Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Il posto riservato alla poesia di Emilio Rentocchini è in prima linea o fila, nell’ideale parterre o Pantheon della produzione italiana contemporanea. Se in alcuni casi di autori neodialettali è dato di cogliere una differente qualità o tenuta tra versione in lingua e testo in neo-dialetto, nel caso dell’autore di Sassuolo le due versioni si eguagliano per congruità di lingua, di ritmo e accenti. Il fatto è riscontrabile anche a livello di sonorità; le due versioni hanno dunque pari dignità come accade per i migliori neodialettali del Novecento: Pasolini, Scataglini, Baldini. Possiamo dunque affermare che Rentocchini opera nell’ambito di una sostanziale, costitutiva diglossia. Non casualmente l’autore assembla le proprie raccolte ponendo su di uno stesso livello di pagina le due versioni (in alcuni casi sono speculari, o specularmente concatenati o intercambiabili, e, in un gioco di specchi e rispecchiamenti, dialogano anche alternandosi con alcune prose o semiprose, come accade ad esempio in Giorni in prova), non lasciando in basso, come da prassi, la versione in lingua ai margini della versione princeps in dialetto. Questo va sottolineato per il lettore, poiché in questa sede, per esigenze di impaginazione e tipografiche si è stati costretti a ridurre la parte in lingua in corsivo ai piedi del testo. A memoria, si annoverano rari, rarissimi esempi di autori che nell’ultimo secolo hanno praticato l’ottava: uno, sicuramente, su tutti, è stato Sanguineti, abilissimo nel riuso e rivelatosi ottimo rimatore. La parte più considerevole del lavoro di Rentocchini, fatta eccezione per alcuni testi delle plaquette iniziali, e per Del perfetto amore interamente scritto in sonetti, è infatti costituita da un coerente corpus di ottave, i cui riferimenti e le cui ascendenze, va da sé, vanno più indietro nel tempo. Richiamano infatti a memoria l’ottava di tradizione ariostesca, autore accomunato da una medesima radice emiliana: ovvero un’ottava epica e poematica; e possiamo in tal senso leggere Ottave come un tentativo di poema, concettualmente almeno, o come poema concettuale (che attraversa le epoche tutte e gli ismi del Novecento, che apre pagine su attualità e realia, che sfida la forma-pensiero, e il pensiero poetante, che si fonda sull’immanenza dei nomi e delle cose, e tuttavia riguarda l’impermanenza delle esistenze e dei destini, individuali e collettivi, privati e pubblici) dal momento che le ottave del nostro non sono narrative, ma rievocano una più arcaica morfologia di ottava lirica (o assoluta). La scommessa di Rentocchini va in direzione del riuso della forma chiusa, e nella pratica di una infinita potenzialità, e variazioni, possibili all’interno di una gabbia metrica e strofica. Autore tra i più raffinati, Rentocchini lavora incessantemente sulla lingua. Un laboratorio fruttuoso e sorprendente di procedimenti e soluzioni; si pensi al ricorso all’iterazione e alle catene allitteranti, che si risolve spesso in un cantabilissimo, eufonico bisticcio a forte unità tonale: si leggano, qui di seguito, le ottave 1, 9, 12 e 38. Ma non si tratta tanto di abilità esibita, quanto piuttosto di ricerca continua, in direzione di un affinamento di suoni e di sguardo, nell’ottica di una naturalezza classica e adamantina della voce, da conquistare attraverso la più feriale delle parlate: quella locale, dialettale, innestata a una cultura letteraria alta e altra.
Recensendo Ottave, così Giovanni Giudici scriveva: «Ma quel che più straordinario mi sembra in Rentocchini è la sua capacità di trascendere i limiti tradizionali di tanta nostra, anche pregevolissima, poesia in dialetto per la sua capacità di sfidare, da una parte, i corti circuiti della metafora («Per l’ombra ammaccata del sentiero/ veniva avanti adesso la mattina,/ c’era un silenzio vuoto come i bicchieri/ messi all’ingiù dentro la vetrina…») e, dall’altra, di correre felicemente il rischio d’astrattezza dei “grandi temi” o della riflessione gnomica. La forza del poeta sassolese, tutt’altro che rinunciataria o introflessa, minimalista o arretrata, si fonda sulla perizia tecnica, ma si sostanzia proprio sul non rinunciare mai a dire, a esporsi nel dire, e a non esimersi dal mettere in campo le problematiche di un’epoca, i nodi e gli snodi, linguistici ed ermeneutici. Una parola che non rinuncia mai a chiamare le cose per nome, anche quando attraversa i confini della prosa o è segnata nel proprio immaginario dalla referenzialità globalizzata e dei consumi («Ipercòp», «pocket coffee», «èternit»), mette in relazione impoetico e idealità («utopia»), si fa percezione acuta dell’epoca, polso dolente e Stimmung.

© Manuel Cohen

(il profilo di Emilio Rentocchini, qui con lievi revisioni, appare in: L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

da Ottave

1

Na léngua ch’l’an crèss ménga, ch’l’as scunsómma
in t’el cusèini vèdvi, ai lèt di vèc,
bòuna a ciamèr sòul quèll ch’l’è dre ch’al sfómma
dre da la lus, dèinter l’arsèint di spèc
in dove premavèira l’an profómma,
premavèira spietèda con i vèc
e al sô baiòch ed léngua ch’an crèss ménga,
ch’as scunsómma da lonedè a la dmènga.

1
Una lingua che non cresce mica, che si consuma/ nelle cucine vedove, ai letti dei vecchi,/ buona a nominare solo ciò che sta sfumando/ dietro la luce, nell’argento degli specchi/ dove primavera non profuma,/ primavera spietata con i vecchi/ e il loro baiocco di lingua che non cresce mica,/ che si consuma da lunedì a domenica.

 

9

Ferdesfèrs ferdesfèrs ferdesfèrs fèrs
desfèr durmìr desdères: vèreb ma
sèinsa asiòun, vèrb ch’an se fa chèrna, pèrs
ciacarèr, cantòun; ve’ mo’ in do la sta
l’unica nostra vétta, un insugnèrs
dre i òc d’èser, d’èser dre, èser dre a…
Chi ’gh crèdd? òrba con barbaiòt, tasèl
d’udòur smerciê, schèli, ch’el tèsen quèl.

9
Faresfarsi faresfarsi faresfarsi farsi/ disfare dormire svegliarsi: verbi ma/ senza azione, verbo che non si fa carne, perso/ chiacchierare, cantone; ecco dove sta/ l’unica nostra vita, un sognare/ dietro gli occhi di essere, di stare per, stare facen…/ Chi ci crede? buio con traveggole, solaio/ di odori confusi, scale, che tacciono qualcosa.

 

12

S’a guèrd a vèdd, s’a vèdd a pèins, s’a pèins
an vèdd che al mê pensér ch’as pèinsa, e am pèr
un chès se quèll ch’a i ho catê coi sèins
l’è uguèl al sógh dal mê servèl; m’al mèr
e al sél a i fa divèrs al fin incèins
dla lus: stanòt e l’òrba, al nèigr avèr
e al vód, an i divédd ninsùn cansèl,
gnanch la lama d’un se méss ed curtèl.

12
Se guardo vedo, se vedo penso, se penso/ non vedo che il mio pensiero che si pensa, e mi sembra/ un caso se ciò che ho provato coi sensi/ è uguale al gioco del mio cervello; ma il mare/ e il cielo li fa diversi il fine incenso/ della luce: questa notte e il buio, il nero avaro/ e il vuoto, non li divide nessun cancello,/ neppure la lama di un ‘se’ messo di taglio.

 

38

Fin un frufrù fr’al fraschi as fróda ’d frèsi
féssi e sfurbìdi, un farfuièr fra i fiòur,
fra i frèsch frilè-frisò dal figh, fiê quèsi
da l’infinî fr’al flòs desfèrs in fiòur
ed chi fó fógh, falò, fiam, fómm ed frèsi
in fènda a un fói; e infàti, fam per favòur
sfrisièr dal fiómm, dal fói, dal fin
indefinî fèr finta ’d dir di pin.

38
Perfino un frufrù fra le frasche si fodera di frasi/ fitte e furbesche, un farfuglìo fra i fiori,/ fra i freschi frilè-frisò del fico, fiato quasi/ dall’infinito fra il floscio disfarsi in fiore/ di chi fu fuoco, falò, fiamme, fumo di frasi/ in fondo a un foglio; e infatti, fammi per favore/ sfiorare dal fiume, dalle foglie, dal fine/ indefinito far finta di dire dei pini.

 

Da Giorni in prova

A gh’è di dè, mea tant, m’a gh’è di dè

A gh’è di dè, mea tant, m’a gh’è di dè
ch’et piàns perfin coi mócc del matonèl
in t’al curtìl del fàbrich, da per sé
dmand dmandi descurdèdi pr’al servèl
dmand dmènga verse l sê dal House Cafè
ch’t’e lèt ed cal bus nèigher sul giornèl
ch’al s’è magnê na strèlla dl’infinî…
Dio? L’univèrs l’è un òurch ch’as lècca i dî.

Ci sono giorni, non tanti, ma ci sono
Ci sono giorni, non tanti, ma ci sono/ che compiangi perfino i mucchi di piastrelle/ nel cortile delle fabbriche, da soli/ come domande scordate nel cervello,/ come domenica verso le sei all’House Cafè/ quando hai letto sul giornale di quel buco nero/ che s’è pappato una stella dell’infinito…/ Dio? L’universo è un orco che si lecca le dita.

 

Emilio Rentocchini è nato nel 1949 a Sassuolo (MO), dove vive. Presente su varie riviste e antologie, ha pubblicato le seguenti raccolte: Quèsi d’amòur (Grafiche Zanichelli, Sassuolo 1986); Foi sècch (Edizioni del Leone, Venezia 1988); Otèvi (Comune di Sassuolo, Sassuolo 1994); Segrè (Incontri, Sassuolo 1998); Ottave (Garzanti, Milano 2001); Giorni in prova (Donzelli, Roma 2005); Del perfetto amore (Donzelli, Roma 2008); In un futuro aprile (Incontri, Sassuolo 2009); Ovviare alla bellezza. Proesie (Aliberti, Reggio Emilia 2013); Stanze di confine (Il Fiorino, Modena 2014); Lingua madre (Incontri, Sassuolo 2016); Come cani alla catena (Incontri, Sassuolo 2017). Gli è stato dedicato il documentario Giorni in prova. Emilio Rentocchini, poeta a Sassuolo, regia di Daria Menozzi (Vivo Film, 2006), con musiche di Massimo Zamboni.

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.