Lorenzo Pompeo, La poesia a Leningrado dopo il 1956

Josef Brodskij (la foto potrebbe essere sottoposta a copyright)

LA POESIA A LENINGRADO DOPO IL 1956

Nel 1956, anno del XX congresso del PCUS e della relazione “segreta” di Chruščëv sul culto della personalità di Stalin che aprì la stagione del disgelo, a Leningrado uno studente sedicenne, Josif Brodskij, smise di studiare, e cominciò a tirare a campare con diversi lavori: apprendista tornitore in una fabbrica, assistente presso un obitorio, fuochista e guardiano di un faro. Ebbe anche modo di partecipare a una spedizione geologica in Siberia e Jakuzia e di imparare perfettamente l’inglese e il polacco, lingue dalle quali aveva cominciato a tradurre. Aveva cominciato a scrivere versi e a leggerli in pubblico ed era entrato in contatto con gli ambienti dei letterati della sua città natale. Fu uno di essi, Evgenij Rejn, che nell’agosto del 1961 lo presentò ad Anna Achmatova nella sua dacia di Komarovo. Fu qui che Brodskij, nel 1962, conobbe Marina Basmanova, un’artista grafica di due anni più grande di lui, venuta alla dacia della poetessa per farle un ritratto, che divenne la sua musa (sue sono le misteriose iniziali “M. B.” che precedono molte poesie) e con la quale ebbe una tormentata relazione che terminò nel 1968, poco dopo la nascita di un figlio. A Komarovo lo stesso Brodskij, nell’inverno del 1961, prese in affitto una dacia. Qui scrisse Romanza di Natale, dedicata al suo amico Rejn.
Con questa poesia, datata al 28 dicembre del 1961, il ventunenne poeta inaugura una sua personale tradizione: «Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno»[1] dichiarò in un’intervista degli anni ’90. Romanza di Natale è una poesia chiaramente ambientata a Mosca (anche se sono presenti riferimenti occulti a San Pietroburgo), ispirata da un quadro, una Adorazione dei magi. Il senso di questa lirica è piuttosto oscuro, ma diventa comprensibile se calato nel contesto della sua epoca. In Unione Sovietica le festività religiose erano bandite e al Natale veniva preferito il Capodanno. La poesia recita «Verso/ il Nuovo anno, verso la domenica»[2] perché il 31 dicembre del 1961 cadeva di domenica. Ma anche qui si nasconde un doppio senso fin troppo evidente per un madrelingua; in russo, infatti, la domenica, “voskresen’e“, ha anche un altro significato: “resurrezione”. L’ultima strofa della poesie recita: «Nel mare cittadino il tuo Anno Nuovo/ nuota via nell’angoscia inesplicabile/ su un’onda cupo-azzurra,/ come la vita riprendesse, come/ fossero per venire luce e gloria,/ un giorno lieto, pane a volontà». La festività del capodanno, nel calendario ortodosso, precede il Natale, che cade tra il 6 e il 7 di gennaio. Quindi al Capodanno segue il Natale (per questo la poesia recita “Nel mare cittadino il tuo nuovo anno/ nuota via nell’angoscia inesplicabile”), che è la festa nella quale “come la vita riprendesse, come fossero per venire luce e gloria”, ma la festa laica non è niente altro che uno schermo dietro al quale si cela il Natale e la rigenerazione della vita, legata al senso più vero e profondo di questa festività.
Questa poesia, che circolò anche in diverse versioni musicate, è esemplare anche per quanto riguarda il rapporto del poeta con la sfera religiosa, che rappresenta un elemento importante del suo mondo poetico, a cui tuttavia fu estranea la fuga nel misticismo o in una qualsiasi forma di religiosità istituzionale o confessionale.
A quell’epoca il poeta aveva già sperimentato, il 29 gennaio nel 1961, il primo arresto, ma anche i primi successi nelle letture pubbliche. La profonda amicizia con Anna Achmatova (per qualche tempo i due si frequentavano con una certa regolarità), la quale apprezzava molto le sue poesie, non ebbe alcun peso nella sua creazione poetica. Da subito Brodskij mostrò un’impronta personale che nulla aveva a che spartire con l’acmeismo: Le sue poesie tendevano a forme di ampio respiro, non possedevano la concisa perfezione dell’Achmatova. Essendo nato a Leningrado nel 1940, la sua formazione era avvenuta in un contesto completamente diverso rispetto a quello degli acmeisti. Non solo il nome della città era cambiato, ma anche lo spirito.
Dal punto di vista formale le sue poesie seguono schemi metrici ben precisi, estremamente simmetrici e regolari. Tra i poeti russi del passato, quello a cui Brodskij dichiaratamente si è ispirato è l’illuminista Deržavin. Egli più volte ha ribadito la sua ammirazione per il connazionale del XVIII secolo, celebre per alcune odi nelle quali introduceva elementi autobiografici e di vita quotidiana insieme a riferimenti all’orientalismo e all’esotismo in voga in quegli anni. Le sue ardite e pittoresche metafore dovettero affascinare il giovane poeta leningradese. Tra i poeti russi dell’epoca d’oro, Brodskij avvertì già durante la sua adolescenza una forte affinità con lo sfortunato Boratynskyj, il malinconico e pessimista coetaneo di Puškin. Altra importante fonte di ispirazione furono John Donne e i poeti metafisici inglesi del XVII secolo, che il poeta ebbe modo di tradurre.
Il suo profilo di outsider, sempre al di fuori da qualsiasi istituzione culturale, ebbe un ruolo fondamentale nella sua poetica. Il suo era uno sguardo “dall’esterno”. Il trovarsi nello stesso tempo “dentro e fuori” (anche per via delle sue origini ebraiche) gli permise di esercitare uno sguardo diverso, nel quale la quotidianità ha potuto incontrare la metafisica. In questo, stando alle dichiarazioni dello stesso poeta, un ruolo fondamentale lo giocò la sua città natale, quella Leningrado-San Pietroburgo posta al margine nord-occidentale più estremo della Russia Sovietica. La vocazione meditativa e filosofica della sua poesia si giovò inoltre di una straordinaria abilità versificatoria, quale non si era vista nella letteratura russa dai tempi di Puškin.
L’arresto di Brodskij e il processo che ne seguì, nel 1964, fu un evento che ebbe una vasta eco e non solo in Unione Sovietica. Dal momento che le sue poesie non contenevano alcun riferimento manifestamente politico, fu il suo “anticonformismo esistenziale” a renderlo inviso alle autorità. Che la stagione del disgelo fosse giunta alla fine lo si era capito già nel dicembre del 1962, quando Chruščëv, in visita a una mostra d’arte astratta al Maneggio a Mosca, inveì violentemente e rudemente contro gli artisti.
Il 18 febbraio del 1964 cominciò l’udienza del processo al giovane poeta, che in città era già noto, accusato di “parassitismo doloso”, ossia di non avere nessun impiego. Il verbale del dialogo con il giudice venne trascritto di nascosto e cominciò a circolare clandestinamente. Al termine di questo colloquio, Brodskij venne inviato sotto scorta a un manicomio dove avrebbero dovuto stabilire se fosse sano di mente. Una volta stabilito che lo era, venne condannato a cinque anni di lavori forzati in una località remota. Fu inviato ad Archangel’sk, nell’estremo nord della Russia europea. Lì scrisse Nuove stanze ad Augusta, un lungo poema dedicato a Marina Basmanova, che rappresenta forse l’apice della sua produzione in questi anni. Il titolo riprende le Stanze ad Augusta di Byron, nel quale l’autore si congeda dall’amata sorellastra Augusta, con cui aveva avuto un’intensa relazione incestuosa, cosa che provocò uno scandalo a causa del quale, nel 1816 (anno di pubblicazione del poema), preferì lasciare per sempre l’Inghilterra. Il poema di Brodskij invece riflette le dure condizioni del campo di lavoro («Qui sepolto vivo,/ e vago nel crepuscolo» e più avanti: «Che si stenda pure l’ombra dell’assurdità/ nei miei occhi, e che si assorba l’umidità/ nella mia barba, e il berretto – a sghimbescio –/ coronando questa oscurità, appaia,/ come quel segno che l’anima/ non deve attraversare –/ non aspiro ormai/ alla visiera, al bottone, al colletto,/ allo stivale, alla manica./ Solo il cuore ad un tratto comincerà a battere,/ sentendomi da qualche parte trafitto. Il freddo/ lo scuoterà, cadendo nel mio petto»).[3] Tuttavia all’autocommiserazione il poeta concede ben poco spazio, mentre del tutto assente è il risentimento (Brodskij non fu mai un poeta “antisovietico”). Sullo sfondo della dura natura del settentrione russo invece si staglia la solitudine del poeta e la forzata lontananza dell’amata («Settembre. Notte. L’unica compagnia è una candela./ Ma l’ombra guarda ancora oltre la sua spalla/ nei miei fogli e scava nelle radici/ che scendono giù. E il tuo fantasma sulla soglia/ fruscia e gorgoglia come acqua,/ e sorride come stella/ nelle porte quasi strappate»). Più tardi, nel 1983, Brodskij raccoglierà tutte le poesie dedicate a Marina Basmanova in un volumetto dal titolo Nuove stanze ad Augusta.
Intanto la notizia del suo arresto e del processo fece clamore. Si mobilitarono in suo favore molti esponenti dell’intellighenzia, tra cui Šostakovič e Anna Achmatova. La vicenda divenne nota anche in Occidente, tanto che Jean-Paul Sartre scrisse una lettera, datata al 17 agosto 1965, al presidente del presidium del Soviet Supremo Anastas Mikojan per intercedere in suo favore. Grazie anche a questa grande mobilitazione la sua posizione fu rivista e nel novembre del 1965 Brodskij poté ritornare a Leningrado. Nel frattempo Chruščëv era stato rimosso dalla carica di segretario del PCUS e con l’avvento di Brežnev era cominciata ufficialmente la cosiddetta “stagnazione”.
La fama di Brodskij era accresciuta dall’aurea di martire, che lo accomunava ad altri illustri martiri pietroburghesi (Mandel’štam, Anna Achmatova, Mejerchol’d). Le sue poesie circolavano da tempo attraverso i canali del samizdat, ovvero copie dattiloscritte realizzate in casa. Spesso queste poesie “proibite” venivano lette, o eseguite sotto forma di testi musicati, in riunioni domestiche semi-clandestine (Anche in Italia vennero pubblicate alcune traduzioni di sue poesie nell’antologia Poesia sovietica degli anni 60, a cura di Cesare G. De Michelis, uscita nel 1971 per la Mondadori).
Intanto a Mosca i processi a Julij Daniel e Andrej Sinjavskij, che cominciarono nell’autunno del 1965 e terminarono nel febbraio dell’anno successivo con dure condanne ai lavori forzati, fecero chiaramente capire che il dissenso non sarebbe stato più tollerato.
Il 13 marzo del 1966 morì Anna Achmatova. Non aveva fatto in tempo a vedere pubblicati i suoi Poema senza eroe e Requiem, a cui la poetessa aveva a lungo lavorato, atti di accusa e testimonianze degli anni più bui dello stalinismo. Ne rimasero copie dattiloscritte (per la pubblicazione si dovette aspettare fino agli anni ’80), che circolavano ormai da tempo di casa in casa. Non fece nemmeno in tempo ad assistere all’esecuzione della versione di Requiem musicata da Boris Tiščenko, che venne ultimata sei mesi dopo la sua morte, ma che poté essere eseguita in pubblico ufficialmente solo nel 1989. Venne a mancare così quello che era stato l’ultimo anello di collegamento con la Pietroburgo acmeista. Tuttavia la sua figura aveva lasciato una traccia indelebile nella memoria e nell’identità della città.
Migliaia di giovani andarono a renderle omaggio alle sue esequie. Tra loro vi fu anche Sergej Stratanovskij, che avrebbe cominciato a scrivere poesie nel 1968 (a seguito dell’invasione della Cecoslovacchia, stando a quanto dichiarò lo stesso autore), che circolarono per oltre quindici anni solo nei canali del samizdat (qualche lirica apparve su antologie ma all’estero). Di quattro anni più giovane di Brodskij, tra il 1963 e il 1968 frequentò la facoltà di lettere di Leningrado, proprio negli anni in cui le autorità avevano dimostrato chiaramente di non tollerare più alcuna forma di arte e cultura non ufficiale. Terminati gli studi, si impiegò presso la Biblioteca Nazionale della sua città, ma nei suoi versi è chiaramente avvertibile una rabbia generazionale. I riferimenti al mito di Pietroburgo e alla classicità, che potrebbero ricordare la poetica di Mandel’štam, sono messi al servizio dell’elemento dionisiaco (Brodskij, al contrario, rimase per tutta la vita un poeta apollineo). Stratanovskij, nella sua lirica Erostrati, del 1970-71, usa la prima persona plurale poiché evidentemente vuole dare voce a una generazione ormai confinata nel mondo dell’underground: «Ma noi siamo Erostrati figli di Erostrato/ Siamo malversatori/ Del fuoco universale/ Appicchiamo le materie prime dei depositi/ Ed ecco: procediamo con fiammiferi/ In una notte d’autunno e di pioggia/ Noi, distruttori di cose/ Cerchiamo un’estasi tremenda/ […]/ In una notte d’autunno e di pioggia/ Noi lasceremo la misera vita/ Diretti chissà dove/ Fuggi l’orrore degli oblii/ Fuggi così come Evgenij un tempo/ Dal bronzo galoppante sulla terra sudicia/ Laggiù, dove, tra melma e nebbia,/ Giace orinante la zona-magazzino/ Per la città serbando ortaggi vuoti/ E, come estasi amorosa,/ Attende Erostrato e il suo fuoco/ Ma noi che siamo impeto e minaccia/ Furtivi andiamo e silenziosi come topi».[4] I riferimenti alla classicità (Erostrato fu un pastore che per passare alla posterità appiccò il fuoco al Tempio di Artemide nel 356 a.C.) e all’epoca d’oro della poesia russa (Evgenij è il protagonista del celeberrimo poema Puškiniano Il cavaliere di bronzo il quale, in preda al delirio e alla disperazione per avere perso l’amata nel corso di un’alluvione, immagina che la statua di Pietro il Grande prenda vita per inseguirlo e schiacciarlo sotto i suoi zoccoli) appartengono a quella grande tradizione pietroburghese, a cui anche Stratanovskij si sente fortemente legato.
Al suo ritorno dal confino la presenza di Brodskij a Leningrado venne tollerata. Riuscì a pubblicare all’estero due raccolte: Stichotvorene i poemy (trad. it.: “liriche e poemi”) del 1965, e Ostanovka v pustynie (trad. it. “fermata nel deserto”), nel 1970 (della quale ne uscì una traduzione italiana nel 1979 per i tipi della Mondadori a cura di Giovanni Buttafava). Gli fu persino offerta la possibilità di pubblicare in patria, ma solo a condizione che avesse accettato di collaborare con il KGB, cosa che il poeta rifiutò. Ma nel maggio del 1972 le autorità lo costrinsero con le minacce a espatriare. Brodskij provò a opporsi a questa decisione rivolgendo una lettera allo stesso Brežnev, che però non ricevette alcuna risposta. In capo a qualche settimana il poeta dovette partire per sempre dalla sua città natale, dove lasciò un figlio nato quattro anni prima dalla relazione con Marina Basmanova. Lo stesso trattamento venne riservato a molti altri intellettuali, specie se di origine ebraica (ricordiamo, tra gli altri, lo scrittore Sergej Dovlatov, che fu costretto all’esilio nel 1978). La cultura underground, seppure confinata in una condizione di semi-clandestinità, divenne l’unica valvola di sfogo per i giovani leningradesi, sempre più lontani dai riti e dai simboli della cultura ufficiale. La musica rock (spesso e volentieri innaffiata con molto alcool) divenne il veicolo principale dalla controcultura giovanile. Ma la città di Brodskij non fu mai più la stessa.
Anche la poesia di Brodskij si evolse verso un neoclassicismo più conciso e maturo. Quando gli fu attribuito, nel 1987, il premio Nobel era già un poeta noto e apprezzato in tutto il mondo.

© Lorenzo Pompeo

 

[1] Citazione dal risvolto di copertina del volume di Josif Brodskij, Poesie di Natale, a cura di Anna Raffetto, Adelphi, Milano 2004.
[2] Le citazioni della poesia Romanza di Natale sono tratte da: Fermata nel deserto, a cura di Giovanni Buttafava, Mondadori, Milano 1979, pp. 17-19.
[3] Le citazioni sono tratte dalla menzionata edizione mondadoriana di Fermata nel deserto, pp. 27-37.
[4]  Da: Sergej Stratanovskij, Buio diurno, a cura di Alessandro Niero, Einaudi, Torino 2009, pp. 13-15.

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