Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere (rec. di D. Capello)

Marco Ercolani, Nel fermo centro di polvere, Il Leggio, 2018

È il libro di un poeta che da sempre conosce il senso della vertigine, del doppio movimento, imprendibile, delle cose e della lingua  che le nomina. La parola di Marco Ercolani è qui scagliata, scagliata fuori dal suo stesso fluire ritmico, dopo essere stata a lungo macerata, febbrilmente meditata.
Penso in particolare a una serie di testi contenuti nella prima sezione del libro, penso a una poesia intensissima, impetuosa, che pare dettata dal pulsare del “demone accanto”. È quella che andrebbe riportata per esteso, e che ha come incipit: “Tolta dalla terra scavata dal buio”. Una sola ondata, che “sprofonda risale e discende”, una spinta inesorabile in avanti che non tollera punteggiature. La veemenza sicura di sé. Non cerca graziosità né indulgenze. Freccia o fulmine di Zeus. Sfocia qui, letteralmente, un energia linguistica potenziata dagli infiniti, pazienti esercizi di eresia cari al poeta.
Ma non per caso ho accennato a Zeus. Nel fermo centro di polvere ospita infatti l’alleanza della vertigine con la misura. E sono queste parole chiave, cardinali, nell’universo della scrittura di Marco Ercolani. “Trovare il modo di andare fuori misura nella misura”. Questo esergo, tratto da Camus, è il telos, in sintesi, della poetica ercolaniana. E proprio qui, nell’idea di “misura”, si trovano spie linguistiche e tematiche evocatrici di un pensiero classicheggiante. Meglio, un’idea di classicità. Sono richiami all’anima dei miti, tra l’assedio e il ritorno, tra “odissee e ciclopi” dove fa capolino anche Orfeo (colui che, voltandosi per un attimo, ha visto) oppure diventano citazioni trasparenti, come le virgiliane “lacrimae rerum”, o il topos della “misura delle cose”.
“Enigma è l’eco”. L’eco è rinviata già distorta, al punto di diventare la forma turbata di una ulteriore interrogazione di senso. È superfluo aggiungere che è proprio nella distanza tra il modello e la sua eco che sorge l’autentico moderno in poesia. Alla dimensione colta, europea, moderna appunto, della poesia di Marco Ercolani fanno testimonianza, tra gli altri, almeno alcuni nomi. Dal Bonnefoy della vigile attesa e della vertigine al Walser  e al suo mito dell’autocancellazione, e ancora, sullo sfondo, al Blanchot impegnato a liberare spiriti dalla scrittura e che parla del buio come “nuit essentielle”.
Riverbera poi sempre nella poesia di Ercolani un enigmatico secondo volto, un secondo dire che sta per… è vicinissimo, invisibile… è sul punto di…
La rivelazione pare imminente, prossima, ma nel gesto del nostro stesso avvicinarsi si fa fumo, un fumo “mai veramente lontano”. È il passo di Achille che non raggiunge la tartaruga.
Tra dicibile e interdetto, nell’interstizio, slitta il senso e il suono della parola di Ercolani. Si fa voce. E nell’ultima poesia della raccolta questa intenzione è dichiarata, anzi rafforzata dalla prospettiva di un “noi” corale: “il libro/ del quale saremo voci”.
Parafrasando Heidegger si può dire che Ercolani è il poeta che mantiene aperte le labbra. La sua parola  esce all’aperto e costringe l’aperto a essere lì, esposto, unico vero ma indecifrabile, venuto chissà come dal buio e orientato dalla stessa “luce del buio”.

© Dario  Capello

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