Irmtraud Morgner, da “Trobadora Beatriz”

Irmtraud Morgner nacque il 22 agosto 1933. Poetarum Silva ha dedicato alla figura di questa scrittrice, che meriterebbe di essere conosciuta maggiormente, una puntata della rubrica “Gli anni meravigliosi”, qui. Oggi, a 85 anni dalla nascita di Irmtraud Morgner e a 45 anni dalla data posta dall’autrice stessa a conclusione del brano che segue, pubblico nella mia traduzione l’incipit del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura – “Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo testimonianze della sua musicante Laura”. (Anna Maria Curci).

 

Propositi

Naturalmente questo paese è un luogo di eventi prodigiosi. È quello che mi passò per la testa allorché una donna mi si fece incontro. Nella mia via. Una mattina d’aprile. La sconosciuta mi chiese se avessi soldi. Siccome sono poco incline a conversazioni a stomaco vuoto, restituii il saluto e tirai dritto. Ero pure di fretta, stavo andando all’asilo. La donna, anche lei tirata per la mano sinistra da un bambino, mi raggiunse, mi costrinse a prendere con la destra un pacco e disse: «Cinquemila». Ci fissammo reciprocamente. I bambini si divincolarono. Richiamai alla mente la cifra che avevo udito. Quando ne ebbi coscienza, cercai di disfarmi del peso. Ma la donna indietreggiò e affondò le mani nelle tasche del cappotto, la cui copiosa ampiezza era riempita completamente. Quel corto capo di vestiario non faceva affatto scorgere le ginocchia, a malapena si intravedevano i polpacci. Sebbene avessi tutte le buone ragioni per carpire delle scuse a quella donna invadente, fui io a scusarmi. Lasciai che i suoi occhi marroni tondi come bottoni mi squadrassero il volto. Tollerai, chissà perché, il peso non richiesto. Solo quando avvertii che lo spago che legava il pacco mi stringeva le punte delle dita, mi apprestai a usare la parte posteriore di una vettura parcheggiata come vano d’appoggio. «Tremila», disse la donna. Poi estrasse dalla tasca del cappotto un fazzoletto di cellulosa e si strofinò gli occhi. Subito dopo il naso. Il mio mi prudeva per l’acqua piovana che defluiva dalla scriminatura. I riccioli non naturali della donna si erano sfatti e ridotti a uno stadio tale da far pensare alla lana di un calzino marrone scucito. Tre singhiozzi. Avevo già dimenticato la fatica di portarmi appresso quel pacco. Ero in devota attesa di chissà chi, di chissà che cosa. Quando la carta da pacchi, bagnata fradicia, era ormai buttata via, appoggiai il naso per sentire l’odore. «Un’opportunità unica», disse subito la donna in pianto, «la sua grande occasione, la colga al volo.». L’idioma sassone si accordava armoniosamente con l’espressione del viso rotondo, coperto di efelidi. «Fama», riattaccò in questo idioma avvicinandosi cautamente e infilando un pingue dito indice nel pacco, «fama mondiale, glielo garantisco, lei scrive, non è vero?». Seguì una descrizione dettagliata di una conversazione con il macellaio del Konsum di qui, conversazione che a suo dire l’aveva portata a conoscenza della mia professione. I bambini si conoscevano probabilmente dal parco giochi. Da quando era sposata, purtroppo non poteva più aspettarsi con certezza un posto all’asilo. Il che significava: prospettive incerte per la sua effettiva professione. L’altra, di professione, era andata perduta con la morte della sua amica. Nel caso in cui avessi ancora esitato ad accettare l’offerta, non si sarebbe potuta comprare una pietra tombale a questa donna meravigliosa. Espressi il mio cordoglio. Impaziente di conoscere la reazione. La donna, tuttavia, improvvisamente tacque. Guardai con indifferenza verso il cielo, ulteriormente oscurato da una nube proveniente dalla centrale del gas. Strusciando le scarpe scalciai via schegge di vetro dal marciapiede. Mi diressi titubante verso la pozzanghera e chiesi al figlio della donna di prendere il pacco. Il bambino, di tre anni circa, replicò affermando di essere capitano. Mi descrisse le opportunità del suo cacciatorpediniere nella battaglia. Le navi da guerra erano rappresentate da cucchiaini. Con un senso di sollievo tornai indietro e spiegai che gli scrittori non compravano manoscritti, perché ne sapevano redigere per conto proprio. La donna mise al lavoro un secondo fazzoletto. L’impiego ricattatorio di acqua proveniente dal condotto lacrimale moderò i miei moti compassionevoli. Tuttavia, invece di dare un taglio alla trattativa con l’argomentazione più ovvia, più semplice, più vera e, qui da noi, niente affatto disdicevole, passai sotto silenzio la mancanza di soldi e misi in cattiva luce me e la mia professione, con descrizioni di fatiche di intralcio al lavoro, che comportavano la vendita di manoscritti. Tentai di prendere tempo anche con altre dissertazioni di carattere professionale. Infine dissi: «Come, lei pretende non solo trattative estenuanti per nulla, ma oltre a ciò anche tremila marchi? Tremila marchi per una pietra tombale?» – «Sì, certamente», disse la donna e soggiunse che la famosa Beatriz de Dia avrebbe meritato attestazioni di stima anche maggiori. Mi dissi rammaricata del fatto che la fama dell’amica defunta non mi fosse giunta all’orecchio. Giacché ritenevo a occhio e croce che la donna bassa e grassa fosse sui trentacinque anni e presumevo che il suo giro di frequentazioni appartenesse alla stessa generazione, mi sembrava facile distogliere da me la pecca dell’ignoranza. In via precauzionale ricordai alcuni geni che una morte precoce aveva privato in vita degli agi della notorietà. La donna dichiarò l’età dell’amica: ottocentoquarantratré anni.  Siccome la donna appariva in forma eccellente sia fisica sia psichica eccellente, tornai a formulare la domanda. La donna roteò gli occhi a bottone  e ripeté il dato inaudito. Immediatamente pensai: se la donna non è una bugiarda di prima categoria, sta dicendo una grande verità. E mi sentivo già risucchiata dal vortice. In quel momento scoprii fossette nelle guance paffute che mi stavano di fronte. All’improvviso la donna spazzò via dal cappotto con la mano i pezzetti di cellulosa, mi tolse il pacco e parlò: «Ero la musicante della trobadora Beatriz. Mi chiamo Laura.» – «Un momento», dissi. Ah, questo vortice irresistibile della curiosità, sapevo da tempo che non sarei sfuggita a quella dipendenza. Involontariamente cominciai ad armeggiare con lo spago che chiudeva il pacco. La signora Laura disse: «Potrà sgraffignare solo quando avrò la grana. Quanto vuole lei. Per quanto mi riguarda, pure tutto. Mille, perché è lei. Le annotazioni qui le risparmieranno almeno dieci viaggi, cento saggi sulla produzione e mille colloqui. Il mondo intero su due chili e mezzo di carta. Settecento marchi sull’unghia e lei è una donna arrivata.». Agguantai il pacco dalle braccia di Laura, il figlio dalla pozzanghera e invitai a entrare nel mio appartamento. Lì consegnai tutte le mie finanze di un interomese dietro ricevuta. Dopo aver tagliuzzato tutto lo spago che legava il pacco, chiesi a Laura perché non volesse diventare lei una donna arrivata. «Sarò una donna arrivata», replicò, «non appena potrò tornare a guidare i miei treni per la città. Le occupazioni sedentarie non mi vanno a genio. Inoltre mi risulterebbe difficile decidere di volta in volta se si deve far ridere o far piangere. Ho chiuso con lo scribacchiare.». Infilai a mio figlio calzoni e scarpe asciutti, lo depositai all’asilo in ritardo, vale a dire con una nota di biasimo e finalmente, all’ora nona del 3 aprile, potei finalmente iniziare la lettura. I documenti giustificavano pienamente il rischio assunto al momento dell’acquisto. Andavano ben oltre le più rosee aspettative. Iniziai subito l’opera di riordino e revisione delle testimonianze sensazionali, in vista della stampa. Questa versione in forma di libro segue rigorosamente le fonti nella descrizione di tutti gli eventi essenziali. Le testimonianze scritte sono state riportate senza modifiche in una nuova successione che andasse incontro al lettore. – Il 7 aprile tributai l’ultimo saluto a Beatriz de Dia. Il suo cadavere era stato per tre settimane, congelato, a disposizione di scienziati, ai fini della ricerca. Durante il rito funebre nella saletta del crematorio di Berlino-Baumschulenweg potei ammirare il volto della trobadora. Tutto in lei era lungo e sottile, la fronte, il naso, il mento, perfino la bocca sembrava più alta che larga, come ristretta da un orgoglio smodato. Per contro, enormi palpebre superiori convesse a forma di emisferi. E sopracciglia che si stagliavano ben al di sopra come archi a tutto sesto. Nere. Nemmeno i capelli, in riccioli all’attaccatura, erano diventati grigi. Arrivavano fin oltre le spalle. Anche la bara mi parve più lunga del normale. Un uomo, che inizialmente presi per uno pagato per pronunciare l’orazione funebre, elogiò con parole oscure la bellezza di questa persona senza età. Laura affermò trattarsi del noto Pomerenke. Infine egli promise solennemente di prendere il velo in quanto poeta, di rinunciare a tutti i bei suoni e di voler sostenere l’eredità della trobadora in lotte politiche. Oltre a Laura, a suo marito Benno e a me non erano presenti altri testimoni.

Berlino, 22/8/1973

Irmtraud Morgner

Da: Irmtraud Morgner, Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen der Spielfrau Laura, Luchterhand 1974
(Traduzione di Anna Maria Curci)

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