Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

MIO CORPO

Mio corpo
non ti conosco
come luogo dei punti
di convergenza del contatto;
atto di conoscenza
è un gioco solitario, fatto
tra funzioni e finzioni
oniriche alla mente, ai sensi;
pensi e non sai se mai la lingua
langua per vie d’occhi e di orecchi
e chi poi, nell’ambiguo
guado di sensazioni,
sanzioni a noi l’immensa
mensa di regole:
gole umane ne inghiottono
toni ed accenti
e ai cenni del pensiero un fiato
fa iato dalle nostre ugole.

 

NINNANANNA C.N.N.

Riposa, bimba; bimbo, riposa:
da raccontarvi oggi ho qualcosa;
bimbi, dormite, state tranquilli,
qua intorno ancora cantano i grilli,
qua intorno ancora sorge la luna
a illuminare una laguna
dove la sera, con gli anatroccoli,
dormono i figli dei fenicotteri.
Però, in un’altra parte del mondo,
che non fa parte del girotondo
tra i cereali e le patate,
c’era una volta il Tigri e l’Eufrate.
Erano i fiumi della creazione:
l’arte, la scienza, la religione,
nate tra dighe, laghi e pantani,
tra coccodrilli ed esseri umani.
Ninive un tempo la capitale,
oggi Bagdad, che tra il bene e il male
diedero ascolto sotto la clamide
a Zarathustra e Semiramide.
Poi, da dieci anni, a Saddam Hussein:
quel malfattore prese il Barein,
o, forse sbaglio, prese il Kuwait,
ma non importa, non si sa mai.
Quello che importa è stato ieri:
gli americani, bianchi con neri,
con carri armati, navi, aeroplani,
gli hanno gridato: alza le mani!
Trentaduemila erano donne,
non più dipinte come madonne,
non più vestite da suffragette:
tute mimetiche con mitragliette.
Hanno gridato: Saddam bandito!
Non gli hanno rotto nemmeno un dito,
ma scaricato bombe a milioni
sopra la terra di Babilonia.
Acque del Tigri e dell’Eufrate,
ora irrigate tra le patate
tanti cadaveri di contadini
e undicimila sono bambini.
Bimbi, dormite però davvero,
se no io chiamo, non l’uomo nero,
bimbi dormite sopra il divano
se no io chiamo… l’americano.
Ma no, bambini, era uno scherzo,
però dormite, fate uno sforzo;
e non svegliatemi con un sobbalzo
ché io, domani, presto mi alzo.

 

LAGGIÙ BABELE

Il primo urlo silenzioso
oso dire linguaggio
aggio in parole sul pensiero
siero della parola alta,
salta il recinto della vita,
evita in noi l’inciampo
campo semantico e metafora
forante il tempio dell’orecchio,
secchio inquinato
qui nato da emozioni
oniriche, memorie false
valse nei secoli ai maldestri
estri: grammatica e scrittura
catturano laggiù Babele
belle stravecchie lingue
langue tra noi l’intimo evento
e il vanto usurpa la prodezza.

_______________

Raffaello Utzeri, compositore verbale, è nato in Sardegna e vive e lavora a Roma. Autore di testi per la radio e il teatro, ha diretto per sedici anni la compagnia teatrale “Arte Laterale” di Cagliari, fondata nel 1987. Ha pubblicato: Ellori! Ellori!, dramma storico sulla Sardegna di Eleonora e Mariano V, secolo XIV (Sovera, 2004); Orme Forme, raccolta di composizioni verbali metroritmiche (Sovera, 2005); Tutti i 154 Sonetti di W. Shakespeare tradotti in endecasillabi, testo a fronte (EdiLet, 2009); La presenza di Giano: colloquio in versi con Marco Onofrio in 9 poemi (EdiLet, 2010); Il curatore (tra i debiti delle parole) (EdiLet, 2015), una raccolta di interventi critici e tematici, editi e inediti.

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.