tempo (perché lo spazio è annodato al tempo), ma persino quell’unico quartiere, fra l’altro tra i più piccoli, è ancora troppo grande, la parola Palermo non può contenerlo, allora la vampa incede, la contrazione procede, dal quartiere si passa a un insieme di vie, ma per quanto note e notissime, percorse a piedi o in motorino un numero incalcolabile di volte (in un lungo processo che tra infanzia e adolescenza trasforma la realtà in qualcosa di irrimediabilmente inconsapevole), queste vie sono troppe, serve ridurre, arrivare a una sola strada, via Sciuti, ma lo stesso è ancora troppo, dunque continuo a contrarre e mi concentro sul civico 130, provo a far coincidere la parola Palermo, il pensiero Palermo, con quel condominio ma il condominio è plurale, è molteplice, quindi diminuisco ancora (perché l’incendio che ridimensiona lo spazio sono io), riduco la percezione al solo terzo piano, o meglio solo a metà di quel terzo piano, la parte che, venendo fuori dall’ascensore, si sviluppa a sinistra, una porta d’ingresso più grande, una di servizio più piccola, e a quel punto, immobile dietro quegli usci, mi fermo, l’incendio si arresta e penso all’unico spazio che davvero percepisco, che riconosco: l’unico spazio che so (come si sa un sapore). (altro…)

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

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I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

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