Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

Goliarda Sapienza negli anni Ottanta

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Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

La sera del 24 novembre 1986, al Teatro Argentina di Roma, si svolgeva la premiazione della “IV edizione del Premio Minerva”, primo riconoscimento italiano dedicato alle donne, istituito da Anna Maria Mammoliti, fondatrice della rivista «Minerva – L’altra metà dell’informazione» (nel 1983) e giornalista impegnata nella battaglia per i diritti delle donne. Nella categoria “letteratura” la premiata è Goliarda Sapienza: «scrittrice di grande talento che si è distinta per il coraggio delle sue scelte»; a Lietta Tornabuoni veniva conferito un premio nella categoria “giornalismo” mentre l’autrice tedesca Ingeborg Drewitz riceveva un riconoscimento come «protagonista della letteratura tedesca dopo la guerra».
Il biennio 1986-1987 (lo stesso del Premio) è quello in cui Sapienza riesce, grazie all’amico, editore e poeta Beppe Costa, a pubblicare Le certezze del dubbio per la sua Pellicanolibri, che usciva nel giugno dell’87 nella collana “Inediti rari e diversi” diretta da un altro amico e poeta, Dario Bellezza. Proprio lui, nel 1983, aveva dedicato a Sapienza un articolo intenso e non privo di affondi critici circa l’incarcerazione e il primo romanzo che era nato da quella esperienza: L’università di Rebibbia, finito di stampare a dicembre 1982 ed edito da Rizzoli (quell’articolo si può leggere qui, insieme a un commento che fa luce su alcuni aspetti legati al periodo).
Per chi proceda, dal punto di vista critico, tenendo insieme testo e contesto, e di questo tutti quei dettagli non poco rilevanti che riguardano un autore, le sue relazioni sociali e lavorative, i dati forniti sino a qui non saranno vani: Sapienza era, in quel momento (’86-’87), una scrittrice che, a fatica ma con il supporto degli amici del suo più stretto entourage, stava ripresentandosi a un pubblico con un nuovo romanzo. Non soltanto: partecipava al lavoro editoriale della rivista «Minerva» con alcune inchieste e recensioni nonché trattando della Cina, visitata nel ’78 durante un lungo viaggio in Transiberiana con il marito Angelo Pellegrino.
Quegli articoli, che costituiscono un’esposizione della sua vita al pubblico (seppure di nicchia), sono espressione di un giornalismo “militante” e testimoniano una fase non conosciuta della sua produzione, che si innesta in un momento aperto e di ‘sorpresa’. In un quadro più ampio di lettura dell’opera fuori da vagheggiamenti comparatistici che non incidono la carne del testo né ritagliano all’opera una posizione di valore nel quadro complessivo del Novecento − ben oltre il Canone −, quei pochi articoli pubblicati da Sapienza intrecciano la tela del tessuto conducendo lettore e critico a ripensare il ruolo di Sapienza non solo come autrice di tendenza dell’ultimo decennio ma, soprattutto, come intellettuale del suo tempo dotata di un’identità forte. Nel 1994, nel docufilm Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi, avrebbe dichiarato lei stessa:

No, non insistere. Volermi sempre pensare come la scrittrice incompresa, profonda, depressa, per carità. Guarda che io non sono così.

Nella misura di ciò che ha lasciato, del suo “sperimentare” incessante, si delineano le soglie del futuro − anche critico. Nel suo essere stata attrice, co-sceneggiatrice, poeta, prosatrice, drammaturga, insegnante di dizione e di recitazione, come la critica ha riconosciuto, si riconoscono i tasselli della sua identità, probabilmente dai contorni talvolta più definiti e altre volte meno, ma tutti partecipi dello stesso disegno. Certo, la sua personalità complessa, ricca di “contraddizioni”, suggerisce che comprendere le ragioni delle sue scelte lavorative non è mai facile − la sua intelligenza lo conferma ad ogni passaggio, specialmente nelle scritture private −, ma sarebbe un atto arbitrario ridurne gli slanci e confinarla in certi filoni chiusi.
Questo discorso pone volutamente ai margini la fortuna postuma e l’idea che l’autrice aveva del proprio successo che, alla luce di vent’anni di studi, andrebbe ricalibrata sulla base di dati lontani dalla mancata pubblicazione in vita de L’arte della gioia e dai lunghi periodi di depressione, utili per comprendere parte dei temi cardine di romanzi e racconti ma nodi da non porre al centro del “contesto”. Dal momento che un autore non è mai “finito” lasciamolo spiegarci chi sia stato sulla base dei documenti che ha lasciato, e lasciamo “divenire” in questo modo l’opera.
Questa digressione, che riguarda il punto di vista da cui si parte per leggere criticamente Sapienza, attiene anche agli articoli sopraccitati. Una precisazione (d’obbligo): la categoria “giornalista” applicata poco fa forse non sarebbe stata accettata da Goliarda Sapienza, che si sarebbe definita − con tutta probabilità − una scrittrice che fa del giornalismo. Eppure, anche se questo approccio si contrappone a quanto affermato poco fa, si lasci qui che il critico proponga una diversa direzione. Il caso singolare non si sovrapporrà alla volontà d’autore; si sa che, di esempi di autori nel giornalismo, nel Novecento in Italia ne abbiamo avuti molti: da Matilde Serao a Grazia Deledda al già citato Dario Bellezza. L’etichetta, pertanto, è funzionale non a una verità da ricercare (né da proclamare) ma a un approssimarsi con più cura all’opera, nel tentativo sempre vivo di portare alla luce il frutto di movimenti interni profondi e inediti. Inoltre: il caso di Sapienza collaboratrice di una rivista “militante” è particolare, perché ci porta a chiamare in causa un certo profilo, quello di un’autrice impegnata in un gruppo schierato, cosa che non caratterizza affatto l’esperienza di Sapienza prima degli anni Ottanta − come tracciato nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice, 2016) in cui, in parte, si fa accenno biograficamente a questa duplicità di intenti, a questo schieramento inusuale anche politico che lei affrontò.

Se il femminile è al centro del discorso negli articoli di Goliarda Sapienza, si può confermare che la sua lettura della realtà non si rivela aderente ad un femminismo “schierato”: si tratta infatti di una lettura personale e soggettiva di alcuni fenomeni culturali, lettura che sente il bisogno di relazionarsi con un contesto generale attraverso la scrittura e la pratica del giornalismo su rivista.
L’esempio che si riporta qui riguarda l’articolo Ti ha detto niente la mamma?,¹ in cui si parla di «educazione all’amore» in termini stretti, autobiografici. Questo testo di memoria per un futuro prossimo è un messaggio alle giovani generazioni in forma di saggio narrativo. Un estratto:

Ogni donna fin da piccola ha sperimentato sulla propria pelle che cosa significhi l’arma dell'”educazione all’Amore” che tutte le società costituite del mondo hanno usato contro di lei emissaria fidata la madre-schiava-regina. Appena le piccole aprono gli occhi sul mondo si vedono accanto, nella culla, il bambolotto dagli occhioni miti che le minaccia:
...“Se non mi ami d’amore materno morirò, o quanto meno crescerò storto e sconsolato”.
E anche se hai la fortuna o la sventura di nascere in una famiglia progressiva e rivoluzionaria (scusate queste definizioni ormai in disuso) in cui quel trattamento ti viene risparmiato − come accadde a me − c’è sempre qualche amichetta del cuore che ti coinvolge col suo sogno attraente di un principe azzurro all’orizzonte, col romanzetto rosa appassionante, col suo stupore scandalizzato: “Da grande tu vorresti fare l’avvocato com tuo padre? Ma che sei pazza?! Così non troverai mai marito!”.
E anche sei sei furba come Ulisse e ti coltivi dentro il sogno rivoluzionario (di un tempo, non mi fraintendete!) di fare da grande l’avvocato, o il tranviere, o la ricamatrice e ti tappi le orecchie alle vocine delle amichette-sirene, ecco che la scuola con le sue madri dei Gracchi, la radio con le sue canzonette […] il cinema con i suoi visi languidi di donne predestinate alle pene d’amore, ti risvegliano dentro un’anima antica che non sapevi di possedere […] la quale ti sussurra suadente il ritornello ancestrale: “La donna è bella, profonda e amabile solo se viene irradiata dall’ammirazione dell’uomo a cui Dio (per i credenti) o la Natura (per gli atei) l’hanno destinata.
[…] Così anch’io che da bambina − dicono − ero furba quanto e più di Ulisse, mi ritrovai per una ventina d’anni a crogiolarmi nel mito irraggiungibile di Beatrice, almeno una donna vera: virtuosa, onesta, sempre ben spolverata e disponibile all’uomo che poveraccio chissà se veramente voleva tutto questo. Eh già! Perché può anche accadere che sia proprio la donna a investire di questo mito il primo uomo che agguanta […]
E tutto questo (appurato storicamente intendiamoci) lo chiamano amore!… e alcune di noi − sminando confusione − si ostinano a chiamarlo il vero amore, e si straziano per il dolore di essere state abbandonate dal loro sposo dieci, venti (roba da non credere!) anche trent’anni fa! Ora, io che ho qualche decennio in più di quello che vorrei sulle spalle, e all’amore ci credo, mi trovo proprio imbarazzata a parlarne solo come di una manipolazione atta a mantenere l’ordine costituito e sarei felice che − terminate queste analisi storico-politico-antropologiche (necessarie ma deprimenti al massimo) − le nostre ragazze, a cui il femminismo ha chiuso in petto un’anima nuova, trovassero la strada giusta per amare.

Quando Sapienza scrive questo testo ha 62 anni; non è più la ragazza che ha conosciuto, negli anni Cinquanta e Sessanta, una vita tra il palcoscenico, l’entourage di Maselli e Positano, e che da lì è partita alla scoperta del proprio Paese, che sarebbe, soprattutto dopo il Sessantotto, mutato profondamente. Nel 1987 è un’intellettuale e scrittrice che mantiene vigile il suo punto di vista culturale, proponendo un bagaglio di riferimenti: Freud, Ulisse e Dante (Beatrice), ma anche la battaglia per i diritti delle donne, che non si declina qui secondo le linee dominanti − in quel momento del femminismo della differenza − ma resta in un territorio più ibrido e privo di un vocabolario “ideologico”.
La scrittura di Sapienza necessaria a sé e a all’altro è, anche in questo caso, una scrittura lirica.

La prospettiva laterale da cui si osserva Goliarda Sapienza, immersa anche in quest’attività complementare alla scrittura di romanzi − non dimentichiamo che, nell”87, aveva composto anche Due signore e un cherubino, una tra le sue pièce oggi edite −, porta a riconoscere alcuni tratti di stile che permangono o mutano nel tempo, e una necessità costante, una richiesta di vivere novità da parte sua che, anche oggi, a trentadue anni dalla sua scomparsa avvenuta nel 1996, non finisce di sorprenderci.

© Alessandra Trevisan

¹ Nell’inchiesta Che gioia il mal d’amore, a c. di P. Carrano, G. Sapienza, F. Nocerino, R. Thiele Rolando, M. Zongoli, in ivi, A. 4, n. 3/4, marzo-aprile 1987, pp. 53-62

 

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