proSabato: Adele Cambria, La poesia salverà il giornalismo?

Oggi, domani e domenica prossima, su «Poetarum Silva», leggeremo alcuni testi in prosa e in versi tratti dal volume collettaneo contrAppunti perVersi, pubblicato da Pellicanolibri nel 1991 e a cura del poeta e scrittore Beppe Costa con introduzione di Luigi Reina.

LA POESIA SALVERÀ IL GIORNALISMO?

Lasciatemi sognare. In questo momento in cui il giornalismo muore, tecnicamente soffocato – ma la volontà, si capisce, è politica – attraverso due strumenti implacabili di censura.
Innanzitutto lo spazio che, a causa della scrittura ed impaginazione computerizzata, non può essere trasgredito da chi scrive. 50 centimetri, 42 centimetri, 36 centimetri (misure dettate dal computer, che equivalgono, ciascuna, ad un preciso numero di righe dattiloscritte) sono le mannaie inesorabili che calano, ovviamente, soprattutto sull’argomento e sul giornalista “scomodo”, di cui non ci si fida, a cui è pericoloso dare autonomia. Chi trasgredisce, ed eccede, sarà punito con lo scempio del suo pezzo, parole tagliate a metà, la frase finale decapitata e quindi senza il punto conclusivo o, molto spesso, con il lancio nel cestino, in cui l’articolo va scagliato dal capo-redattore, che avrà comunque l’ottima motivazione, secondo cui non si tratta di censura politica, figurati, era semplicemente troppo lungo, e noi te l’avevamo detto…
Il secondo strumento di censura automatica è l’uso, in parte imposto “dall’alto”, in parte, purtroppo, accettato dai giornalisti, perché tanto meno faticoso, di quell’ectoplasma denominato, in gergo, “velina”. E non si tratta soltanto della “velina” istituzionale, partitica, di quella emessa dagli uffici stampa delle aziende a partecipazione statale, o private, dalla RAI e via dicendo, la “velina” insomma celebrata e resa famosa dai comici, un po’ maschilisti, un po’ volgarotti, ma comunque beneficamente dissacratori di “Striscia la notizia”. No, anche la semplice ed apparentemente “obiettiva” velina che contiene le notizie d’agenzia (l’Ansa, l’Agi e, per l’estero, l’Associated Press o la France Press) si trasforma in un micidiale strumento di obnubilazione, di nebbia sparsa sulla realtà, e quindi di censura se, invece di essere usata correttamente dal giornalista come supporto e verifica delle sue informazioni dirette, lo dispensa dall’uscir fuori dalla sua stanza in redazione, di scollare il famoso culo dalla sedia per andare a vedere i fatti con i propri occhi.
Entrambi questi strumenti censori, la limitazione computerizzata degli spazi e la “velina” d’agenzia, hanno un alibi di ferro: l’esigenza della completezza ed obiettività dell’informazione.
Ma chi crede ormai a queste due fate morgane del giornalismo?L’informazione non può non essere parziale, in un mondo coperto, soffocato dalle notizie. E tocca al giornalista assumersi la responsabilità diretta della informazione che fornisce al lettore: io ho visto questo e questo soltanto ti racconto, inoltre l’ho filtrato attraverso la mia sensibilità, la mia cultura e, possibilmente, la mia lealtà ed assenza di servilismo. Perciò sarebbe indispensabile fornire a chi compra un quotidiano l’identikit di chi ci scrive e di chi lo dirige: che ognuno sveli la propria biografia ai lettori, e se ci sono lati meno nobili in essa, che li ammetta, spregiudicatamente. Almeno i lettori sapranno di avere a che fare con il portaborse di Forlani o di Ciarrapico e capiranno come leggerlo. O magari, non ci sono limiti alla divina Provvidenza, sceglieranno proprio lui il mascalzoncello, come (utilissimo) Cattivo Maestro.
Ma che tutto sia chiaro. E perché sia anche breve, conciso, una proposta: perché non sostituire i 50 centimetri computerizzati di banalità omogenee, con 50 centimetri di poesia?
Se la poesia è, come, da non addetta ai lavori, sommessamente ritengo, fulminea intuizione e sintesi, ecco bell’è risolto il problema!
Dite di no?

 

© Pellicanolibri 1991.

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