Riletti per voi #18: Martina Campi, Estensioni del tempo (di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Estensioni del tempo, Le Voci della Luna 2012

Tutti i poeti conoscono momenti grevi: cadute di gusto, lati narcisistici, meschinità, angustie. È un fatto che ha a che vedere con l’umanità dell’autore più che con la sua capacità artistica. La poesia di Martina Campi è priva di questi momenti. Può avere lati deboli sul piano artistico, ma non conosce cadute sul piano umano. È il frutto di una natura quasi innaturalmente buona e di un complesso esercizio interiore. Chi la conosce (e ho la fortuna di conoscerla) sa che Martina è un essere silenzioso, ma straordinariamente presente: parla pochissimo con la voce, e molto col suo semplice esserci. È una creatura scoperta, che tutto sente e tutto vive a un livello di empatia quasi patologico, eppure trae una sua autorità proprio da questo. E’ una donna che ascolta, ed anche la sua poesia, come quella del rimpianto Christian Tito, è una poesia in ascolto.
La sua prima raccolta pubblicata si intitola Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012). Cosa vuol dire estensioni del tempo? La memoria va ad Ungaretti e al suo modo di far esplodere la parola rendendola un intero verso; e anche al modo che aveva di leggere la propria poesia, con le vocali che non finivano mai e le consonanti come spari verso l’alto.
Martina Campi è anche una performer, e ascoltare le sue registrazioni è istruttivo. Insieme al marito Mario Sboarina e al gruppo sperimentale Memorie del Sottosuono ha trasformato le proprie poesie in eventi musicali. Su una timbrica strumentale da uovo cosmico, la sua voce dilata parole in nenie allucinate. Sarebbe un paesaggio sonoro postumano, se non fosse che la voce di Martina, timida, incrinata, mai astratta, è invece così profondamente umana.
Molti di questi versi sono finiti nelle performance di Martina. Non saprei dire se sono nati per esse, ma la loro vitalità performativa è palmare. Prendiamo una poesia come La danza: vedremo scorrere immagini magiche, mosse, sfuocate, non sempre intelligibili. È un rituale, una sacra rappresentazione, simile ai Carmina burana di Orff:

«Profondo è il respiro
e sempre
più pesante
il corpo
nello scivolare
dondolare
oltre la
sera
lieve
partecipano
gli oggetti
cari
e ogni luogo
partecipano
con una fretta
agitata
allargandosi
che poi
lieve
sfiata
lieve
d’ali
disperde
partecipano
alla veglia
smuovono
lo spazio dentro
il blu.»

L’assenza di punteggiatura, il verso che isola parole singole -enfatizzando persino le preposizioni con enjambement pieni d’attesa-, i verbi all’infinito e al gerundio: tutto crea una diga di silenzio entro cui Martina versa il suo lago sonoro. È così che si generano le estensioni del tempo.
L’altro modo di espandere il tempo è ascoltare. Ascoltare, lasciarsi pervadere, donarsi: sono modi di prolungare un’azione o un’emozione facendola passare per diversi piani di realtà: quello del mondo esterno, quello del Sé, quello dell’altro:

«E quindi se hai
le mani a coppetta ti
ci può piovere dentro
di tutto»

«Nei giorni di sole incerti
gli occhi sono altre parole
offerte
[…]
Non cedono
     gli affetti
al pulsare
     del presente.»

L’attenzione ai dettagli ha qualcosa di ipnotico, come in questo componimento intitolato I gatti lo sanno (nessun rapporto con l’omonima poesia di Pavese):

«La notte è presto
e più presto
ancora
arriva
il giorno
il tempo s’impunta
somme d’inquietudini
modulazioni del sonno
ondulazioni del manto
È faticosa la stanchezza
che non smette
di seminare
mattine dopo mattine
soli dopo soli
e le nebbie delle stagioni
il vuoto ha bisogno d’amore,
i gatti lo sanno.»

La poesia di Martina può essere ipnotica, ma mai astratta: la parola, per lei, è un essere vivente che entra in un circolo di vita:

«ti vorrei toccare
così sentiresti
che sono io
e non la sintassi di un’idea»

«Ci sono lettere inesplose
sui prati»

«Hanno tolto l’anima
a questa casa,
le hanno strappato la lingua.»

È con stupefatta ingenuità, ironica e dolorosissima, che Martina Campi si accosta al reale, senza fare differenza fra il nuovo e il già saputo. Ed anche lo stupore espande la durata di un evento.  Nello stupore si attua un eterno ritorno all’infanzia, un riavvicinamento alle radici, che assimila il tempo umano al tempo immobile degli oggetti. Ma questo riaccostamento agli oggetti non è mai freddo, è sempre un caldo accogliere perfino la non-vita nell’oggetto nella propria calda interiorità:

«e poi siamo tornati sempre.
Accoccolati, cuccioli, primordiali,
accolti.»

Martina Campi sembra possedere il dono di separare le emozioni come i pittori fauves separano i colori, senza mescolarli. Sembra saper provare emozioni pure, dotate di un preciso nome, e queste emozioni pure individuano ogni attimo rendendolo insopportabile e intenso: ogni istante ha la sua inconfondibile individualità:

«perché si aspetta
e nell’attesa necessaria
si seminano planimetrie dell’ansia
[…]
per ogni ora un cielo
per ogni ora scivolare piano
per germogli, simulacri d’occhi.»

Un altro modo di estendere il tempo è la ripetizione variata, come in questa poesia intitolata Dai confini dell’aria:

«torniamo a casa tra una settimana
e più avanti magari, abbracci
tantissimi, tra noi e voi
(adoro) i tuoi venti estivi, lo sai
mi rimane la voglia
mi accompagnerà durante il giorno
la scritta è ancora là, a invitarci
sul bianco, appeso al bianco
e sorridendo sorrido ancora pensando
al volersi
bene sorridendo, a questo affetto
oggi nevicano parole.»

Non meraviglia che la poetessa dedichi un’intera poesia alle pause, e che la concluda con queste parole luminose:

«e tu non sfuggi mai,
mai all’eternità.»

Perché è lì che le estensioni del tempo arrivano: all’eternità.
Una poesia così piena del mondo, ma così emotiva, non può che indirizzarsi -con pudore- anche agli affetti, e al più potente di tutti: l’amore. Quello di Martina Campi è un amore che non ha nulla di romantico, ed esprime piuttosto la fiducia dell’autrice nella forza infrangibile dell’anima. Difatti, la più bella poesia d’amore della raccolta, La E del venerdì, è l’unica scritta in versi più distesi. E’ l’amore la più durevole estensione del tempo:

«L’allenamento all’amore
è un contro incantesimo
ci si nutre dell’esempio, sai
come sole sull’erba
che le cellule ricorderanno
perché anch’io sono un’altra Lazzara
che cammina, stasera, con le sue gambe in
spalla e le suole basse in questa
stazione bianca che è deposito
per i morti i piccioni e il piscio, agli angoli
Ci caliamo a pareti dove le parole hanno
radici come foglie aperte e lunghe lunghe
e resina che suda dai pori surriscaldati
e sferraglianti di ora, in ora, in ora, in ora
e là, come in cucina, c’incontriamo.»

© Giorgio Galli

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