Omaggio a Jolanda Insana

 

Jolanda Insana (fotografata da Dino Ignani)

Jolanda Insana (foto di Dino Ignani)

Perturbato infiammamento

Versi, pensieri, costruzioni per Jolanda Insana a due anni dalla scomparsa

Jolanda Insana l’ho scoperta grazie a un libricino di poesie e prose intitolato Satura di Cartuscelle. Là faceva il contrappunto al De amore di Andrea Cappellano, e con lingua affilata e infaticabile riesumava i propri morti dalle macerie del terremoto di Messina. Da lì è iniziato il lungo viaggio nei suoi versi, tra quei titoli evocativi e impareggiabili (Turbativa d’incanto, La stortura, La tagliola del disamore…) che, mentre venivano letti e molto amati, informavano l’occhio mai sazio che li percorreva come in preda a una febbre felice. Ma ignoravo che le ore passate in compagnia di quei libri dovevano preparare un incontro dalla doppia natura, segnando un inizio e un addio.
2016, è appena passata l’estate. Vengo chiamato a presentare una bella antologia di poesie sul tempo, alla Mondadori di via Piave, a Roma. Non c’è molto pubblico, l’evento è stato sponsorizzato in maniera pessima. In prima fila, Jolanda Insana siede vicino a Elio Pecora – entrambi partecipanti all’antologia. Si parla per quasi un’ora di fronte a molte sedie vuote, si termina l’incontro. Saluto Elio perché già lo conosco; lei no, Jolanda non l’ho mai vista fuori dal rettangolo dei video su Youtube. Ci presentiamo, tiene il viso così vicino al mio, ha un’intelligenza straordinaria negli occhi, un guizzo rarissimo e un sorriso furbo, d’intesa, di un’intesa istintiva. È felicissima, dice, perché “il prossimo anno io compio ottant’anni, e Sciarra amara ne fa quaranta”. Vuole festeggiare, ma non sa ancora come. Però si festeggerà, di questo è certa. È talmente contenta mentre inizia a progettare, ad architettare, e sembra di riuscire a vederle, idee allegre e luminose come bengala, salire dalla bianchissima nuvola elettrica dei capelli esibendosi in saettanti acrobazie. Pure, dice rivolta a me e a Elio, ha dei problemi di salute, “è il veleno delle sigarette”, una tosse che dura da un po’. Usciamo dalla libreria e ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci presto. “Io sto in via dei Greci, conosci?” Certo che la conosco; c’è il Conservatorio in quella via tra il Corso e il Babbuino, e camminandovi si è sempre in compagnia di qualche musica di violino, o di pianoforte. In quella via ci sono passato in seguito moltissime volte, ogni volta pensandola. Ma la festa che tanto avrebbe voluta non c’è mai stata, perché il 27 ottobre 2016 s’è stutata la sua candela e via dei Greci ha perso la sua poetessa. Eccoci ora qui, due anni dopo, giovani nomi rispondenti a un invito (proprio come a una festa), per allumarne ancora la fiammella e fare “tappo” alla dimenticanza.

(Giorgio Ghiotti)

 

***

la verità non fluttua sulla terra

ha perso la scatola nera

e però m’afferro all’aquilone

passò di qui qualcuno?[1]

 

(Francesca Santucci)

[1] Quattro versi di Turbativa d’incanto (Garzanti 2012), tratti rispettivamente da: la verità non fluttua sulla terra (p. 13), sbreccata (p. 58), s’infossa il passo e traballa l’orizzonte (p. 7), intorcigliato porta al collo (p. 11).

 

***

Il nome Jolanda significa “viola” o “ragazza con lo scudo”, preferisco questa seconda origine germanica a ricordarla. Ragazza che ha uno scudo per guardare la bestia clandestina di riflesso, il suo sorriso senza faccia. Ragazza che nel nome aveva il trucco per vedere senza, per questo, raggelare. Così fanno i poeti, chiamano la belva che nessuno riconosce, la guardano da un’altra inclinazione per riuscire a darle uno, dieci, mille nomi fino a quando quasi non spaventa più. Una volta liberata (perché libera è la sua natura) continua a camminargli intorno come segreto compagno maligno e battagliero come cosa che non è visibile e non vede.

(Ivonne Mussoni)

 

***

Della poesia di Jolanda Insana si dice sempre troppo poco. I suoi versi, a volte sprezzanti, rabbiosi e ironici, mi fanno pensare a un taglio netto e vivo nella carne, con nessun desiderio di cicatrizzazione. Ma è la lingua – che è tutta una storia siciliana – il vero invito alla sua lettura: “non conta la cosa che si dà o si riceve/ conta la creatura a cui si pensa e si dà la cosa/ e per non sbagliare è sempre meglio dare che contare […]”

(Chiara Piscitelli)

 

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C’è un aggettivo, “assoluto”, al quale ogni critico di poesia, a ragione o torto, fa appello, anche se un poeta vi rinuncia. Per non tradirsi, la poesia di Jolanda Insana è assoluta.

(Davide Maria Quarracino)

 

***

Sullo stare insieme e ’l tuo volto
a Jolanda Insana (al neologismo ovilla)

Jolanda, la tua
parola è ovilla,
la tua poesia è questo microcosmo –
ovilla, dicevi, era gruppo,
qualcosa che era
pratica di ascolto, il belato
soffice della terra.
Io ti penso con una pepita
di pane in mano,
la capigliatura delle tue trame
a ridosso del volto
scavato.

(Riccardo Canaletti)

 

***

C’è una energia dirompente che pervade i testi di Jolanda Insana: la sua è una poesia spinosa, a tratti aggressiva, estrema nella sua cieca sincerità e nella sua totale sperimentazione linguistica. In una esperienza esistenziale dove “la prima volta è sempre l’ultima”, la poeta conduce una guerra dentro e fuori di sé in cui il corpo è sofferente tanto quanto l’anima, sempre in perenne tensione verso l’oggetto del desiderio irrealizzato. L’ipotesi della gioia sfuma verso dopo verso trasformandosi in ribellione accesa e in spregiudicata voglia di scoprire il senso ultimo della vita umana (“non sa cosa c’è dietro la porta/ di lì è passata la morte”) anche a costo di dover soccombere di fronte all’impossibilità di trovare un equilibrio, un riposo. I rapporti umani sono letti dalla Insana attraverso una lente di indignazione profonda e costante contro le ipocrisie, i pregiudizi, le regole sociali che impediscono di godere totalmente di ogni possibile condivisione, di ogni eventuale contatto profondo e ancestrale con l’Altro: “e mi dispiace per te/ sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore/ perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura”.

(Eleonora Rimolo)

 

***

Quanta terra, Jolanda, da raccogliere –
tanta terra che in terra vista mai.

Tutto conosci adesso; tutto sai
del sempre nuovo luogo che ti accoglie.

(Gabriele Galloni)

 

***

Io e Jolanda ci siamo conosciute quando avevo 25 anni. Ci siamo conosciute senza aver mai parlato o esserci mai viste. Ho sciupato i suoi versi con gli occhi (le pagine del volume Garzanti apparivano logore già dopo le prime settimane). Non è solo il poeta a darsi quando scrive, anche il lettore si dà. Il poeta riceve sempre dal lettore un sentimento. Più che un sentimento, si tratta di una sensazione, un richiamo, uno scanto: quando dormi e per un attimo senti il tuo lamento nel sonno, ma questo ti arriva come fosse la voce di qualcun altro, e ti spaventi. In questo frangente del sonno, in questo “scanto grande”, so che Jolanda ha conosciuto me così come io ho conosciuto lei.

(Noemi De Lisi)

 

***

Giorgio al tavolo mi dice,
.                    sto parafrasando,
leggi Jolanda Insana,
porca di quella puttana:

.                    di fango e di cielo
è fatto l’universo! ed è come un guanto
sventolato.

In un bar i nostri occhi allumano
e ogni voce recita
.                    la sua sciarra amara:

.          forse i camerieri
del turno di chiusura o i tavoli
su tovaglie sporche o il ghiaccio

.          (che stritola limone e coca-cola),
tutto incrocia
.               il suo morire
con un riso a bocca storta.

Leggi perché unica
.          è la porta della stanza
in cui la notte brucia,
.                    scrivendola su carta.

Nel caffè un cucchiaino
.          cigola ed è una candela
il cardine del mondo.

(Rudy Toffanetti)

 

***

Nello stupore redivivo
del poeta, adulto
bambino,
verso il rosso delle foglie
di un autunno dimenticato;
fuori dalla Chiesa gialla,
dentro la religione
di vita
che sconfigge la morte,
ho ritrovato te.
Scoperta nella classicità
di un’emozione amara
eterna
di santi che fabbricano tappi.

(Mattia Tortelli)

 

***

Non è facile parlare della propria terra, ancora meno facile è farlo partendo dalle parole di chi quella terra l’ha raccontata nelle sue minuzie, nei suoi giochi e nei suoi tranelli, ancora, negli shibboleth della lingua, negli stilemi, nei versi formulari che, da Sofocle fino a Quasimodo, raccontano la grande Storia: Messina, Catania, Avola e la mappa geografica del sentimento.
Andata Jolanda, se ne va la Sicilia, mi disse un caro intellettuale siciliano pochi giorni dopo la sua morte, ma io non ascoltavo. Come sempre aveva ragione lui: una certa incazzatura, l’ardore, la mano materna sul fianco, tutto questo se ne è andato con Jolanda, a rivedere la Sicilia, a rivederla come solo fa chi torna e non chi lì vive, come solo fa chi muore e sente nell’Averno, tra la folla bianca dei fantasmi, Enea in lacrime che racconta. In Sicilia ci si accorge dello scarto, dello scanto grande delle scale andate verso il cuore delle figlie e mai tornate, dei pupi della vita e della morte abbandonati sulle mensole e sulle fioriere come figli rifiutati.
Quella vita, quella che era vita per tanti, è finita nello Stige. La madre ha aspettato che la figlia finisse di giocare coi gelsomini e col veleno, poi l’ha seguita. Solo i pochi, solo i coraggiosi, quelli che non conoscono segno anagrafico o sgomento anacronistico rimangono a dire: i meglio testi sono quelli che si fanno/ impastando farina acqua e sale reale/ come i maccheroni cavati col ferruzzo.

(Giuseppe Nibali)

 

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