PoEstate Silva #19: Lorenzo Mandalis, Tre poesie inedite

Lovers & Lautrec, Jospeh Lorusso ©

SABATO ALL’IKEA

I

Nessuno di noi due credeva d’essere nel mezzo
del cammino della vita. La selva
però c’era. E noi ce la ritrovammo
davanti come un imprevisto.
Non come le solite strade
che eravamo abituati a percorrere
fianco a fianco lungo il mare
coi piedi affondati nelle conchiglie
e isole lontane che ci osservavano
come giganti rospi in uno stagno.
Siamo arrivati da un’entrata secondaria
e abbiamo fatto in fretta a perderci.
Gli alberi erano mobili bianchi
cassettiere taglieri posate frullatori ombrelloni.
Io ero molto confuso. Non mi orientavo.
Tutti gli altri sapevano benissimo
dove andare e come arrivarci.
Famiglie che costruivano così il loro futuro
e discutevano di comfort e design,
indicavano prezzi, confrontavano valori.
Progettavano vite riempiendo angoli della casa
e la commedia umana passava
anche per quelle strette vie
tra set di coltelli, cenci e pela patate.
Ero smarrito. E lei dov’era?
Tra la folla. Poco distante.
Si era fermata a guardare una cameretta:
una tenera scatola col letto a castello
scrivania e qualche sparso scaffale.
Mi sorrise.
Fu la solita dolcezza a ritrovarmi
tra le radure delle mie distrazioni.
Alla fine – mi sono detto –
c’è più futuro in uno di quei divani
che in tutte le mie malcerte visioni
di ombre e cose scadute. Sono questi oggetti
le nostre allegorie, gli scenari a cui aspirare:
la sera, il divano, la televisione, i cuscini
le lampadine da spegnere
prima dei sogni.

II

Carichi di roba abbiamo chiesto poi dove fosse l’uscita:
– Prendete la prima a destra dopo i taglieri
tagliate passando per le posate,
quando arrivate alle lavatrici
dirigetevi verso i materassi.
Lì vedrete il cartello con scritto Casse/uscita.
Seguitelo. Tranquilli, sembra complicato, ma ce la farete.
Tutto andrà per il meglio. –

 

IL CONTRATTO

Avverto della tenerezza nel dover affrontare le cose dei grandi.
Provvedere all’apertura delle utenze.
Cambiare la residenza
senza perdere – è chiaro –
la nostra essenza.
Non so se anche per lei sia così.
Se ci sia tenerezza o un altro suo modo di vederla. Sentirla.
Le sue frasi pronunciate all’agente immobiliare.
La stretta di mano. L’accordo. I sorrisi educati.
Stiamo cambiando.
Più tardi, a sera, nella vecchia casa veneziana,
gelida come il gelido marmo di Rialto,
mi ha chiesto: “Come sono stata? Sembravo seria?”.
I grandi autori non parlano di tenerezza.
Parlano d’esili e nebbie. Malinconie e bassezze del mondo.
Non aiutano ad immedesimarmi.
A rendermi più saggio.
Vorrei a volte anche le loro ombre.
È bastato invece guardarti. Stendere la firma sul contratto.
Concedersi ad altre case. Ancora.
Sorridere di nuovo educatamente alla proprietaria.
Illudersi di fermarsi e dire di “sì”
che “allora siamo tutti d’accordo, affare fatto”
quando dentro sono già come il granchio
che tra gli scogli s’inombra all’arrivo dell’onda.
Mi chiedo se saranno queste prove di determinazione
a cancellare la tenerezza
o se quest’ultimo sentore di resina
conserverà la sua pineta.
Ci danno una copia del contratto.
Quando usciamo dall’ufficio
abbiamo – certo – delle riserve
delle preoccupazioni condivise,
ma c’è un lungo sorriso
nel grigio di questa via mestrina
qualcosa che non cambia.
A cui la mano del tempo non arriva.

 

HO APPARECCHIATO IL TAVOLINO

Ho apparecchiato il tavolino.
Quello bianco di legno
sul nostro balconcino
che dà sui tetti e sul cielo
di questa anonima città.
Ho disposto le tovagliette di paglia blu
e sui tovaglioli ho steso le posate;
ho messo rovesciati i bicchieri
ancora nebbiosi dal passato inverno;
ho portato l’acqua e ho atteso
il tuo festoso rincasare da lavoro.
Sono questi i nuovi rituali di pausa
del mio viaggio.
Come i falò che i nomadi si accendevano
lungo le steppe. Il fiato freddo
dei cavalli a riposo sulla biada
nel farsi più scuro il cielo.
Alla tv parlano di confini e frontiere.
Di appartenenze e identità
da difendere. Metto l’acqua a bollire.
Ascolto la sera scendere
col suono delle rare rondini
scintille di maggio.
Le grandi rosee nubi del tramonto
ferme dietro ai cornicioni
e alle aguzze antenne
non m’illudono d’una immobilità
del tempo. Neppure i gabbiani
accovacciati e assorti sopra le volate
delle gru. Neppure le stasi dei paranchi
e degli argani.
Io so che ora nessuno è a casa
che assomigliamo tutti al girovago
di Bosch costantemente in fuga
che presto dal fondo della strada
comparirà il tuo contorno sereno
il saluto di una tua smorfia
a rendere più esatto il tramonto.

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